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Dialogo tra uno scrittore e la sua editor

Amos Oz, che scriveva tre libri in uno e vedeva nell’anima tutta l’immensità che ci spetta

5 Ottobre 2019 alle 06:01

Dialogo tra uno scrittore e la sua editor

La copertina di “Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri”, di Amos Oz con Shira Hadad

Dopotutto trovo interessantissimo stare qui. Perfino le cose più terribili e orrende sono interessanti. Mi dispiace perdere tutto ciò: sono così curioso di sapere che cosa c’è dopo. Se mi dicessero: Fra poco non sarai più qui, ma lassù troverai una specie di galleria con dei grandi telescopi, così potrai sistemarti in galleria e dare uno sguardo a figli e nipoti, allora sarei più o meno soddisfatto. Direi: Va bene, allora d’accordo, non mangerò mai più, non berrò, non mi vestirò, ma forse ogni tanto, sì, sentirò musica e quanto meno saprò come vanno le cose. Continuerò a far parte della scena.

Amos Oz con Shira Hadad, “Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri” (Feltrinelli) 


Amos Oz è morto pochi mesi dopo la prima pubblicazione di questo libro intervista, una conversazione durata anni con la sua editor Shira Hadad, e tradotta in italiano come sempre da Elena Loewenthal. Poiché Shira Hadad conosceva ogni angolo delle frasi e delle ossessioni di Amos Oz, questa conversazione è molto più di un’intervista, è un autoritratto guidato da una mano esterna ma esperta, che sa dove insistere e dove invece fermarsi. Ma Amos Oz, chi legge i suoi libri lo sa, non si ferma. E’ sempre in movimento, sempre alla ricerca di una nuova risposta, pieno di una curiosità insaziabile che è la caratteristica principale della sua letteratura e anche, dice lui, una dimensione morale. “Ne discuto sempre con A. B. Yehoshua, che pone la questione morale a monte della creazione letteraria: delitto e castigo. Io credo che ci sia, sì, una questione morale, ma in altri termini: mettere te stesso per qualche ora nei panni di un’altra persona, o dentro le scarpe di qualcun altro. Il che ha un peso morale implicito, non troppo grande. Senza esagerare. Ma credo davvero che una persona curiosa sia un partner un po’ migliore di quanto non lo sia una che non lo è, e anche un genitore un poco migliore. E ho l’impressione che una persona curiosa sappia persino amare meglio”. La curiosità lo ha mosso, la fantasia lo ha accompagnato, la disciplina gli ha permesso di non fermarsi mai. “Vado a camminare ancor prima del caffè. Mi alzo, mi lavo, mi faccio la barba ed esco. Alle quattro e un quarto sono già per strada, a un quarto alle cinque, un po’ prima delle cinque, torno, fuori è ancora buio pesto, e io sono già a questa scrivania, con un bel caffè forte. Sono queste le mie ore”. Le ore in cui ha preso forma tutta la sua opera, i romanzi, i saggi, i libri per bambini, la ricerca del senso che fa muovere insieme le persone, il desiderio profondissimo di comprendere quel movimento, le differenze tra uomini e donne, e la capacità di averne pietà.

 

“Lo sai una cosa, Shira, ogni libro ne contiene almeno tre: quello che stai leggendo tu, quello che io ho scritto e che non può non essere diverso da quello che tu leggi, ma ce n’è anche un terzo: il libro che avrei scritto se avessi avuto abbastanza forza. Abbastanza ali. Questo libro, cioè il terzo, è il migliore di tutti. Ma in tutto il mondo nessun altro, oltre a me, conosce quel terzo libro e nessuno, oltre a me, ne piange la perdita”.

 

Le pagine più preziose sono quelle sui rapporti tra uomini e donne, e sulla formazione erotico sentimentale di un bambino che ha perso la madre a dodici anni ed è cresciuto in un mondo senza donne, imparando tutto dai libri, e poi dalla curiosità, dall’amore, dall’invidia, dalla complicazione, da questa differenza che ci arricchisce e che non può essere eliminata né negata. Ivan Karamazov dice: “L’anima dell’uomo è troppo ampia, io la ridurrei un poco”. Secondo Amos Oz l’anima non va affatto ridotta, nemmeno di un poco, è tutta l’immensità che ci spetta. E non va ridotta nemmeno la differenza fra uomo e donna. Da quella differenza, da quella lotta, da quel continuo cercare confini e poi spostarli, nasce la luce, nascono le storie. E come è ancora dolce la luce, per gli occhi.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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