cerca

Dove si trova la pazienza? La casa di carta e la verità di Berlino

I giorni delle matite spezzate e delle serie tivù: viva le maestre, grazie Netflix e bella ciao

11 Maggio 2018 alle 11:50

Dove si trova la pazienza? La casa di carta e la verità di Berlino

Le maestre di mio figlio dicono che lui non ha più nessuna voglia di studiare, è molto disordinato, gli piace solo leggere (Giulio, ha detto la maestra che ti piace molto leggere, sono contenta! – gli parlo io cercando di sorridere e di applicare la filosofia di Pollyanna. “No, non è vero, è una bugia, non mi piace leggere!”, risponde lui indignato e simulando un avvelenamento). Le maestre, che io considero eroiche, mi riportano, perfino divertite, i suoi giudizi sulla scuola, e io abbasso gli occhi e mi vergogno. “La scuola è brutta, la scuola è noiosa, la scuola è vecchia, la scuola è inutile”. Lo riconosco, è mio figlio, lo dice ogni mattina quando si sveglia, è felice solo quando c’è la gita, è felice alla ricreazione ed è felice quando invece di fare lezione vanno al cinema, ma solo durante il tragitto. Perché durante il tragitto? “Perché nel tragitto succedono delle cose”. Come quando una sua compagna è rimasta dentro il vagone della metropolitana mentre tutti erano scesi e batteva i pugni contro il vetro. Come quando ha piovuto fortissimo e gli è entrata l’acqua nello zaino. Come quando a Venezia ha urtato una bicicletta e la bicicletta è precipitata nel canale.

  

Però la scuola è importante, e guarda che schifo di quaderni, devi studiare almeno un po’, dico io, tiro fuori tutte le banalità che conosco sull’impegno e sul futuro e sul cervello che ha bisogno di essere allenato, mi sento così totalmente stupida, così vecchia, vecchia come la mia amata scuola. “Non mi importa del futuro”, dice lui, cercando di allungarsi verso l’iPad. Lo blocco, mi metto tra lui e l’iPad, poi prendo l’iPad e lo metto sullo scaffale più alto della libreria, e pronuncio la frase con cui precipito nel mondo del secolo scorso e dei centrini all’uncinetto: “L’iPad non lo tocchi finché non mi dimostri che ti stai impegnando a fare il tuo dovere”. Mi guarda costernato e simula un altro avvelenamento con gli occhi rivoltati all’indietro. Addosso ho anche lo sguardo severo di mia figlia, che scuote la testa e dice che Giulio è sempre stato così tranne quando era molto piccolo e dolce e con i riccioli biondi. E io che cosa devo fare adesso?, le chiedo, lo chiedo anche al cane, l’ho chiesto anche alle maestre, e alla signora del panificio che ha un figlio dell’età di Giulio, ma almeno lui porta a scuola sempre delle merende fantastiche. Non mi importa se è un po’ somaro, mi importa solo dell’atteggiamento emotivo, spiego alla signora del panificio che è d’accordo con me e però dice che ci vogliono comunque “due ceppe”. Invece le maestre dicono che ci vuole tanta pazienza. Ecco, dove si trova questa pazienza, e che cos’è esattamente? Io, ad esempio, mi innervosisco molto appena sento che i miei figli o i loro compagni fanno cadere una matita dalla scrivania, cioè ogni due o tre minuti: sento il rumore della matita che cade, vedo con gli occhi della mente la mina dentro la matita che si spezza e mi cresce dentro un fastidio che diventa una smorfia di dolore e infine un urlo, come per qualcuno il rumore delle unghie sulla lavagna, ma più profondo, un dolore che affonda le radici nei pomeriggi dell’infanzia quando mi cadevano le matite e poi le temperavo e la punta si staccava sempre, e io pensavo che la vita era quella: avere tante matite ma tutte rotte perché le avevo fatte cadere.

   

Non so che cosa sia questa pazienza, anche perché è ovvio che il verbo avere vuole quasi sempre l’acca, non è una cosa che si studia, è una cosa che si ha da sempre dentro, anche da prima di nascere, non c’è bisogno di saperlo. Mia figlia dice che lei in quarta elementare passava l’acca a tutti in classe, “perché tu mamma eri talmente fissata che lo sapevano tutti che io lo sapevo dove si metteva”, ma adesso non sono più così, vorrei che semplicemente l’acca venisse assorbita dal corpo, come l’attenzione a non far cadere le matite.

  

Le maestre però dicono che Giulio non è felice soltanto durante la ricreazione o quando legge (anche se lui nega con decisione), ma anche quando racconta in classe le cose che abbiamo fatto insieme a casa. Se abbiamo fatto una gita, se siamo andati al cinema, se abbiamo mangiato il kebab oppure abbiamo portato il cane a fare il bagno in mare. Per questo ci siamo sparati, sera dopo sera, tutte le ventidue puntante della serie La casa di carta, anche le parti più inadatte ai bambini, ordinandogli di coprirsi la faccia con le mani o andando avanti veloce. E infatti Giulio ogni mattina non diceva più: che schifo la scuola. Apriva gli occhi e diceva invece: mi giuri che stasera guardiamo una puntata? E alla fine ne guardavamo due o tre, e lui ha sempre il compito di occuparsi delle luci e del telecomando: spegni quella grande, accendi quella piccola, salta l’intro, vieni a sederti vicino a me. Nella Casa di carta c’è un cattivo, che non è completamente cattivo ma fa cose piuttosto cattive, folli, e io lo odiavo perché mi sembrava anche cretino oltre che cattivo. Si chiama Berlino. Stava antipatico a tutti, Berlino. Fa saltare i piani, disubbidisce, è inutilmente odioso con gli ostaggi della rapina. Ma alla fine, lo dico anche se non dovrei dirlo, fa un gesto immenso, e canta “Bella ciao”. Tutti abbiamo applaudito Berlino, il cane ha abbaiato e Giulio ha pianto. Si è commosso. “Perché sembrava che non gliene importasse niente di niente, e invece faceva solo finta perché ha salvato tutti”. E’ vero, faceva solo finta. Anche tu fai solo finta che non vuoi studiare mai, vero amore? No, però è vero che un po’ mi piace leggere, ma solo un po’. Ed è andato via cantando: “Morto per la libertà”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi