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Quando la borghesia abbandonò Giolitti per rifugiarsi sotto l’ala di Mussolini

"Perché l’Italia diventò fascista”, il libro di Bruno Vespa

6 Novembre 2019 alle 11:32

Quando la borghesia abbandonò Giolitti per rifugiarsi sotto l’ala di Mussolini

Foto LaPresse

“Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare)” è il titolo del nuovo libro di Bruno Vespa in uscita il 6 novembre per Mondadori/Rai Libri (349 pp., 20 euro). I primi otto capitoli sono dedicati all’ascesa al potere di Mussolini (1919-1922) e alla trasformazione della “democrazia autoritaria” in dittatura (1923-1925). Gli ultimi quattro all’ascesa del sovranismo in Europa e ai retroscena del passaggio dal governo Conte 1 al Conte 2 fino alle polemiche nella maggioranza successive al clamoroso successo del centrodestra in Umbria. Pubblichiamo un estratto sulla nascita dello squadrismo.


 

Accadde qui un fenomeno curioso: a mano a mano che le violenze della sinistra nei campi e nelle fabbriche diventavano meno pericolose, possidenti agrari e classe borghese urbana si attrezzavano per evitare che la rivoluzione esplodesse di nuovo, attivando quella che Tasca chiamò “controrivoluzione postuma e preventiva”. Al nemico tradizionale (socialisti e sindacalisti della Cgl) si affiancavano ora la sinistra cattolica del partito di Sturzo e, dal gennaio 1921, il Partito comunista d’Italia.

 

Ai nuovi sostenitori di Mussolini si aggiunsero gruppi di giovanotti che non avevano fatto in tempo ad andare al fronte, ma si comportavano come se ci fossero andati per forza ideale e prontezza di mano. Si formarono così i primi nuclei di quello che sarebbe passato alla storia come lo “squadrismo fascista”. Paradossalmente, lo squadrismo si conquistò subito sul campo una legittimazione istituzionale. Milza ricorda il caso del comandante del corpo d’armata di Bari che, nel settembre 1920, inviò ai comandi periferici una circolare apparentemente mirata alla raccolta di informazioni sulle squadre fasciste, che in realtà venivano sdoganate e utilizzate come “forze vive da contrapporre eventualmente agli elementi antinazionali e sovversivi”. Nonostante quell’ufficiale fosse stato sconfessato dai comandi superiori, tra la fine del 1920 e la marcia su Roma (ottobre 1922) si saldò un’evidente solidarietà operativa tra corpi armati regolari e squadristi. In poche righe, Paolo Monelli – che certo non è tra gli ammiratori del Duce – spiega le ragioni che nel giro di pochi mesi portarono Mussolini dalla sconfitta alla vittoria: “Scioperi a catena, torbidi, assalti a treni e caserme, occupazioni di città e di fabbriche, eccidi, goffi esperimenti rivoluzionari (a Bologna si proclamò solennemente il Soviet, a Viareggio e in certi paesi del Valdarno furono emessi francobolli e monete bolsceviche); e a cominciare dal 1920 la reazione sempre più viva delle squadre fasciste”.

 

E Giolitti? Da vecchio, esperto micione liberale e trasformista – come esigono le dure regole della politica – faceva le fusa ai partiti avversari nell’illusione di ingoiarli in un solo boccone al momento opportuno. Le fusa erano (e sono rimaste) l’invito alle opposizioni di partecipare agli affari della maggioranza. Cercò in questo modo di tenersi buoni i cattolici e una parte dei socialisti, e la stessa cosa provò con Mussolini: da un lato voleva usarlo per insidiare la sua vecchia famiglia di sinistra, dall’altro per tenere a bada – ove necessario – gli eccessi delle piazze e anche di d’Annunzio, che il capo del fascismo stava di soppiatto abbandonando alla sua sorte fiumana. Per questo nell’ottobre 1920 Giolitti fece a Mussolini il gran regalo di associarlo al “Blocco nazionale”, presentato alle elezioni amministrative. Convinto com’era che il fascismo sarebbe stato un fenomeno di breve durata, utile a spazzare la casa senza la pretesa d’abitarvi, perché non dargli un innocuo contentino?

 

I comuni italiani erano poco più dei 7914 di oggi. La coalizione antisocialista (fascisti compresi) vinse in 4665, i socialisti in 2022, i popolari in 1613 e i repubblicani in 27. Un quarto dei comuni italiani in mano ai socialisti era un risultato rispettabile, ma essi non seppero metterlo a frutto. Lo spirito rivoluzionario “parolaio e messianico dei massimalisti”, come lo chiama De Felice, avrebbe avuto senso solo se fosse stato accompagnato da una forte spinta rivoluzionaria. Non seppero darla e finirono per disperdersi in iniziative non coordinate, spesso di spirito anarchico, “in conati disordinati e inutili che misero a repentaglio ordine pubblico e pace sociale, ma mai la struttura dello Stato”. I borghesi, vista la legittimazione “istituzionale” di Mussolini garantita da Giolitti, mollarono il “mestatore di Dronero”, come lo chiamava d’Annunzio, per rifugiarsi sotto l’ala del capo fascista. Fu così che le squadre nere cominciarono a bastonare gli uomini simbolo delle leghe rosse dalla pianura padana alla Toscana. In quelle zone, scrive Emilio Gentile in Fascismo, “il partito socialista e le leghe rosse erano giunti a esercitare un controllo quasi totale sulla vita politica ed economica, spesso adoperando metodi vessatori e intolleranti verso i ceti borghesi e talvolta verso gli stessi lavoratori. Per questo motivo, l’offensiva antiproletaria dello squadrismo, condotta all’insegna della difesa della nazione e della proprietà, fu accolta da tutti i partiti antisocialisti come una ‘sana reazione’ contro le violenze massimalistiche. Ciò consentì al fascismo di accreditarsi come difensore della borghesia produttiva”.

 

Pietro Nenni, naturalmente, la vede all’opposto. Scrivendo dall’esilio francese, afferma che “l’agrario e il contadino arricchito dalla guerra sono animati da un odio fanatico contro i braccianti ed i contadini poveri che non osano rivendicare, a loro volta, il diritto alla terra fecondata dal loro sudore. L’operaio è denunciato come un nemico. Contro il movimento operaio tutto diventa lecito, anche atti e delitti dei quali l’umanità porterà per sempre il lutto”. Nenni sostiene di non capire “la capitolazione dei pubblici poteri di fronte allo scatenamento delle passioni faziose”.

 

La sua tesi è questa: alla fine del 1920 lo Stato costituzionale era vittorioso. Aveva ottenuto che gli operai uscissero dalle fabbriche e d’Annunzio da Fiume. La crisi finanziaria era in miglioramento. Il paese stava guarendo dalla nevrosi della guerra. “Perché allora, dall’alto delle sue vittorie, Giolitti assisteva impotente o complice all’organizzazione del fascismo sul piano militare e allo scatenamento della guerra civile? Si illudeva egli di riuscire a convertire i socialisti alla collaborazione sotto le manganellate fasciste?”. La risposta di Nenni è: “Mistero! Una controrivoluzione di sangue rispondeva a una rivoluzione di parole…” (Vent’anni di fascismo).

 

Purtroppo, le cose non erano andate proprio così. Come abbiamo detto, Nenni era stato interventista e aveva fondato il Fascio di combattimento di Bologna, spentosi presto. Ma da giornalista e uomo politico conosceva la devastazione morale, sociale e politica dell’Italia del dopoguerra.

 

Da socialista sapeva quanti danni avevano fatto i massimalisti che controllavano il suo partito. Sarebbe stato meglio fare un “compromesso storico” con Giolitti e i cattolici, o minacciare ogni giorno i piccoli proprietari terrieri, i borghesi e anche i capitalisti che l’Italia sarebbe diventata una succursale sovietica?

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