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Il lungo viaggio di Paolo Nori nella letteratura russa

"I Russi sono matti" racconta il grato stupore di chi vede il mondo per la prima volta

14 Settembre 2019 alle 06:00

Il lungo viaggio di Paolo Nori nella letteratura russa

Paolo Nori, I russi sono matti, UTET

Molto spesso chi critica una malattia o un male, per il solo fatto di farlo si sente buono, si sente nel giusto. E’ un errore di valutazione molto grave e piuttosto diffuso in questa professione (quella di poeta), e non credo che sia sano. E c’è anche un problema di vanità: quando un’intera nazione ti ammira, puoi dimenticare piuttosto in fretta qual è il tuo vero lavoro. Il tuo vero lavoro è scrivere bene. 

 

Iosif Brodskij a Mike Hammer, 1991

in “I russi sono matti, corso sintetico di letteratura russa 1820-1991” (UTET)

 

Dei grandi scrittori come Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj, Puskin e Cechov, scrive Paolo Nori che nessuno può dirsi un esperto. Si può essere esperti di calcio, di cinema, di raccolta differenziata, ma di letteratura, dei grandi libri, si può essere soltanto appassionati. Paolo Nori è appassionato. E’ uno scrittore appassionato di letteratura russa, che traduce i grandi romanzi russi, che viaggia molto in Russia ed è fissato con la pronuncia delle parole russe, e che a tutti quelli che gli chiedono: perché? (tutti chiedono sempre: perché?) risponde: perché è la letteratura che mi fa star più male di tutte le altre. “Quando ho letto il primo romanzo russo che ho letto, Delitto e castigo, quarant’anni fa, forse, io mi ricordo che quando il protagonista, Raskol’nikov, il protagonista, si chiede ‘Ma io sono come un insetto o sono come Napoleone?’, quella domanda io, quindicenne, me la sono rivolta anch’io. E non era come Giulio Verne, a me piaceva molto anche Giulio Verne, non era come Fitzgerald, a me piaceva molto anche Fitzgerald, non era come Sciascia, allora mi piaceva moltissimo Sciascia, no: faceva più male. Per quello, credo, ho letto più libri scritti in russo che libri scritti in qualsiasi altra lingua, per il male”.

 

Questo libro è un viaggio personale nella letteratura russa e nelle storie e nelle parole dei suoi immensi scrittori, e nei personaggi che hanno costruito, come Anna Karenina più veri delle persone in carne e ossa. Se a Heinrich Boll “Anna Karenina” ricorda il muro di Berlino, a Paolo Nori ricorda la separazione dalla madre di sua figlia, perché “noi disegniamo le nostre orbite intorno alle persone che ci stanno accanto”, e i grandi libri di cui è impossibile essere esperti ci raccontano la nostra vita. Questo fa l’arte, ha detto Viktor Sklosvskij in un’intervista a Serena Vitale: “L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Risuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte. Qual è, invece, il grande successo dell’arte? E’ la vita. Una vita che si può vedere, sentire, vivere in modo palpabile”. Secondo Paolo Nori la letteratura russa (dal 1820 al 1991, e se leggerete questo libro Paolo Nori vi spiegherà anche il perché di questo limite temporale) sa raccontare la vita quotidiana. Possiede la lingua adatta, le parole giuste. Lui, Nori, non riesce invece nemmeno a dire “ti amo” in italiano, perché nel dialetto parmigiano non c’è la felicità e non c’è: ti amo. E il pozzo delle proprie emozioni lo si scava nel posto dove si nasce. E chi è nato in Russia sa che i libri valgono tanto, vengono ricopiati su carta carbone, vengono imparati a memoria perché fanno paura. Lo stato, il grande stato sovietico, aveva paura dei libri, e Anna Achmatova scriveva velocemente i suoi versi su un foglietto e poi bruciava il foglietto con un fiammifero. “Una delle cose che mi stupiscono tutte le volte che la vedo, nel museo di Anna Achmatova a Pietroburgo, è un libretto minuscolo fatto di corteccia di betulla, sul quale un carcerato in un campo di lavoro aveva trascritto alcune poesie dell’Achmatova che ricordava a memoria, e che poi aveva fatto girare per il campo”. Paolo Nori allunga così la mano verso la letteratura russa, senza osare abbracciarla, con il grato stupore di chi vede il mondo per la prima volta. Perché è questo che cerca di fare la letteratura: mostrare il mondo per la prima volta.

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