L'installazione "Kikito" dell'artista francese JR sul muro che divide il Messico dagli Stati Uniti (foto LaPresse)

Il cosmosovranismo di Martha Nussbaum

Mattia Ferraresi

La filosofa rivede l’ideale “nobile ma fallace” della cittadinanza del mondo e rilancia il primato della nazione

Nell’ottobre del 1994 Martha Nussbaum ha pubblicato sulla Boston Review un saggio dal titolo Patriotism and Cosmopolitanism, destinato a diventare l’oggetto di intense critiche e discussioni intorno all’ideale cosmopolita. L’articolo della filosofa della University of Chicago prendeva le mosse, almeno in parte, da un editoriale di Richard Rorty, pubblicato dal New York Times, dove l’intellettuale accusava un gruppo di colleghi dell’accademia di avere abbracciato una posizione “unpatriotic”. La salace dichiarazione di Rorty era a sua volta originata da una circostanza particolare. Il pedagogista Sheldon Hackney, direttore del National Endowment of the Humanities, aveva proposto di organizzare una serie di incontri, trasmessi in diretta televisiva, in varie città per riflettere sull’identità nazionale americana, al fine di esplorare le radici di un sentimento patriottico comune offuscato, a suo dire, da divisioni in gruppi, tribù, clan e minoranze in cerca di riconoscimento.


Nel 1994 l’intellettuale ha scritto un saggio critico verso il patriottismo e in favore dell’ideale cosmopolita. Oggi ha cambiato idea 


L’idea era stata vivacemente attaccata da diversi intellettuali, che vedevano annidarsi nel tentativo patriottico di Hackney il germe pericoloso di un nazionalismo etnocentrico ed esclusivo. Rorty lo aveva invece difeso, appellandosi alla differenza fra il pluralismo, tipico della tradizione americana, e un “nuovo movimento chiamato multiculturalismo”. “Il pluralismo – scriveva Rorty – è il tentativo di rendere l’America ciò che il filosofo John Rawls chiama ‘una unione sociale fra unioni sociali’, una comunità di comunità, una nazione con molto più spazio per le differenze di molte altre. Il multiculturalismo sta diventando invece il tentativo di mettere queste comunità in contrasto le une con le altre”. Una pericolosa “politica della differenza” stava incrinando l’ideale pluralista che aveva animato l’America fin dalle sue origini. Evidentemente la critica di Rorty superava di molto i confini della circostanza particolare che aveva suscitato il dibattito.

 

Nussbaum, che in qualità di membro preminente della comunità intellettuale americana era stata coinvolta nelle discussioni preliminari sul progetto di Hackney, sedeva dall’altra parte della disputa, e nel suo saggio sosteneva che il patriottismo di Rorty altro non era che una forma – e forse proprio la forma più perniciosa – di quella “politica della differenza” che questi andava denunciando. Contro Rorty, Hackney e il loro seguito di pluralisti patriottici, Nussbaum ha esposto la sua versione dell’ideale cosmopolita formulato in origine da Diogene di Sinope, il Cinico, che a chi gli domandava da dove veniva rispondeva: “Sono un cittadino del mondo”.


Il cosmopolitismo è incarnato da istituzioni inique, non tiene conto dei limiti del soggetto umano e soffoca il pluralismo


 

Per sostenere la posizione cosmopolita, la filosofa ha preso spunto dal romanzo La casa e il mondo del poeta e artista bengalese Rabindranath Tagore. Uno dei personaggi è la giovane moglie di un proprietario terriero Hindi, il prototipo del cosmopolita, che rimane affascinata dai discorsi intensamente patriottici di uno degli amici di lui, animatore di un movimento di boicottaggio delle merci straniere. In linea di principio, il marito non è contrario al sostegno del proprio paese, ma la considera una causa secondaria, che lo trova in ultima analisi tiepido: “Voglio servire la mia nazione, ma riservo la mia riverenza per un Diritto che è molto più grande del mio paese. Adorare la mia nazione come un dio significa portarle addosso una maledizione”, dice alla moglie. Partendo da questo spunto, Nussbaum svolge il ragionamento sul cosmopolitismo non solo come antidoto efficace al patriottismo, ma come sola via ragionevole per l’affermazione della dignità umana. “L’enfasi sull’orgoglio patriottico è moralmente pericolosa e, in ultima analisi, distrugge alcuni degli scopi nobili che il patriottismo si propone di servire, ad esempio lo scopo della preservazione dell’unità nazionale al servizio di ideali morali di giustizia e uguaglianza. Questi scopi, come sostengo, sarebbero meglio serviti da un ideale che in ogni caso è più adeguato alla nostra situazione nel mondo contemporaneo, il vecchio ideale del cosmopolita, cioè la persona per la quale la prima lealtà è dovuta alla comunità di esseri umani del mondo intero”. Incoraggiata non solo dal suo lavoro filosofico ma anche dall’impegno in un’agenzia delle Nazioni Unite, Nussbaum ha tracciato così le caratteristiche di una visione cosmopolita in cui le persone si riconoscono fra loro per ciò che sono – e non per il paese o la cultura a cui appartengono – e la comune umanità è al centro di rapporti altrimenti dominati da confini, muri, divisioni, rivalità, cioè dalla “vera” politica della differenza denunciata dai suoi avversari. Nussbaum faceva anche uno schizzo dell’educazione cosmopolita che sarebbe stato necessario proporre ai giovani per inculcare una mentalità estranea a un mondo che ragiona secondo linee di sovranità e patriottisimi, nonostante l’antica tradizione filosofica sui kosmou polites e i più recenti progressi sui diritti umani e sulle istituzioni internazionali.

 

L’autrice sapeva bene che il romanzo di Tagore finisce male per i cosmopoliti. La mentalità nazionalista prevale, i cosmopoliti vengono sconfitti, e questo accade perché “il patriottismo è pieno di colore, intensità e passioni, mentre il cosmopolitismo sembra avere molte difficoltà a catturare l’immaginazione”. Il saggio si concludeva perciò con il tentativo di sostenere che anche l’ideale cosmopolita è eccitante, come dovrebbe dimostrare la storia dei filosofi cinici Crate e Ipparchia, che andavano alle feste dell’alta società a confutare gli avversari, facevano sesso in pubblico e si facevano beffe della polis.

Il suo ultimo libro “The Cosmopolitan Tradition” ripercorre criticamente la traiettoria che va da Diogene all’Onu

 

 

Venticinque anni più tardi, Nussbaum ha cambiato idea. O meglio, non ha cambiato idea sul valore intrinseco dell’ideale cosmopolita, sui temi dei diritti e della dignità umana e sulla critica al nazionalismo, ma ha rivisto le sue posizioni sul tipo di strutture politiche e organizzazioni che possono effettivamente garantire un qualche grado di realizzazione di quell’ideale nel mondo reale. La cornice concettuale è rimasta la stessa, il quadro istituzionale è cambiato. Nel suo ultimo libro, “The Cosmopolitan Tradition: a Noble but Flawed Ideal”, da poco pubblicato negli Stati Uniti dalla Harvard University Press, Nussbaum sostiene che nazioni e identità nazionali sono i veicoli migliori per la promozione della dignità universale, dignità che peraltro lei estende anche agli esseri senzienti non umani, seguendo un ragionamento sui diritti degli animali che è uno dei molti ambiti in cui si è sviluppata la sua riflessione. L’ideale cosmopolita è “nobile”, ma la realtà dice che è “fallace”.

 

Il libro di Nussbaum è una collezione di saggi organizzati in sette capitoli. I primi cinque sono dedicati alla ricognizione della tradizione cosmopolita, lavoro che Nussbaum aveva già ampiamente fatto già ai tempi del suo saggio sulla Boston Review, ma che qui viene riproposto in modo molto più arricchito e puntuale. La traiettoria parte da Diogene e i cinici, i primi cosmopoliti, tocca alcune questioni sollevate da Cicerone, ripercorre la riflessione stoica e gli affascinanti dilemmi della “psicologia cosmopolita” che questa pone, approda alla modernità tramite il pensiero di Ugo Grozio, che al tema ha fornito un contributo originale anche rispetto al collega cui viene sempre associato nella manualistica, Samuel Pufendorf, e arriva fino ad Adam Smith. I lettori di Nussbaum non saranno sorpresi da questi riferimenti.

 

Quello che interessa qui per documentare i cambiamenti della posizione di Nussbaum – e perfino la sua disillusione rispetto a certe istituzioni che un tempo aveva creduto potessero davvero dare sostanza politica al cosmopolitismo ideale – sono soprattutto gli ultimi due capitoli, nei quali l’autrice fornisce, in modo prudente ed equilibrato, prove a sostegno di un’idea esposta altrove nel libro: “L’autonomia individuale e la sovranità nazionale sono idee affini che si sostengono a vicenda”. In altre parole, è la sovranità nazionale, con tutto il suo portato identitario, il partner politico naturale della concezione dell’autonomia dell’individuo di tipo kantiano, non la sua sublimazione in una dimensione sopranazionale. Non si può parlare di una svolta sovranista, visto il significato che il termine ha assunto nel dibattito attuale, ma di un ripescaggio della sovranità nazionale come categoria troppo facilmente scartata dai cosmopoliti, questo sì.

L’autonomia individuale e la sovranità nazionale sono idee affini che si sostengono a vicenda”, scrive la filosofa americana

 

Il primo degli ultimi due capitoli è dedicato al rapporto fra la tradizione cosmopolita illustrata in precedenza e il mondo di oggi. Nussbaum solleva alcuni problemi che fanno da contraltare alle virtù ideali del cosmopolitismo. Intanto, nota la filosofa, la crisi della sovranità nazionale è una realtà: la sua forza è stata a lungo erosa dal potere di società ed enti multinazionali – industrie, istituti finanziari, ong ecc. – che non hanno propriamente contribuito a creare quel mondo di giustizia, solidarietà e dignità umana che è il fine a cui tende un autentico cosmopolita. Il cosmopolita invoca la primazia della lealtà universale e della cittadinanza del mondo sul particolarismo delle appartenenza nazionali come mezzi per creare un mondo più giusto, non come fini in sé. E per Nussbaum gli strumenti cosmopoliti attualmente in uso nei reami della politica e dell’economia non lavorano nella direzione della giustizia. Anzi, tendono ad accrescere disuguaglianze e a generare conflitti morali che rimangono per lo più invisibili anche a chi vi partecipa, tanto è lunga la catena delle connessioni (si pensi ad esempio all’impatto che l’acquisto di beni di consumo ha sulle condizioni di lavoratori nel sudest asiatico). Piuttosto è la sovranità che dovrebbe essere rivista alla luce di ideali universali, il che non significa certo cedere alla logica dell’America First, di “prima gli italiani” o di qualunque altro “first” nazionalista.

 

Altri limiti del cosmopolitismo individuati da Nussbaum: non offre un’immagine realistica del soggetto umano e dei suoi limiti, quindi non risolve i problemi di psicologia morale riguardo a debolezze, discriminazioni, paure, rabbia e via dicendo; è pericoloso per il pluralismo e in particolare per la libertà religiosa, ché “l’etica cosmopolita rimpiazza le religioni tradizionali invece di coesistere con esse”. Infine, in termini ancora più pratici, Nussbaum dimostra che questo ideale non è una buona base di partenza per far rispettare i diritti umani, per regolare in modo giusto i flussi migratori e smonta i foreign aid, i fondi per l’aiuto di paesi stranieri spesso esaltati come forma di solidarietà transnazionale, che sono buoni in teoria ma controproducenti in pratica, cosa già ampiamente dimostrata dal premio Nobel Angus Deaton. Nell’ultimo capitolo, la filosofa propone di sostituire l’ideale cosmopolita fallace con il capability approach, la cornice teorica che ha sviluppato negli anni Ottanta assieme ad Amartya Sen e che combina l’esigenza morale universale di arrivare al bene con le possibilità reali di ciascun individuo di raggiungerlo. Nessun lettore di Nussbaum cadrà dalla sedia leggendo questa parte. Dove ripropone un tema classico che ha servito in molte salse filosofiche. Ciò che più conta, in quest’opera, è la critica all’ideale cosmopolita, che ha il tragico difetto di distruggere nella prassi i propri nobilissimi propositi teorici, e la rivalutazione della sovranità nazionale come miglior alleato dei sostenitori dell’autonomia individuale, del pluralismo politico, delle libertà fondamentali e dei diritti delle minoranze. Non più forma pericolosa della “politica della differenza”, ma strumento realistico per combinare qualcosa senza perdersi nel sogno bello e ingannatore della cittadinanza del mondo.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.