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Il verismo irrazionale di Luigi Capuana

“Un uomo perfetto è colui che può conservarsi selvaggio in mezzo alla civiltà”

8 Settembre 2019 alle 06:16

Il verismo irrazionale di Luigi Capuana

Adelaide Bernardini e Luigi Capuana (Wikipedia)

Pensate un po’ meno e sentite un po’ più”. Lo diceva, l’ha scritto e ne era convinto. “Sentire”, dare spazio al “sentimento”, annusare quello che ci circonda, riempirsi gli occhi di realtà ma tendere al meraviglioso, cercare il surreale, spingersi fino al metafisico.

 

Tutto sommato forse quel “sentite un po’ più”, magari in chiave lievemente sarcastica, avrebbe potuto essere indirizzato a quei critici – compreso Benedetto Croce – che lo considerarono un gradino più in basso rispetto ai colleghi veristi. Stiamo parlando di Luigi Capuana, del quale proprio quest’anno ricorrono i 180 anni dalla nascita in quel di Mineo. Scrittore fra i più illustri di fine Ottocento, etichettato come il teorico più saliente del Verismo, e tuttavia ignorato, quasi dimenticato per molto tempo; posto accanto a Verga, come suo pari per ideologia letteraria e produzione artistica, ma nonostante tutto considerato meno importante. Perché?

 

Uno dei motivi principali fu che Capuana, assieme a romanzi come “Giacinta”, “Il Marchese di Roccaverdina” e “Profumo”, scrisse anche molte fiabe e racconti per giovanissimi, che tra l’altro gli conferirono ampia fama tra il grande pubblico. Il fatto che si fosse occupato largamente di questo genere di narrativa lo allontanava dall’idea di partenza, a discapito del suo valore di scrittore verista. In secondo luogo, Capuana viene guardato come uno scrittore favolista e occultista, a sottolineare il fatto che, fin dall’età di sedici anni e a più riprese per tutta la vita, si interessò in modo morboso al paranormale e allo spiritismo, riversando questa grande passione sulla sua produzione letteraria.

 

Ecco il punto centrale della questione: come può trovare una conciliazione la parte verista con quella irrazionale e occultista? La domanda se la posero in molti, e quando l’interesse intorno a Capuana rinverdì – negli anni 70 del Novecento, grazie agli studi e ai commenti di Enrico Ghidetti e Simona Cigliana – si arrivò alla conclusione che il punto d’incontro tra l’indagine psicologica e gli eventi extraordinari sul piano scientifico fosse la “descrizione scientifica dei sentimenti umani”. Prendiamo, ad esempio, “Giacinta”, uno dei romanzi in cui il dramma personale della protagonista è maggiore per durata (trattasi di un trauma che prende avvio dalla tenera età, quando la bambina subisce violenza) e per intensità. I sentimenti di Giacinta sono esagerati, le sue emozioni sconfinano nella follia e vi è sempre una spessa linea scura che si insinua nella mente umana, portandola a visioni e vaneggiamenti, urti psicologici che irrompono nelle vite dei personaggi e le sconvolgono, come accade alla nostra fanciulla. O come accade al marchese di Roccaverdina nell’omonimo romanzo. Gli eventi fuori del comune che li vedono coinvolti in prima persona vanno a compenetrare nella vena realistica facendo sì che i sentimenti umani, scombussolati di fronte a un avvenimento inaspettato, possano manifestarsi con chiarezza agli occhi dello scrittore, che prende quindi ad analizzarli in modo chirurgico. Poiché Capuana nutriva a tutti gli effetti un interesse sperimentale – dunque scientifico – nei confronti dell’occulto: lo scrittore siciliano riteneva che la scienza fosse un campo di ricerca perennemente aperto e che lo spiritismo non fosse che un territorio ancora inesplorato. In questa volontà scientifica si annida tuttavia un’inconfessabile predilezione per il meraviglioso, quel “meraviglioso naturale” di cui parla Capuana spesso e che lo ha sempre assillato.

 

Difatti in “Spiritismo?” Capuana non mette mai in dubbio la veridicità dei fenomeni paranormali – a cui dice di aver assistito anche da piccolo – ma si pone piuttosto delle domande sulla loro natura e sulla loro finalità. L’intenzione dell’autore è sostanzialmente quella di “esporre il meraviglioso all’analisi scientifica”, accomunando il processo creativo artistico con alcuni di questi fenomeni mediani, come il sonnambulismo: entrambe le realtà “sgorgano fuori dell’immaginazione”, come se lo scrittore – al pari del sonnambulo – entrasse in una sorta di trance per poter accedere fin nelle viscere del proprio personaggio. I fantasmi che ispirano lo scrittore e quelli che ispirano il sonnambulo, in definitiva, sono sullo stesso piano.

 

“Un uomo perfetto è colui che può conservarsi selvaggio in mezzo alla civiltà”, scriveva Capuana, e in quell’essenza selvaggia, pura, autentica, c’è di sicuro uno spirito ancestrale che ben si ricollega alla natura paranormale del mondo abitato.

Giulia Ciarapica

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