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Il giusto peso

La verità feroce e disarmante di “un enorme uomo nero” che fugge dall’amore violento di sua madre

7 Settembre 2019 alle 06:00

Il giusto peso

M’importava di come digrignavi i denti quando mi picchiavi perché non ero stato perfetto. M’importava se le ragazze a scuola vedevano le mie pustole. M’importava di te. Giorni, spesso poche ore prima di picchiarmi, mi toccavi con tale delicatezza. Dicevi di volermi bene. Mi chiamavi il tuo migliore amico. Mi perdonasti la volta in cui persi le chiavi di casa. Accarezzavi le crepe cineree sul mio viso con i palmi viscidi di vaselina. Usavi i pollici nodosi, umidi di saliva, per lavarmi via il sonno dagli occhi. Mi facevi sentire il bambino nero più bello della storia del Mississipi, finché non smettevi.

Kiese Laymon, Il giusto peso, un memoir americano

(black coffee)


 

Kie chiede alla nonna se novantotto chili sono troppi per un dodicenne. E la nonna gli risponde: novantotto chili vanno più che bene Kie. E’ il giusto peso. Il giusto peso per quando c’è bisogno di avercelo, un peso. A Kie piaceva dormire con la nonna, perché erano le uniche volte che riusciva a dormire tutta la notte. Con sua madre era diverso. Sua madre, a cui Kiese Laymon si rivolge in ogni pagina di questo memoir, era violenta. Era amore, desiderio di protezione, di riscatto, di eccellenza, era amore mescolato a tutto quello che di più commovente e torbido si può trovare nell’animo umano, ma allora l’amore può essere violento? In questo libro così intimo, onesto, profondo, ci sono risposte terribili, momenti spaventosi, e non c’è mai spensieratezza, ma c’è la verità.

 

“Non volevo scrivere a te. Volevo scrivere una bugia. Non volevo scrivere onestamente di bugie nere, cosce nere, amori neri, risate nere, cibo nero, dipendenze nere, smagliature nere, dollari neri, parole nere, abusi neri, blues nero, ombelichi neri, vittorie nere, sconfitte nere, ferite nere, regole nere, genitori neri o figli neri. Non volevo scrivere di noi. Volevo scrivere un memoir americano”.

 

La spietatezza e la bellezza di questo libro stanno nella feroce, disarmante verità. Non c’è compiacimento, non c’è dolcezza che non sia accompagnata da una ferita, o sollievo che non vada poi subito incontro al terrore, alle cinghiate, alle falsità e ai fallimenti. “Se ti impegnerai il doppio dei bianchi otterrai la metà di quanto otterranno loro. Altrimenti per te sarà un inferno”, gli dice sua madre il giorno prima di iniziare la scuola media frequentata dai bianchi. Kie deve essere il più bravo, deve usare le parole giuste, pronunciarle benissimo. L’eccellenza è l’unica via di salvezza per un nero, anzi per “un bel negrone pesante”. Possiamo essere arrabbiati, ma possiamo essere anche altro.

 

Possiamo nascondere i segreti di famiglia e poi all’improvviso tirare fuori tutto. Kiese Laymon in questo libro svela il suo rapporto con il cibo, con il sesso, con la scrittura, con le slot machine amate da sua madre, con la violenza, la libertà, l’America e l’amore. Soprattutto l’amore e il corpo. “Nella nostra famiglia non esisteva il benessere. Esistevano solo i giorni di paga”. E esiste l’idea del riscatto, e la rabbia, e i nervi infiammati della bocca della nonna (il memoir è dedicato al portico che lei ha costruito), e la bilancia che dice che correre dieci chilometri al giorno e dieci la notte fa dimagrire, ma per i bianchi e per la polizia sarai sempre “un enorme uomo nero”.

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