Un gruppo di bambini all'Havana (foto LaPresse)

Per mia figlia supererei la soglia dell'assurdo (e dell'orrore)

Gaia Manzini

Quando si diventa genitori sei costretto a capire cosa saresti in grado di fare in ogni situazione. Come il mio amico a Cuba nel 2005

E’ il 2005 e sono a Cuba. Non ho ancora figli, non penso che ne avrò mai. Ancora non conosco quell’amore totalizzante, l’amore che colonizza i pensieri e il cuore, e t’impone continuamente di riflettere sul senso del limite. Sono a Cuba con tre amici, e Paco, il nostro ospite, ci sta mostrando i suoi quadri. Tra una settimana si inaugura una mostra di giovani artisti cubani e lui è uno di loro. Il mio amico E. dice che i quadri sono bellissimi, anche R. lo dice. I. sta in silenzio, fuma. “C’è tanta luce”, fa a un certo punto. Tanta luce che filtra da un gorgo di nuvole. Io non dico niente: non voglio tradirmi. Abbiamo attraversato tutta la Sierra Maestra in macchina immaginando di essere dei guerriglieri e mai avrei pensato di ritrovarmi davanti a un anacronistico seguace di William Turner. Un pittore di ventisei anni che in realtà è un matematico con il corpo di Woody Allen e i capelli rossi e ricci di mia zia. Un ragazzo che ci ha affittato due stanze nella casa in cui vive con sua moglie Maria Luz e la sua bambina di sei anni, e si comporta con noi come se fossimo i suoi migliori amici. Non voglio che capisca che non mi piacciono i suoi quadri, perché Paco in questo momento ha tutto il mio rispetto. Quello che di solito si accorda agli eroi, o ai pazzi.

 

“E’ il ventesimo giorno che mangio pollo!”, ha detto E. due ore fa, quando ci siamo seduti a tavola. Paco ha sorriso. “Il pollo è la nostra condanna”, ha detto staccando un morso dalla coscia che aveva nel piatto. Scherzava, rideva. E più scherzava e più rideva su questa storia del pollo e più diventava furioso. E’ il 2005 e c’è ancora Fidel: qualche giorno fa ha tenuto un discorso di quattro ore e mezza. Paco non l’ha mai nominato, ma è con lui che ce l’aveva. Quando Maria Luz ha portato la bambina nell’altra stanza, si è chinato verso di noi. Ha continuato a indicare oltre il muro e ha aggiunto che alla sua niña la carne rossa lui la vuole dare. “E dagliela!” ha detto R. perplesso. Paco ha sbuffato. Non capivamo il punto. E il punto era che la carne rossa, quindi le mucche, a Cuba era proprietà dello Stato. Solo i macelli dello Stato potevano disporne per distribuirla tra i ristoranti e i grandi alberghi per turisti.

 

“Quindi i cubani non hanno diritto di mangiare carne rossa?”, ho chiesto.

“No. Ma noi il diritto ce lo prendiamo comunque”, ha detto Paco abbassando la voce.

 

Non si poteva far scomparire una mucca dal pascolo, perché i controllori del governo se ne sarebbero accorti. Alla mucca, però, poteva capitare qualcosa d’imprevisto: un incidente, per esempio. Nessuno – a cose fatte – avrebbe potuto dire niente. Il discorso si faceva più interessante: tutti e quattro abbiamo smesso di mangiare. Ci siamo protesi verso il centro del tavolo come dei cospiratori.

 

Paco e i suoi vicini di casa si erano inventati una soluzione geniale. “Genial!”, continuava a dire. Una volta ogni tre mesi, il capostazione – loro amico e complice – li avvisava telefonicamente quando l’unico treno dell’unica ferrovia stava per passare a qualche chilometro da lì. Uscivano in tutta fretta di casa, stando attenti a non farsi vedere da nessuno. Il primo a essere avvisato era sempre l’uomo che in quella zona si occupava delle mucche di Stato. Ricevuta la telefonata, prendeva con sé l’animale più docile e, trovato un punto lontano dal centro abitato, faceva sdraiare la mucca. La legava ai binari. Gli altri se ne stavano nascosti tra i cespugli aspettando l’impatto. Un secchio in mano, un lenzuolo per coprire il secchio. Gli occhi attenti a intercettare in volo il pezzo migliore della povera mucca e a scovarlo poi nell’erba. Ognuno di loro se ne tornava a casa con otto/dieci chili di manzo squartato, l’adrenalina in corpo, le extrasistoli che scassavano il torace. Ogni volta ognuno di loro rischiava venticinque anni di galera. Ma per veder crescere la propria figlia sana e colorita questo era il minimo.

 

Siamo rimasti immobili, abbiamo guardato Paco senza riuscire a dire niente. Almeno fino a quando non ha iniziato a parlare dei suoi quadri.

 

Quando, tredici anni fa, il matematico cubano ha confessato a me e ai miei amici quello “stratagemma della mucca”, ho provato rispetto per lui, anche se il suo mi è sembrato un racconto terribile. Dopo tredici anni ho cambiato idea. Non farei mai del male a un animale, in questo senso l’orrore per la povera mucca rimane lo stesso di un tempo, ma sento una complicità nuova con l’amico cubano, una complicità che prima non avevo avvertito. E questo perché oggi c’è mia figlia. Un figlio ti fa attraversare di continuo la soglia dell’assurdo. Sei costretto a capire cosa saresti in grado di fare in ogni situazione, davanti a ogni problema, davanti a ogni dilemma. In ogni momento ritocchi la geografia di te stesso, delinei nuovi confini. E ogni volta parti per un nuovo viaggio, ma senza bagagli.

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