Una razza inferiore e maledetta

Annalena Benini

La donna nell’antica Grecia e i millenni che non passano invano

“Cosa sono capace di fare?”. “Per Zeus, puoi fare le cose che gli dèi ti hanno reso naturalmente capace di fare e che la legge approva, gli dèi hanno fatto la natura femminile adatta ai lavori e alle cure interne, e quella dell’uomo a quelle esterne. Le donne di conseguenza hanno un corpo meno forte, e più tenerezza verso i neonati di quanta ne abbiano gli uomini, e quindi, oltre a procreare, devono controllare la gestione e i beni della casa, e occuparsi degli schiavi ammalati”.

Senofonte, nell’“Economico” (IV secolo a.C.) da “Gli inganni di Pandora” di Eva Cantarella (Feltrinelli)


  

Che cosa sono capace di fare? e anche: come posso aiutarti? aveva chiesto la giovanissima moglie di Iscomaco al marito. Non gli aveva chiesto: che cosa posso conquistare? La sua aspirazione era quella di diventare la migliore delle mogli, non la migliore delle donne, la migliore delle persone. Tutto era continuamente riportato a un uomo, a un marito. E dobbiamo rassegnarci, insieme a Eva Cantarella, sul fatto che l’antica Grecia, il luogo e il tempo in cui si è formata la nostra civiltà, terra di filosofia, mito, legge, terra di libertà e di studi elevatissimi, terra del pensiero, abbia fondato, nel mito e nelle dissertazioni filosofiche, nella medicina e nella vita quotidiana, anche l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini.

 

Dal punto di vista fisico, dal punto di vista del logos, che non possedevano completamente, dal punto di vista della pericolosità: le donne erano pericolose, turbavano la quiete degli uomini, non erano affidabili e forse non era nemmeno così importante il contributo che davano alla procreazione: a lungo si è infatti creduto che bastasse solo il seme maschile a fecondare una donna. Erano considerate una razza a parte, in certi casi maledetta. Nonostante la bellezza e l’intelligenza delle dee, nonostante grandiosi personaggi come la regina Didone e Penelope, le donne stavano molti gradini più in basso, e la prima donna, nel mito, fu mandata sulla terra come punizione degli Dei per le colpe commesse da Prometeo (che aveva rubato il fuoco, che aveva peccato di tracotanza).

   

Pandora viene chiamata “l’Eva Greca”, era stata costruita appositamente da Efesto, ex novo, era completamente diversa da un uomo e doveva portare sulla terra l’infelicità. Gli dei le avevano regalato un aspetto pieno di grazia, desiderio struggente e affanni che fiaccano le membra, un’indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori (lo racconta Esiodo nella Teogonia).

  

Pandora era “un male così bello” da renderla “un inganno al quale non si sfugge”, scrive Eva Cantarella in questo saggio appassionante e rivelatorio di qualcosa che ha superato i millenni: l’individuazione antichissima di una differenza a sfavore, e di una diffidenza degli uomini verso le donne. La tendenza alla misoginia degli storici, dei pensatori, degli artisti e dei filosofi: le donne sono il male più grande che Zeus abbia mai fatto ai mortali. Ed ecco le parole assolute di Aristotele: “Il maschio rispetto alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore, l’altra è peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata”. L’uomo è migliore, la donna è peggiore, l’uomo comanda, la donna è comandata, perché “l’uomo è più adatto al comando della femmina, tolte alcune eccezioni contro natura”. Perché la natura aveva semplicemente creato le donne come esseri inferiori, e non si doveva andare contro la natura. Socrate ne fece invece una differenza culturale, ma certo la sua predilezione culturale andava agli uomini. L’uomo ateniese (Atene è la culla della modernità) poteva avere tre donne: la moglie per avere figli legittimi, la concubina per la cura del corpo e la compagna per il piacere. Oltre all’opzione rappresentata dalla relazione con un giovane uomo, tra i tredici e i diciassette anni.

  

Da allora, i millenni non sono passati invano. E nella nostra differenza, l’antica Grecia l’amiamo lo stesso.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.