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Batte forte la giovinezza

Un’Europa operaia in via di estinzione vista con gli occhi di tre adolescenti. Il romanzo di Nicolas Mathieu

9 Settembre 2019 alle 09:57

Batte forte la giovinezza

La copertina di "E i figli dopo di loro" di Nicolad Mathieu

Dall’altra parte, l’altoforno ergeva la sua carcassa risonante in un tremolio di calore. Tutto intorno proliferavano una giungla di ruggine, una slavina di condutture, mattoni, rottami imbullonati e reti d’acciaio, un guazzabuglio di gradini e passerelle, di tubi e scale a pioli, di hangar e cabine abbandonate”. Per un secolo gli altiforni di Heillange avevano prosciugato tutte le esistenze della regione. La fabbrica inghiottiva gli uomini e il loro tempo. Ma ora è il 1992: deindustrializzazione e globalizzazione hanno piegato l’economia di un’intera valle. Della Metalor rimane solo un corpo ferito. “Aveva fischiato, guaito e bruciato, la loro fabbrica, per sei generazioni, anche di notte. Una pausa sarebbe costata un occhio della testa, era comunque meglio strappare gli uomini ai loro letti e alle loro mogli. E alla fine non restava che quello: sagome rossastre, un muro di cinta, un cancello chiuso con un piccolo lucchetto. L’anno prima lì dentro era stato organizzato un vernissage. Un candidato alle elezioni politiche aveva proposto di trasformarla in un parco a tema. Alcuni ragazzini la distruggevano a colpi di fionda”. A Heillange, cittadina di fantasia della Lorena, il lavoro non c’è. Non c’è per i vecchi operai della Metalor, licenziati e poi reinventati giardinieri o lavoratori precari; non c’è per i giovani come Hacine che, senza alcun titolo di studio, si affidano invano al comune per avere accesso a un corso di formazione. Interi quartieri stanno lentamente scivolando verso la miseria, assomigliano a navi alla deriva. 

 

In ogni paesino decaduto, ragazzi senza sogni ora ascoltavano i Nirvana e trasformavano la loro malinconia in rabbia

Nicolas Mathieu, che con E i figli dopo di loro (edito da Marsilio, traduzione di Margherita Botto, 478 pp., 19 euro) ha vinto nel 2018 il premio Goncourt, ha dialogato sabato 7 settembre al Festivaletteratura di Mantova con Marco Filoni; il giorno dopo alle 12.15 era invece al chiostro del Museo diocesano. Il suo avvincente romanzo racconta di una Francia (e di un’Europa) periferica e operaia, un mondo sul punto di scomparire. Lo fa soprattutto attraverso gli occhi di tre adolescenti: quei ragazzi di provincia che hanno sviluppato una consapevolezza maggiore dei loro padri e “fin da piccolissimi, sapevano di più, capivano meglio”. La loro fame di un futuro, senza che si riesca a scorgere neanche l’orizzonte; il loro desiderio di fuggire da un luogo ingeneroso; la sensazione di poter fare tutto e niente nello stesso tempo: la voglia di farcela, la paura di non riuscirci; l’inconsapevole sospetto di essere ai margini della Storia. Perché la marginalità non è solo delle periferie tutte, ma anche di quell’età che abbiamo dimenticato, quando si è troppo grandi per essere guidati e troppo piccoli per andarsene. Quando ogni giorno si coltiva la rabbia per non sentirsi impotenti, per capire se davvero valga la pena vivere.

 

Mathieu ci emoziona, ci tiene con gli occhi alla pagina, usa una terza persona che alterna descrizioni efficaci a un tono colloquiale e riesce a migrare da un personaggio all’altro, catturando la vibrante giovinezza di Anthony, Stephanie, Hacine e gli altri – “belli da far paura” nonostante la noia delle giornate ad aspettare che succeda qualcosa, i giri intorno al lago in Bmx, i furtarelli; nonostante le feste trascorse passando da una droga all’altra.

 

Il rifiuto degli adulti, tutti sconfitti, tutti ripiegati su sé stessi. Padri che restavano sospesi, mal pagati, poco considerati, sradicati

Quando la loro storia incomincia, nel 1992, alla radio risuonano le note dei Nirvana. “Era ancora quasi una novità, un pezzo che arrivava da una città americana altrettanto rugginosa, una città di merda in culo al mondo, dove poveracci bianchi in camicia a quadri bevevano birra a buon mercato. E quella canzone si diffondeva come un virus ovunque ci fossero figli di proletari sfigati, adolescenti malmessi, rifiuti della crisi, ragazze madri, buzzurri in motorino, fumatori di shit e allievi delle classi differenziali. A Berlino era caduto un muro, e già la pace si annunciava come uno spaventoso rullo compressore. In ogni città creata da quel mondo univoco e deindustrializzato, in ogni paesino decaduto, ragazzi senza sogni ora ascoltavano quella band di Seattle che si chiamava Nirvana. Si lasciavano crescere i capelli e trasformavano la loro malinconia in rabbia, la loro depressione in decibel. Il paradiso era perduto sul serio, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione; non restava che fare rumore”. Anthony ascolta Smells Like Teen Spirit. Lì c’è un verso che dice quanto sia divertente essere perdenti e avere delle pretese. Ricordo anch’io l’effetto che faceva ascoltare Nevermind da ragazza. C’era qualcosa di bello e di sbagliato nella voce di Kurt Cobain. In quello stesso album c’è anche Come as you are. Per Cobain quel testo parlava della gente e di come ci si aspetta che si comporti, le speranze che il mondo nutre su di noi. C’è una pistola nel video, fluttua nell’acqua: lì è racchiuso tutto il senso della lotta ovattata, implosiva e inefficace, di chi è stato giovane negli anni Novanta.

 

Il rifiuto come senso della lotta

 

Quello che prova Anthony all’inizio della storia, appena quattordicenne, con il suo occhio spento da una specie di pigrizia che gli fa chiudere la palpebra destra, è una voglia di niente, la sensazione che l’infanzia e l’inferiorità saranno mai finite, che bisogna accontentarsi a vivere in default – asini a scuola, appiedati, imbranati con le ragazze, incapaci di stare bene. Oppure no.

 

Mathieu descrive attraverso quattro estati (ciascuna scandita da una canzone diversa: Smells Like Teen Spirit , You Could Be Mine, La fièvre, I Will Survive ) la giovinezza non tanto come lotta, quanto come rifiuto – pieno di orgoglio e rabbia – di tutto quello che c’è stato prima, di tutto quello che circonda i protagonisti.

 

Il rifiuto di Hacine – l’antagonista di Anthony – della propria condizione d’immigrato marocchino: la sua voglia di sbarazzarsi di qualsiasi marchio o sogno precostituito di vita borghese, anche a costo di diventare un ladro, uno spacciatore, qualcuno che non piega la testa, qualcuno di cui avere paura. Il rifiuto ambiguo di Steph e Clem, che a tratti si trasforma in orgoglio femminile, dei cambiamenti del loro corpo di donne. Quel corpo che nel giro di pochi anni diventa una macchina complessa e difficile da gestire; che un giorno piace, l’altro fa orrore, che non è mai abbastanza bello per essere amate, ma che nello stesso tempo esercita un potere sul mondo circostante. “L’aveva detto con una neutralità disarmante, appoggiata sulla gamba destra, con il fianco un po’ sporgente. Aveva le unghie delle mani e dei piedi dipinte. Erano comunque pazzeschi, quei particolari, in cui si annidava l’attenzione delle ragazze, la loro voglia di essere belle, la loro sete di piacere. Dalla notte dei tempi tutto ciò contribuiva a una danza nuziale. In fin dei conti, l’intera specie dipendeva da quelle quisquilie”.

 

Steph per Anthony non rappresenta solo l’amore, ma anche una possibilità. L’idea fatta carne che la propria vita possa migliorare

E poi il rifiuto degli adulti, tutti sconfitti, tutti ripiegati su loro stessi. Il rifiuto delle madri come Irene – la depressione cronica, la dipendenza disperata dagli psicofarmaci, la latitanza dalla vita; o come Hélène, che aveva demandato tutto a una bellezza ormai perduta, al suo appetito per gli uomini, senza una vera ambizione, forse neanche quella della famiglia. Il rifiuto dei padri: della fierezza composta di Malek, padre di Hacine, operaio per quarant’anni, desideroso solo di costruirsi una casa in Marocco con l’indennità di licenziamento; Malek che per quarant’anni era rimasto al suo posto, facendo finta di non vedere il disprezzo dei suoi concittadini. Per Hacine “nessun comfort sembrava poter cancellare la loro indigenza originaria. Da che cosa dipendeva? Dalle mortificazioni professionali, dai lavori umili, dall’isolamento, da quella parola, ‘immigrati’, che li riassumeva ovunque? Oppure dalla loro sorte di apolidi, che non ammettevano mai? Perché quei padri restavano sospesi, tra due lingue, tra due sponde, mal pagati, poco considerati, sradicati, senza un retaggio da trasmettere. Per i loro figli era causa di un risentimento incurabile. Quindi, per loro, prendere bei voti a scuola, riuscire nella vita, fare carriera, stare al gioco diventava quasi impossibile”. Padri come Patrik, sempre ubriaco, con un lavoro saltuario; padri con cui non si entra mai in contatto, se non con la tivù accesa. In definitiva, il rifiuto di un mondo senza ossigeno che più viene descritto e più sembra l’anatomia di un destino, dove gli uomini parlano poco e muoiono presto, le donne si fanno la tinta e guardano la vita con un ottimismo che va affievolendosi pian piano. E da vecchie conservano il ricordo dei mariti morti sul lavoro, al bar, per la silicosi; dei figli ammazzati sulla strada, o andati via per sempre.

 

L’amore che ci resta

 

“La velocità temperava l’aria, rendeva serico il vento. Le ragazze potevano sentire la sua carezza sui piedi nudi. Steph guardava la strada sopra la spalla dell’amica. Scivolando sulla superficie delle dipartimentali, microscopiche e lanciate, le ragazze si sentivano libere ed enumeravano in silenzio le promesse che doveva loro la vita”. L’unico antidoto alla rabbia e all’amarezza per un mondo grigio, triste e provinciale, è la velocità. E poi – certo – l’amore e il desiderio, quello assoluto e incondizionato dell’adolescenza. Quella smania di trovarsi e di toccarsi fino a essere stremati, di essere amati per esistere, di sognare attraverso il corpo. L’amore di Coralie che riesce a cambiare la vita perduta di Hacine. L’amore puro, irriducibile di Anthony per Steph, fin dal primo incontro sulla spiaggia lungo il lago che bagna le loro vite. “Da vari dettagli, come quel braccialetto, il suo portamento, i capelli perfetti, la qualità della pelle, immaginava tramite lei un mondo chiuso e bello. Se ne faceva un’idea confusa, invidiosa: seconde case, foto di famiglia, un libro aperto su una sdraio, un grosso cane sotto un ciliegio, il genere di felicità immacolata che vedeva sulle riviste nella sala d’aspetto del dentista. Quella ragazza era inarrivabile”. Quella ragazza, la più bella della scuola, innamorata di un tizio ricco e annoiato, la ragazza che sogna Parigi e presto scoprirà il linguaggio universale e magico della matematica, per uno come Anthony, non rappresenta solo l’amore, ma anche una possibilità. L’idea fatta carne che la propria vita possa migliorare, trasformarsi in qualcosa di cui andare fieri.

 

La nostra giovinezza perduta

 

Nicolas Mathieu, classe 1978, compone uno spaccato sociale, ma soprattutto – come un fiume in piena – ci restituisce quell’emorragia di vita che è l’adolescenza, insieme alla rabbia implosa dei giovani negli anni Novanta.

 

Il ragazzo diventa operaio come il padre. L’ignoto, l’azzardo, la scommessa di potercela fare è solo un sogno lontano

Il titolo del romanzo è una citazione biblica, viene dal libro del Siracide (“Di altri non sussiste memoria, svanirono come se non fossero esistiti, furono come se non fossero mai stati, e così pure i loro figli dopo di loro”): parole che fanno di Heillange una fatalità da cui non si sfugge, un luogo che propaga la crisi come un marchio genetico. “Le cose, alla fine, avevano ripreso un andazzo accettabile, dopo il grande sprofondo della crisi. Anche se la crisi non era più un episodio. Era una posizione nell’ordine delle cose. Un destino. Il loro destino”. Si vuole scappare, ma con quel luogo si sente anche un terribile e dolce legame, il senso di un’appartenenza. Eppure, il mondo che sta per scomparire descritto da Mathieu non è soltanto quello stanco e avvilito, che si risveglia solo davanti ai mondiali di calcio e non coltiva nessun sogno, il mondo della Francia operaia da cui viene lo stesso autore: è anche quello della giovinezza. Essere minorenne ha sempre un’ambigua virtù, ti protegge ancora per un po’; subito dopo, nel giro di qualche anno, vieni scagliato di colpo in un universo di una ferocia fino ad allora insospettata. Dall’oggi al domani non esistono più seconde opportunità. La giovinezza si conclude sempre con uno strappo, con la lacerazione delle illusioni.

 

Solo Steph scoprirà che il destino non esiste, che il futuro va costruito mattoncino dopo mattoncino, come un Lego. Conclusa l’adolescenza, Anthony e Hacine torneranno a Heillange: lei si salverà grazie allo studio, all’abnegazione e a un taglio netto. A un certo punto Stephanie capisce che la sua vita non può essere guidata solo dalla ricerca del grande amore. E, inseguendo la propria ambizione, scopre che “alla fin fine il ‘merito’ non si contrapponeva alle leggi della nascita e del sangue, come avevano sognato giuristi, pensatori, i diavoli del 1789 o gli ussari neri della repubblica. In realtà nascondeva un’immensa operazione di selezione, una straordinaria potenza di agglomerazione, un progetto di continua rabberciatura delle gerarchie esistenti. Geniale”.

 

Sulle rive del lago di Heillange tutto finisce. La ferocia del mondo si trasforma in un rifiuto autoinflitto. Anthony, diventato operaio come il padre, non si concede neanche di assistere alla nuotata di due giovani entusiasti verso il largo: l’ignoto, l’azzardo, la scommessa di potercela fare è solo un sogno lontano. E’ un po’ così anche per noi. La giovinezza rimane l’eco lontana e bellissima delle nostre vite. Qualcosa che abbiamo perso per sempre e a cui continuiamo ad appartenere.

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