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Le donne ferite che non perdono la speranza nei diamanti quasi dimenticati di Gina Berriault

Chissà perché questo destino di “scrittrice per scrittori” in un’autrice che raccontava l’umanità incapace di rialzarsi, indifferente oppure euforica

13 Luglio 2019 alle 06:00

Le donne ferite che non perdono la speranza nei diamanti quasi dimenticati di Gina Berriault

Il vestito rosa (Albertie-Marguerite Carré)

“Se hai problemi a dormire” disse il fratello alzandosi dalla poltrona reclinabile, “ti dico io come fare ad addormentarti. Devi perdonarti. Francie raccomanda ai suoi pazienti questo trucco che ha escogitato. Dice loro: ‘Perdonare significa rinunciare a ogni speranza di un passato migliore’. Per un attimo rimangono sconcertati, poi scoppiano a ridere e dopo riescono a dormire”. Lui non ci provò neanche. Dormì come voleva dormire, irrequieto e pieno di rancore.

Gina Berriault, “Donne nei loro letti”, Mattioli 1885


     

Gina Berriault ha vinto molti premi importanti per i suoi racconti pochi anni prima di morire. Aveva settant’anni e all’improvviso tutti parlavano di lei. Fino ad allora, dei suoi romanzi e dei suoi racconti, della sua precisione nel trovare le parole e nel mostrare l’infelicità delle scelte, della distrazione, dell’ostinazione, e anche la scoperta dolorosa dell’età adulta, avevano parlato, lodandoli, quasi soltanto gli scrittori. Richard Yates, Andre Dubus, Richard Ford, sono pazzi di lei. Che è morta nel 1999, dopo quattro romanzi, tre raccolte di racconti, qualche articolo di giornale, e un po’ di amarezza: per vent’anni non ha pubblicato niente. Insegnava scrittura creativa nell’Iowa: “Per me è stato difficile. E’ difficile sempre spiegare perché si sta lontani dalla scrittura. Non è vero che non ho scritto. Scrivevo ma buttavo via ciò che scrivevo. Lavorare alle opere di altri scrittori guastava in qualche modo il rapporto con il mio lavoro. E poi c’è la vita che ti assorbe”.

 

Gina Berriault, di famiglia ebreo lituana, ha scritto sempre, fin da bambina, per imitare il padre giornalista freelance, e ha scritto anche con il desiderio di aiutare la famiglia in difficoltà, ha scritto sperando di riuscire a comprare una fattoria. Ma le molte lettere di rifiuto l’hanno resa fragile, un passo indietro, disposta ad accettare il fallimento nella vita (“le cose che non so mi pesano addosso come una tonnellata d’acqua”). Ma non l’hanno resa fragile nella scrittura. La scrittura è forte, qualunque cosa accada là fuori. I personaggi raccontano l’America, l’ironia è spesso tragica, i bambini guardano con terrore le madri uscire sui tacchi nel cuore della notte per andare a cercare un uomo. E la madre dice: Quando ti sveglierai sarò tornata. Altrimenti chiama la nonna. Se non sarò tornata, non tornerò più. Il bambino ha sette anni, “sei abbastanza grande per poter stare senza di me”. Il bambino ricaccia indietro le lacrime, va a una festa di compleanno con questa angoscia nel cuore che nessuno vuole capire, di cui a nessuno importa nulla. E la ragazzina di tredici anni va con la madre a una festa di adulti, e sente che gli uomini non la guardano più come una bambina, ma le si avvicinano con una consapevolezza diversa, come se fosse immersa in esperienze che aveva solo immaginato. Incontra una donna con un vestito rosa, malferma sulle gambe, e quella donna sta cercando suo padre, gli sta dicendo perché non mi hai cercato più? Anche lei adesso capisce tutto, e le dispiace per sua madre, le dispiace perché quando ha capito di suo padre e di quella donna non ha pensato a lei. Ha pensato agli amanti, alle storie d’amore, al futuro. “La donna con il vestito rosa” è un racconto che sembra un diamante, pieno di pietà per tutti, anche per le persone che cantano ignare con gli occhi socchiusi accanto al pianoforte.

   

Chissà perché questo destino di “scrittrice per scrittori” in un’autrice che raccontava l’umanità ferita, incapace di rialzarsi, indifferente oppure euforica. Le donne in preda al desiderio che diventa ossessione, le donne rese cieche dall’amore. Le donne che a qualunque età, però, restano vive, e con una speranza. Grazie alla casa editrice Mattioli 1885, e alle traduttrici Francesca Cosi e Alessandra Repossi, e alla postfazione di Nicola Mannuppelli: ci hanno restituito questa manciata di diamanti che erano andati perduti.

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