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Ida Dalser e l'uso politico del manicomio durante il fascismo

La donna da cui il dittatore ha avuto un figlio è un esempio perfetto di ciò, oltre a essere una tessera interessante nel mosaico che rappresenta il rapporto ossessivo e parassitario del duce con le donne. Un documentario

4 Novembre 2019 alle 15:10

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“Provvedi immediatamente alla liberazione. Bada che mio figlio porta il tuo nome e il tuo sangue e nessuna losca figura ha il diritto di toglierlo. Bada che Benitino è sottoposto ai martiri più inauditi”. Così scriveva, dal manicomio in cui era rinchiusa da molto tempo, Ida Dalser a Benito Mussolini, implorandolo di tirar fuori suo figlio, loro figlio, Benito Albino, dal manicomio dove avevano rinchiuso anche lui. Lo implorava con molta autorevolezza e, come faceva tutte le volte che cercava un contatto con lui, s’arrabbiava con molta furia. La scusa che trovarono, quando la internarono, la regalò lei, su un piatto d’argento: turbava l’ordine pubblico andando a urlare sotto casa di Mussolini che era un porco, che l’aveva abbandonata, che non si occupava abbastanza di suo figlio e di sua moglie. Delle due procedure che venivano utilizzate per sbattere in manicomio chiunque desse fastidio al regime, sciupandone l’immagine o contestandone l’operato e la forma d’essere, quella che venne usata per lei, quella “d’urgenza” era la più semplice: bastavano un certificato medico e un’ordinanza di pubblica sicurezza. L’uso politico dell’istituto manicomiale durante il fascismo è il punto intorno al quale è costruito “Il regime della follia”, un documentario che andrà in onda per la prima volta questa sera alle 21 su History (regia di Vichie Chinaglia e Daniele Napolitano; contributi scientifici di Mauro Canali, storico del fascismo, Alice Graziadei, ricercatrice studiosa di Dalser, Matteo Petracci, ricercatore in storia contemporanea).

 

Già durante la prima guerra mondiale, e soprattutto subito dopo, i manicomi presero ad avere un ruolo socio-politico: ci finirono moltissimi reduci, che tornavano dal fronte enormemente cambiati, a volte irriconoscibili, e molto spesso del tutto incapaci di reinserirsi nella vita quotidiana, sotto choc in modo insanabile. Erano feriti a morte inadatti, inadeguati, la cui presenza tra “i sani” era considerata deleteria. Allo stesso modo, e cioè per uno scopo di “bonifica sociale”, tutti coloro che, durante il regime, apparivano “devianti” o “deviati” – prostitute, omosessuali, dissidenti, mendicanti – finivano internati. Il fascismo non poteva accettare né scandali né pericoli pubblici, esempi sbagliati, persone che in qualche maniera, anche soltanto con il loro corpo, con la loro storia personale, dessero testimonianza di una tossicità a cui li esponeva il tempo presente, l’assetto sociale, di una ingiustizia cui li sottoponeva lo stesso governo che avrebbe dovuto, invece, tutelarli.

 

Ida Dalser è un esempio perfetto in questo senso, oltre a essere una tessera interessante nel mosaico che rappresenta il rapporto ossessivo e parassitario di Benito Mussolini con le donne. Lo spiega bene Alice Graziadei: prima dell’ascesa al potere, frequentò soltanto ragazze e signore altolocate, molto ben inserite specialmente nell’ambiente intellettuale e politico, che potessero aiutare (e che di fatto aiutarono) la sua ascesa; dopo aver preso in mano il paese, invece, Mussolini ebbe esclusivamente rapporti fugaci, insignificanti, che gli servivano solamente a soddisfare il suo piacere.

 

Ida Dalser la conobbe a cavallo di questi due momenti ed è anche per questo che in molti credono che sia stata la sua prima moglie (è quasi sicuramente un errore, la stessa Dalser si firmò sempre come nubile nei documenti, compresi quelli giudiziari). In verità, Dalser con Mussolini ebbe un figlio, nel 1915, che lui riconobbe e che però non amò mai, a differenza sua, che ne fece una ragione di vita e di lotta contro quel padre assente, che in loro due vedeva lo scandalo, il rischio di fango sulla sua figura splendente. Sperò, Mussolini, che riconoscendo Benito Albino avrebbe tenuto buona sua madre, ma niente: Ida Dalser lo tormentò finché ebbe aria nei polmoni, per strada, sotto casa, sotto i suoi uffici, persino dal manicomio (non sapeva, povera Ida, due cose: che il responsabile del suo internamento era proprio il padre di suo figlio e che, soprattutto, le sue lettere non venivano mai consegnate al destinatario). Prima di venire rinchiusa per sempre, lo trascinò in tribunale per ottenere l’affidamento del bambino e gli alimenti: vinse. Accusò anche Mussolini di averla sedotta e abbandonata, ma su questo i giudici non le diedero ragione – lei, naturalmente, ne fece un’ulteriore ragione di accuse da urlargli in faccia, ovunque riuscisse a incontrarlo.

 

È una storia terribile, piena di fantasmi. Piena di eroi. Piena di follie assai probabilmente irriproducibili, oggi. E che fortuna. E quindi piano, diamine, quando diamo dei fascisti a certuni omuncoli.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    11 Novembre 2019 - 12:12

    Francamente non mi pare che quanto detto sopra sia definibile come uso politico del manicomio. E' una storiella che circola da un po' ma che rientra nella solita politica di riesumazione del fascismo a cui attribuire tutte le schifezze possibili per screditare chi non si riconosca nella sinistra. Parliamo piuttosto dell'uso politico del manicomio nell'Unione sovietica di Breznev: una delle vittime, Bukovskij, è morta pochi giorni fa. Qualcuno in Italia ne sa niente?

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