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L'ultima (stupida) intervista di Eshkol Nevo

Sbirciare da dietro una porta socchiusa la vita nella sua intimità, tragedia, comicità e decadenza

3 Novembre 2019 alle 06:00

L'ultima (stupida) intervista di Eshkol Nevo

Eshkol Nevo, “L’ultima intervista” (Neri Pozza)

Non le capita mai di aver paura che sia finita, niente più idee, ha perso l’ispirazione? 

 

Ho paura di perdere l’ispirazione. Ho paura di perdere Dikla. Ho paura di perdere i bambini perché ho perso Dikla. Ho paura di perdere Ari. Ho paura di beccarmi un attacco cardiaco fra tre anni, all’età in cui mio padre si è beccato un attacco cardiaco. Ho paura che a differenza di lui non sopravvivrò. Ho paura che questo aereo, che mi porta dal Midwest al Medioriente, caschi nel Mediterraneo. Ho paura di un tracollo economico. Ho paura di un tracollo nervoso. Ho paura che bussino alla porta e dietro mi aspetti un poliziotto con un manganello.

Eshkol Nevo, “L’ultima intervista

(Neri Pozza)


Che gioia quando prendi in mano un libro e dopo poche pagine capisci che non potrai chiuderlo, che dovrai arrivare alla fine, leggere tutto per scoprire le ombre, i segreti, la debolezza di un uomo totalmente diverso da te che all’improvviso, grazie al calore di quella scrittura, ti assomiglia. E’ un uomo in crisi di mezz’età, si chiama Eshkol Nevo, fa lo scrittore, scrive in ebraico, va alle presentazioni, la moglie forse non lo ama più, e lui forse se lo merita, prima la mattina si svegliava felice e adesso si sveglia triste. Ha paura, è in affanno, scrive, dice bugie e dice tutta la verità rispondendo alle domande banali di un’intervista per un sito internet. Le sciocche domande di sempre (che io mi sono vergognata di avere rivolto molto spesso agli scrittori che ho intervistato): Ha sempre saputo che sarebbe diventato scrittore? Cosa la spinge a scrivere? Che tipo di bambino era? Potrebbe descrivere la sua giornata lavorativa? A queste domande si può rispondere annoiati, bruschi, compiaciuti, ma in due modi soltanto: lasciando fuori la verità, o raccontandola tutta. Eshkol Nevo, lo scrittore israeliano di “Tre piani”, “Nostalgia”, “La simmetria dei desideri”, che sa raccontare le relazioni fra gli esseri umani alla ricerca del senso di un’esistenza, ha scritto il suo libro più bello: un romanzo sotto forma di intervista, di stupida intervista, a cui lo scrittore bugiardo si aggrappa come a una corda di salvataggio, o come a un confessore. Ogni domanda è lo spunto per iniziare un racconto, un incubo, un’amicizia, un rimpianto. L’amore coniugale. Il tracollo della felicità. Lo sguardo degli altri quando è deluso, lo sguardo degli altri quando non si fidano più. Israele, Israele, Israele. Credere di impegnarsi al massimo, convincersi di essere buoni, e scoprire che forse era soltanto vanità. Che tutto è perduto. Che lei non ha più voglia di dormire con te. Che il tuo amico malato non vuole più ascoltare storie, vuole restare silenzio.

 

Leggere questo libro significa sentire che si sta sbirciando da dietro una porta socchiusa la vita nella sua intimità, tragedia, comicità e decadenza. E il protagonista di questa vita, traboccante di amore, umiliazione, vanità, sa che lo stiamo guardando, e allora fa il gesto di riavviarsi i capelli, di sorridere, di farci simpatia. Chiede comprensione, ma soprattutto chiede di essere creduto. “Non c’è niente di più offensivo del non essere creduto. Anche quando non dici la verità”. Non c’è niente di meno riuscito di un libro a cui non si crede mai, anche se tutti sappiamo che è finzione. A “L’ultima intervista”, invece, si crede sempre. E quando arriverete a pagina 220, preparatevi a qualcosa di meraviglioso: la storia di Iris nell’insediamento dietro la Linea Verde.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001. Scrive. Cura un inserto, il Figlio, che esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Lettere rubate è la sua rubrica di libri che esce il sabato.

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