Teatri di paura

Nicola Fano

Con la pandemia è andata in scena una nuova inquietudine. Catalogo aggiornato del nostro immaginario, trasformato per sempre

Non è andato tutto bene, come saggiamente titolava il Foglio nel pieno della pandemia, ma in compenso – tolti guanti e mascherine – possiamo tranquillamente dire che non è cambiato niente? Non è cambiato niente in apparenza, probabilmente, perché sotto qualcosa è cambiato eccome. Ed è la percezione della paura; l’oggetto stesso della paura. Sulla salute (ovverosia sulla vita e la morte) non si scherza, quindi è successo qualcosa di profondo che, forse, per il momento non ha lasciato tracce in superficie: quando dovremo guardare nel fitto delle nostre emozioni, probabilmente ce ne accorgeremo. E’ come se avessimo finalmente lasciato alle nostre spalle una concezione romantica, ottocentesca della paura, tutta mostri e serial killer, perché la differenza con il passato è che il “mostro” che ha messo alle corde per qualche settimana le nostre certezze non ha identità né faccia. Non è il Minotauro, non è Landru, non è la “saponificatrice di Correggio”: non ha il profilo spigoloso né la barba fitta, non ha un occhio solo come Polifemo né tre teste come Cerbero. Non ha nemmeno un nome, semmai una sigla impersonale, un acronimo pseudo-scientifico come i pianeti lontanissimi. E invece, il Covid-19 è vicinissimo e per definirlo in società abbiamo fatto ricorso a un appellativo inventato e letterario, coronavirus. Il re dei malanni.

 

Il fatto è che questo nuovissimo aggressore è informe e senza identità. Dopo mesi, non abbiamo neanche capito bene dove sia annidiato, esattamente. Nell’aria, nelle polveri sottili, nelle particelle di fiato, in un colpo di tosse: la paura ci ha autorizzato a guardare chiunque con sospetto. Le stesse foto che la scienza ci ha fornito non sono servite a nulla: il virus sembra una di quelle pallette spinose che si vendono per far giocare i cani. E invece è un mostro senza nome e senza identità di fronte al quale è difficilissimo nascondersi o difendersi. Per esempio, i giovanotti dell’apericena hanno detto che il Covid aggredisce solo i vecchi: una scorciatoia comprensibile, perché così almeno si può identificare “la vittima che non siamo mai noi”. Il vecchio, che è vinto per definizione.


Nell’aria, nelle polveri sottili, nelle particelle di fiato, in un colpo di tosse: la paura ci ha autorizzato a guardare chiunque con sospetto


 

Questo lunga premessa serviva per arrivare a dire che l’unica cosa cambiata davvero in questi mesi (che ci sembra di aver già dimenticato) è il modo di vivere la paura: bisognerà tenerne conto, da qui in avanti, per esempio, quando si farà teatro, quando si scriveranno racconti o romanzi, quando si gireranno film. Perché teatro, letteratura e cinema vivono di immaginario collettivo ed è proprio questo ciò che ha subito una modificazione importante. Ma solo relativamente al catalogo delle paure. Nel senso che ora ce n’è uno nuovo, di catalogo, da compulsare: adesso è spuntata una nuova categoria di angosce.

 

Mi è stato chiesto sovente, nelle settimane appena passate, che cosa cambierà nel teatro, per esempio. Cambierà il modo in cui il pubblico accetterà o meno delle scene che vertono sulla paura. Si potrà ancora recitare la cena di Macbeth con il fantasma di Banquo lì accanto come se la paura fosse quel volto bianco come uno straccio (l’indicazione specifica è contenuta nelle stesse battute di Shakespeare)? Sicuramente sì, ma bisognerà inventare qualcosa di nuovo per renderla credibile: quando finalmente potrò tornare in platea, mi piacerebbe vedere un gruppo di giovani attori misurarsi con questo problema. Fin qui, esistevano due tipi di paure: una con una sua precisa personalità e una senza volto ma al tempo stesso ben definibile (grazie alla psicologia, grazie alla psicoanalisi). E invece, in questi mesi siamo andati oltre: è comparsa una paura che non solo non ha volto, non ha nemmeno nome né personalità specifica. E’ mutato? S’è indebolito? Dorme sonni pericolosi come un vulcano? Non si sa. Non è come temere il futuro, per esempio, o angosciarsi per la pericolosità di una società improntata su modelli maschili (sono due esempi non casuali, come si vedrà alla fine): è un’altra cosa.


Al primo fantasma di Banquo aggiornato e corretto quella sensazione sgradevole di ignoto tornerà a galla


 

Andiamo con ordine e partiamo dalle paure dall’identità certa, quelle che probabilmente sarà più difficile portare in scena dopo il Covid così come sono state descritte dagli autori. Emone teme il padre Creonte (nell’Antigone di Sofocle) quando decide di tentare di persuaderlo a non condannare Antigone perché il popolo di Tebe non glielo perdonerebbe. Dalla sua, oltre a un affetto atavico, Emone ha solo la ragionevolezza per difendersi. Ma la sua ragion di stato che non è la stessa di Creonte. Eppure il suo “mostro” ha nome, cognome e ruolo preciso nella sua vita. Sennonché, può affrontarlo direttamente (in una delle scene più belle del teatro di ogni tempo, per altro). Ne uscirà sconfitto perché Creonte, accecato dalla debolezza del suo potere, non saprà o non vorrà ascoltarlo. Paura ben riposta, dunque, quella di Emone, che il destino si incarica di celebrare con la morte (il suicidio, per l’esattezza, ché non c’è maggiore affermazione di sconfitta, secondo il canone greco). E’ come il Barbablu della favola seicentesca di Perrault. Nome e cognome. Stavolta, a salvare la giovane moglie del mostro interverrà la forza giovane di due fratelli della vittima designata. Perché non importa la soluzione, ossia non importa se il “pauroso” sopravvive o soccombe: conta la sua reazione, conta se è consapevole della sfida oppure no. E noi, quanto siamo stati consapevoli della sfida che la natura ci ha lanciato con il virus? Ammesso che sia davvero così, poi.

 

Di paure personalizzate è tappezzata anche una certa letteratura delle malattie: Violetta sa che deve temere il mal sottile. C’è un romanzo, struggente, di Lars Gustafsson, Morte di un apicultore, che racconta per filo e per segno il senso della battaglia finale contro un nemico implacabile (valga per i tanti che affrontano il medesimo tema). Ma anche questi sono mostri ben identificabili: la tisi, nel caso della Traviata; il cancro, nel caso di Gustafsson. Sono paure, per così dire, rassicuranti; perché danno al timoroso la possibilità di essere combattute a viso aperto. E quando il mostro non ha un nome preciso, si può sempre darglielo con un processo di transfert. Edipo, per esempio, ha paura della propria inadeguatezza, del ruolo infame che il destino gli ha riservato (“ucciderai tuo padre e andrai a letto con tua madre”, gli dice Febo quando egli crede che il padre e la madre siano il re e la regina di Corinto). Si tratta di un mostro senza nome, senza apparente identità precisa. Però Edipo aggira il problema trasferendo la sua ansia volta per volta su qualcuno adatto a questo procedimento. L’ultimo transfert, in ordine di tempo, lo fa su Tiresia. E’ cieco, è vecchio, è un indovino, ha un passato da femmina e un presente da maschio: Tiresia ha tutto per essere un mostro perfetto (Andrea Camilleri, nella sua ultima apparizione pubblica, ne fece una vittima molto più ambigua, e forse non aveva tutti i torti, a vedere come sono andate le cose in questo nostro disgraziato 2020).

 

Ma i greci avevano una concezione elastica (nel senso buono) degli dèi: a leggere le tragedie classiche si ha l’impressione che essi siano più che altro una materializzazione del senso del limite che una società sana deve sempre autoimporsi. Le paure che essi trasmettono hanno qualcosa a che vedere per metà con il buonsenso e per metà del confine inevitabile di ogni libertà. Lo stesso spavaldo uso dell’arbitrio da parte delle divinità, così come le liti grossolane, quasi capricciose, che consumano al loro interno (pensate al processo a Oreste nelle Eumenidi di Eschilo, con Apollo che sovente perde le staffe di fronte alla grettezza dell’argomentare delle Erinni) non sono che maiuscole concessioni allo spettacolo. Gli uomini soffrono mentre gli dèi se la ridono: ad applaudire al teatro di Dioniso c’erano gli uomini, mica gli dèi; e i teatranti per un applauso farebbero qualunque cosa.


Che cosa cambierà nel teatro? Di certo il modo in cui il pubblico accetterà o meno delle scene che vertono sulla paura


 

Poi ci sono le paure che servono a creare un nemico. Un meccanismo che va di moda da millenni, da quando scaltri poteri hanno capito che governare le ansie della comunità è il modo migliore per mantenere saldi i propri privilegi e la presa sul consenso. Anche qui, può essere utile slittare di lato, guardare la pagliuzza altrui per mettere in ombra la trave propria. C’è uno sketch di Totò – degli anni Trenta, pieno fascismo – che irride un ladruncolo americano chiamato Al Gallina. Il comico napoletano, naturalmente, giocava con ciò che nell’immaginario popolare significava Al Capone, “il nemico pubblico numero uno”. Ma questo Al Gallina era uno scemo, parlava un inglese maccheronico che lo portava a storpiare in modo comprensibilmente napoletano i lemmi inglesi (e qui sta il maggior motivo d’interesse di questo sketch); e, soprattutto, sembrava più un disgraziato italiano che un grande mafioso americano. Forse, alludeva a una paura derivante dal fatto che era terribilmente simile allo stesso pubblico che rideva dei suoi sfondoni linguistici. Totò concretizzò questa teoria nella famosa equazione “Menami pure, io mica so’ Pasquale!”: basta poco per allontanare da sé la paura, a patto che essa si materializzi in qualcosa di preciso, un nome, un Pasquale qualunque. Abbiamo fatto così anche noi in questi mesi: il Covid prende sempre gli altri, io mica so’ Pasquale. Ma non è che ci sia riuscito così bene: non siamo tutti Totò.

 

Poi c’è l’altra categoria, ci sono le paure impersonali, quelle che talvolta hanno nome ma mai un volto preciso. Una invenzione molto novecentesca. Nel primo romanzo di Samuel Beckett, Murphy (“Il sole splendeva come sempre sul niente di nuovo”, è il significativo incipit) il protagonista eponimo non riesce a immaginare un futuro accettabile per sé. E allora blandisce le sue paure con una sorta di trance: si chiude in casa, si lega alla sedia a dondolo e culla il vuoto di sé come se fosse l’unica meraviglia consentita dalla vita. Tra l’essere e il non essere, Murphy preferisce la sedia a dondolo. Ma la sua paura ha un nome, almeno: carenza di futuro. La letteratura del Novecento è disseminata di antieroi che vivono la stessa difficoltà. Pensate al protagonista roditore del racconto La tana di Franz Kafka: chi legge non sa bene chi e che cosa sia, ma sa che egli trascorre il suo tempo a costruire una fortezza sotterranea per sfuggire a un nemico che non c’è, un nemico invisibile che potrebbe aggredirlo da un momento all’altro. Il Covid? Macché! È paura di se stesso e del vuoto che l’assenza di sé genera nelle persone deboli di immaginazione. A me, questo roditore con una forte vena artistica (per come costruisce la sua sotterranea tana fitta di gallerie) ricorda le marmotte: sempre lì a richiamare il prossimo con fischi assordanti ma pronte a fuggire in tana, alla prima apparizione del prossimo. Solitarie, le marmotte, come il protagonista del racconto di Kafka. Come noi durante il lockdown.

 

In tema di paura impersonale, c’è da ricordare una bellissima commedia di Harold Pinter: si chiama Il calapranzi. Racconta di due tipi – due gangster – che in una cantina aspettano le indicazioni del capo per agire. Ma, invece dell’ordine, arrivano le ordinazioni di un calapranzi, appunto; ossia, quei montacarichi che, una volta, collegavano le cucine nei seminterrati dei ristoranti alle sale ai piani superiori; e tramite i quali i camerieri facevano scendere le comande mentre i cuochi facevano salire le pietanze pronte. Qui, nella commedia di Pinter, l’eventuale cucina è in disuso perché l’eventuale ristorante è chiuso: chi può mandare ordinazioni attraverso quel calapranzi? I due, atterriti, spediscono su quel che hanno, a casaccio, ma il calapranzi continua a reclamare piatti sempre più complicati… La reazione dei due è opposta: uno si innervosisce e inveisce contro il calapranzi e contro il destino, l’altro non se ne preoccupa, cerca di conviverci. Finché arriva una telefonata con il vero ordine: il gangster rimasto calmo uccide il gangster nervoso. Il calapranzi è lo straniero, l’“extracomunitario”, il diverso da noi: chi trova una mediazione, sopravvive; chi si fa travolgere dalla paura, soccombe.


Le paure che servono a creare un nemico. Un meccanismo che va di moda da millenni. E quelle impersonali, senza un volto preciso 


Eppure, la discesa negli inferi della psicologia del terrore non è una scoperta novecentesca. Le donne di Ibsen, per esempio, Nora Helmer di Casa di Bambola, Hedda Gabler del testo omonimo, avevano paura di qualcosa di molto preciso che pure non sapevano chiamare né identificare esattamente: una società governata da convenzioni da maschi. Le due soccombono non per le dette convenzioni (ché basterebbe adeguarsi, dicono loro i maschi…) bensì per l’incapacità di dare un nome alla propria paura. Giusto come le Tre sorelle di Cechov le quali, per non mettere gli occhi sul futuro (che non hanno), parlano solo al passato. Ricordano per non vivere, semplicemente perché hanno paura di vivere. Meglio progettare un viaggio a Mosca che tanto non faremo mai...

 

Ecco, è tutto questo ciò che è cambiato: siamo andati oltre la psicologia del dramma borghese. Non ci sono mostri da cinema horror, né dèi vendicativi né ossessioni psicoanalitiche che reggano. Ci è rimasta l’inquietudine per un nemico senza parole, senza faccia, senza morale (almeno lui, ucciderà i meno giusti?, neanche questo ha fatto, il Covid): è come un’inquietudine per la parte sconosciuta di noi stessi. L’abbiamo apparentemente digerita restandocene buoni buoni chiusi in casa per qualche settimana, poi l’abbiamo velata sotto guanti e mascherine mentre adesso, fase tre, stiamo riuscendo a scansarla dalla nostra quotidianità (“è andato tutto bene…”). Ma, ne sono sicuro, al primo fantasma di Banquo aggiornato e corretto, al primo calapranzi arricchito da nuove, inedite simbologie, quella sensazione sgradevole di ignoto tornerà a galla. Perché è cambiato il nostro immaginario. E sarebbe buona cosa tenerlo presente. Anche perché, sapete come sono gli attori: certe cose le capiscono prima. E in questo caso capiranno prima di tutti che lo spettatore avrà più paura del proprio vicino (e della sua tosse, proverbiale in platea) di qualunque altro mostro.

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