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La turbolenza delle vite che lascia storditi

Dodici storie senza finale, lasciate in aria

21 Settembre 2019 alle 06:00

La turbolenza delle vite che lascia storditi

Vagava come stordita per le corsie del supermercato. Sapeva già che col tempo la portata dell’accaduto avrebbe finito per amplificarsi; nella sua testa, e anche in quella di Annie, avrebbe finito per amplificarsi in qualcosa di enorme, in una gigantesca sconfitta della maternità, dell’umanità, in un evento determinante delle loro esistenze, a cui nessuna delle due sarebbe mai riuscita a sottrarsi del tutto, comunque fosse andata in futuro. Era uno di quegli avvenimenti, pensò, che fanno di noi ciò che siamo, per noi stessi e per gli altri.

David Szalay, “Turbolenza” (Adelphi)


  

Quanta solitudine, smarrimento, quante nuvole dentro la testa in questo romanzo fatto di dodici racconti, dodici personaggi che si incrociano in aereo, negli aeroporti, alla fermata dei taxi, al terminal. E poi di nuovo dentro il mondo, ma portandosi addosso lo straniamento dell’aria, la precarietà dei dodicimila metri d’altezza. David Szalay, canadese che vive a Budapest, ci aveva già conquistato con la contemporaneità di “Tutto quello che è un uomo” (sempre pubblicato da Adelphi), e adesso di nuovo ci racconta chi siamo e come ci perdiamo. La turbolenza è quella dell’esistenza, quando gli scuotimenti ci lasciano storditi e incapaci di reagire.

 

Un figlio che muore in motorino, investito da un taxi, mentre il padre è in volo che cerca di fare coraggio a una donna in preda a un attacco di panico, una madre che sta tornando a casa dopo avere fatto visita al figlio cinquantenne, operato di cancro alla prostata.

 

Cose quotidiane, cose immense, e sempre la sensazione di non avere più la terra sotto i piedi. Un bambino nato cieco, una relazione chiusa bruscamente, un debito che all’improvviso diventa un’ossessione, un matrimonio senza troppa gioia, un marito violento con la moglie e innamorato di un altro uomo che già si è stancato di lui. Questi esseri umani sono volutamente sfuocati, impauriti, quasi stupiti di essere vivi (come dopo un atterraggio di fortuna), preoccupati di non riuscire a proteggersi, e di non riuscire a prendersi cura di chi è lì accanto e comunque non sa chiedere aiuto.

 

Ogni storia si intreccia all’altra per caso, e il volo è l’unica cosa che hanno in comunque tutti i personaggi. Il volo che rivela il tentativo di fuga, o la speranza in qualcosa di più. In volo ci si dice la verità, o almeno la si pensa, perché potrebbe essere l’ultima volta. In volo si ha paura di morire, oppure si prendono decisioni.

  

“Si svegliò nella quiete semioscura della cabina. Era già successo a più riprese, e ogni volta la sensazione era stata non tanto di sonno quanto di una strana discontinuità della sua presenza nel mondo”. Ogni storia ci lascia pieni di curiosità e a volte di disagio, vorremmo saperne di più, vorremmo un romanzo intero per ognuno dei dodici personaggi, ma ci viene dato solo il tempo di un volo, di un incontro, quel basta per intuire un destino esistenziale che però è sempre imprevedibile, e soprattutto provvisorio. Questo libro è nato da una trasmissione radiofonica della Bbc, che io immagino notturna e stralunata, e il titolo di ogni capitolo ha il nome di una tratta aerea. Non c’è una liberazione, o una ricomposizione, non c’è un finale, è tutto lasciato, appunto, in aria. Dove si può cambiare, rivelarsi, ritrovarsi, oppure semplicemente distruggersi.

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