Com'è il lavoro a 5 stelle?

Reddito di cittadinanza e dirigismo. Girotondo di opinioni sul programma di governo grillino

14 Marzo 2018 alle 16:46

Com'è il lavoro a 5 stelle?

Foto LaPresse

Le riforme tra candore e realtà

Il commento di Elsa Fornero, economista all’Università di Torino ed ex ministro del Lavoro

 

La cosa che più mi ha colpita nel leggere il documento sul lavoro scritto da Pasquale Tridico è il “candore” di fondo su cui poggia la fiducia nell’efficacia delle soluzioni proposte. Anzi, debbo correggermi: efficacia è un biasimevole termine economico, privo di buoni sentimenti, mentre nel linguaggio di oggi dovremmo dire la fiducia “nella capacità di risolvere i problemi dei cittadini”. Come se bastasse una legge “giusta”, come se chi ci ha provato in passato (da Treu a Biagi, da Sacconi a Renzi, passando per la sottoscritta) non mirasse egualmente a perseguire il bene dei cittadini, aumentando e stabilizzando l’occupazione; come se le politiche per facilitare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro (con l’apprendistato) e il reinserimento di chi ha l’ha perso (con politiche attive, formazione permanente, certificazione) si proponessero chissà quali oscuri disegni. Come se i problemi dei cittadini fossero distribuiti uniformemente e non invece spesso in conflitto di interessi, anche tra le diverse generazioni.

 

Intendiamoci, gli obiettivi indicati sono (quasi) tutti buoni in sé: l’introduzione di un reddito minimo (chiamato di “cittadinanza” senza che lo sia e che, nella descrizione delle condizioni per ottenerlo, sembra molto simile a quello attuale “di inserimento”, anche se più esteso); gli investimenti in settori ad alta intensità di lavoro e, ovviamente, di lavoro produttivo (gli economisti “senza cuore” parlerebbero di alto “valore aggiunto”), che richiedono indubbiamente snellezza di procedure, ma anche minore corruzione ; il salario orario minimo per combattere lo sfruttamento e quindi, indirettamente, gli imprenditori disonesti che se ne avvalgono, ma che potrebbe anche mettere fuori mercato molti imprenditori onesti; il patto di produttività programmato tra lavoratori (sindacati?), governo e imprese (sulla scia del recente accordo Confindustria-sindacati?) e, da ultimo, la gestione “politica” della robotizzazione, con la riduzione di orario a parità di salario. Avrei aggiunto la cancellazione del gap occupazionale e retributivo di genere, ma non si può avere tutto.

 

All’elenco si possono naturalmente fare molte obiezioni in termini finanziari: mancano le risorse e i modi in cui si propone di superare il problema faranno verosimilmente aumentare il debito, e conseguentemente il rischio paese. E i rischi finanziari possono aumentare in modo repentino e condurre a brusche frenate, com’è già successo nel 1992 e nel 2011. Ma non è questa l’obiezione che voglio fare. La mia obiezione sta piuttosto nella sottostante visione delle riforme, come una sorta di toccasana che una volta uscito dal Parlamento produce risultati immediati. Non è così: le riforme sono un processo complesso non tanto dal punto di vista tecnico quanto dal punto di vista sociale. Le riforme sono fatte per cambiare atteggiamenti, aspettative, convinzioni, comportamenti. Dei cittadini, delle imprese, delle istituzioni, incluso l’apparato burocratico dello stato. Senza questi cambiamenti anche le migliori riforme appassiscono o creano immediato scontento, richieste di modifiche, nuove riforme, cambi di governo, in un circolo vizioso già troppe volte sperimentato dal paese.

 

Forse cambieremo davvero quando avremo un governo che anziché promettere soluzioni di rottura per problemi antichi dicesse pacatamente “cerchiamo di far funzionare meglio ciò che già c’è e di correggere ciò che non funziona”. Una piccola ricetta che però presuppone una coesione e un senso istituzionale non molto presenti nel nostro paese e certamente assenti nella campagna elettorale e in questi primi giorni dopo il voto.

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