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Contro Shakespeare, genio senza un minimo di buon gusto

Matteo Marchesini

Un saggio sulla critica aspra di Voltaire al drammaturgo inglese, tra motivi personali, artistici e politici

Tra il Rinascimento e il diciottesimo secolo, Dante non è al centro del canone. Sembra un grande spirito imprigionato in una cultura ancora rozza. A metà Settecento, il gesuita Bettinelli lo paragona al latino Ennio, che considera un embrione di Virgilio, e deplora che una manciata di bei versi si trovi “in mezzo a tanta oscurità e stravaganza”. Voltaire gli scrive approvando. Il patriarca di Ferney sta a sua volta combattendo contro un barbaro d’ingegno, William Shakespeare. Algarotti, che lo sostiene, dà il ruolo di Ennio all’inglese, e fa del Voltaire drammaturgo, che ne riprende qualche tratto, un più maturo Virgilio. La lotta è anche fascinazione. Su questo rapporto ambiguo Laterza propone ora “Voltaire contro Shakespeare”, un bel saggio di Mara Fazio. Nell’esilio londinese, spiega l’autrice, il giovane Voltaire scopre l’effetto che può avere un poeta geniale, “pieno di forza” e “senza la minima scintilla di buon gusto”. Il francese storce il naso davanti al miscuglio shakespeariano di tragico, comico e inverosimile, ma è conquistato dal dinamismo. A Parigi i drammi sono tutti testo, statici e mentali; lì invece l’azione dà corpo alla parola. Se gli inglesi eccedono nell’orrore, i suoi connazionali rischiano di non arrivare nemmeno alla tragedia “nel timore di oltrepassarne i limiti”, e spesso la sostituiscono con “lunghe conversazioni d’amore”. Tornato in patria, Voltaire prova a colare un po’ di sangue shakespeariano negli stampi di Corneille, come si vede tra l’altro in quella “Zaïre” che deve non poco a “Otello”.

 

Ma dopo il 1760 l’atteggiamento di mediazione si trasforma in un’ostilità via via più aspra. In parte il cambiamento dipende da ragioni geopolitiche. Uscendo vittoriosa dalla Guerra dei sette anni, l’Inghilterra rafforza l’egemonia politica con quella culturale. Nel 1765, stampando l’edizione critica del bardo, Johnson sostiene che la sua opera non va purgata ma presa intera, perché è uno specchio che riflette con straordinaria precisione la varietà della natura. Passa un decennio e un’edizione critica si pubblica anche in Francia. A questa altezza Voltaire riformula il vecchio proposito di dividere il grano dal loglio in uno stile assai greve: “Sono stato io a mostrare per primo ai francesi qualche perla che avevo trovato nel suo enorme letamaio”, scrive rabbioso di Shakespeare. Ora giudica quel poeta selvaggio peggio di Gille, la maschera da fiera: è robaccia buona per la canaglia. Lo indigna un teatro dove i re si ubriacano con i buffoni. Paragona Corneille e Shakespeare rispettivamente a un signore e a un popolano. La paura che alla Francia tocchi il destino dell’Italia fa emergere in Voltaire il nazionalismo e lo snobismo tipici dei francesi di qualunque ideologia.

 

Nelle questioni di gusto, il profeta della tolleranza religiosa diventa un fanatico. Ma la sua è soprattutto una guerra personale. Perché Voltaire non è solo il pamphlettista anticlericale, il borghese che intuendo il rapporto tra speculazione filosofica e speculazione finanziaria si crea a Ferney un piccolo stato-azienda indipendente. Voltaire è anche il poeta che vuole avere la migliore reputazione a Parigi, e che perciò dipende dagli umori del mondo aristocratico. Non a caso, pur ammirando le istituzioni inglesi, si guarda bene dal proporle per la Francia. Come ricorda la Fazio, le sue battaglie non sono politiche ma civili. Questa ambivalenza è il ponte che divide e unisce il philosophe anticonformista e il letterato conservatore. Nella poesia Voltaire esige gerarchie e strutture razionali, rifiutando un’oscurità che gli appare come il corrispettivo estetico della superstizione. Aspira a rimanere idealmente nella Parigi del Grand Siècle, che dopo Atene, Roma e Firenze è stata la capitale della classicità; e lotta perché le sue tragedie, figlie di questa capitale, non vengano escluse dal canone maggiore. La battaglia contro Shakespeare è quindi una battaglia in difesa del suo teatro, che oggi nessuno più conosce, ma in cui per sessant’anni cercò quella che considerava la vera gloria, proprio come oggi molti la cercano nel romanzo. La sua ira senile contro Shakespeare ignora i motivi morali del vecchio Tolstoj: dipende dalla consapevolezza che una concezione estranea della poesia sta per sconfiggerlo.

 

Nell’universo fuori squadra descritto dalla scienza moderna, l’ordine classicistico non ha più radici come non le hanno i re, e la tragedia concepita secondo le unità aristoteliche diventa una pura convenzione. I drammi francesi sono un giardino artificiale ben potato, Shakespeare è la viva foresta del mondo: i suoi intrecci somigliano già a romanzi e i suoi monologhi alla lirica moderna. Per questo piacerà ai romantici, che oppongono il genio al gusto, il fosco sublime al decoro, la Kultur alla Zivilisation, e la libertà espressiva al lavoro sulla rima, separando l’arte dall’artigianato. Del resto, neppure Voltaire crede più a un elemento essenziale della tragedia classica: il fato. La sua mente è ormai moderna, ovvero antitragica.

 

Oggi anche la modernità si è consumata, e non ci soddisfa neppure la rappresentazione varia e tragicomica della vita quotidiana: puntiamo su parodie iperironiche o su situazioni iperpatetiche. Forse con la democrazia finisce anche l’epoca della mescolanza stilistica? Viviamo in un mondo di piccole corti che s’ignorano, ognuna con la sua etichetta esclusiva – un mondo di classicismi senza centro, cioè paradossali. La sfiducia nella Storia ci rimette di fronte al fato, ma non abbiamo un linguaggio adatto a evocarlo. Forse però la rapidità assurda con cui, nella nostra giornata, s’alternano futilità e clamorosi colpi di scena, più che a Shakespeare fa pensare a “Candido”, che come ricorda la Fazio è la più shakespeariana delle opere di Voltaire. A differenza delle tragedie, infatti, qualcuno continua a leggerlo.