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Di quante metà è fatta una donna. La letteratura che moltiplica la vita

Non è irreale, ma c’è qualcosa di fantastico. Una realtà feroce, che in Rita Bullwinkel è soprattutto dentro i pensieri

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

8 Giugno 2019 alle 06:00

Di quante metà è fatta una donna. La letteratura che moltiplica la vita

Un aspetto buffo dell’essere sposati, specialmente dell’essere sposati all’interno del nostro insulare gruppo di amici, fisicamente prestante e avvezzo ai picnic e alle feste di quartiere, era che tutti erano indotti a fingere che ciascuna coppia fosse una sola persona, come se di fatto ognuno di noi fosse metà di una persona che diventava intera solo se in coppia con un’altra.

Rita Bullwinkel, “Lingua nera

(Black Coffee)


 

Franny era infastidita, ce l’aveva a morte con quella loro smania di un’idea di “noi”. Le coppie in crociera, le coppie al picnic, le coppie ai funerali. Lei era meno gradevole di suo marito, le altre mogli erano amiche sue o di suo marito? E soprattutto, Franny era se stessa e voleva che si sapesse. Per tutta la vita, ma non per sempre. Fino a quando, molti anni dopo, vedova e anziana nel Bungalow 19, ha desiderato essere qualcosa di più di quell’unica persona tremante e sola.

 

Rita Bullwinkel, giovane scrittrice americana al suo esordio con questi racconti affascinanti e sempre in bilico tra la realtà e quel punto inquietante in cui la realtà si trasforma e l’immaginazione prende corpo, è interessata a mostrare l’interiorità, lo sdoppiamento, e la lunga catena di effetti provocati dalle storie d’amore. Le bambine, le ragazze, le donne, i mariti che muoiono e tornano la sera come fantasmi, e le mogli gridano: “Tu sei noioso! Perfino il tuo fantasma è noioso! Non sei nemmeno inquietante. Te ne stai seduto lì a cercare di convincermi che avrei dovuto amarti per via del tuo schifoso orto!”. Oppure tirano schiaffi ai cadaveri: come osi, come osi lasciarmi sola in questo modo. La vita quotidiana è di per sé piena di spettri, ma non c’è mai niente di davvero impossibile. La bambina che infila la lingua nella presa della corrente (“Lingua nera”, che dà il titolo alla raccolta) perché sua madre le ha detto di stare lontano dalle prese, e nel farlo sente una potenza, sente che può disubbidire sempre, e sempre sopravvivere e ricominciare da zero, con questa lingua bruciata che adesso sembra una gigantesca lumaca e sta per soffocarla.

 

Non è irreale, ma c’è qualcosa di fantastico. Come nei racconti famigliari di Shirley Jackson in cui gli oggetti si animano, come nella Lotteria in cui il biglietto estratto offre una lapidazione al vincitore. Una realtà feroce, che in Rita Bullwinkel è soprattutto dentro i pensieri. La segretaria di una scuola di musica scopre che il suono dell’arpa la fa sentire diversa, migliore. “La persona che diventavo ascoltando le arpe non avrebbe mai fatto male a nessuno. Forse la me-arpa non aveva nemmeno le mani per colpire. Era come se la mia anima fosse scivolata in un nuovo corpo-arpa, un guscio che esisteva principalmente sotto forma di vibrazione”. La me-arpa non era né arrabbiata né triste né ansiosa né oppressa, pensa la segretaria, mentre cerca di dimezzarsi per moltiplicare le sue vite e racconta bugie a tutti, va a cena con uno sconosciuto dicendo al marito che è stata trattenuta al lavoro, cerca il sollievo di poter fare ciò che vuole. Non come menzogna ma come libertà. La scrittura di Rita Bullwinkel è nervosa e avvolgente, ogni personaggio è a caccia di un patto con l’esistenza, ognuno ha una porticina segreta che apre un altro mondo, e non c’è stranezza, non c’è moralismo né distanza, ma c’è il moltiplicarsi della vita e della pietà che offre la letteratura.

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