Giovani di Berlino ovest, arroccati sul muro di divisione, ne rimuovono un pezzo (foto LaPresse)

Tre corone antisovraniste

Matteo Marchesini

I novant’anni di Kundera, Steiner e Enzensberger e la nostra memoria, antidoto ai mali ultramoderni

Nel 2019 compiono novant’anni tre grandi intellettuali versatili e cosmopoliti: Milan Kundera, George Steiner e Hans Magnus Enzensberger. Le loro origini sono nel centro dell’Europa, che a meno di vent’anni hanno visto distrutta. Cresciuti sotto le minacce di nazismo e comunismo, sono divenuti presto esuli o viaggiatori instancabili. La loro identità consiste in un continuo attraversamento dei confini tra le lingue, le nazioni, i generi letterari. Kundera, ceco emigrato a Parigi, ha raggiunto la celebrità grazie al suo primo romanzo, “Lo scherzo”, che rimane il suo capolavoro. Nella Cecoslovacchia socialista del secondo Dopoguerra, uno studente provoca una ragazza che lo trascura per i corsi di partito. “L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij!” scrive Ludvík a Markéta. La sua cartolina non ha alcun significato politico: è un messaggio privato, la battuta pretestuosa di una scaramuccia d’amore. Ma nel nuovo regime non c’è posto per questo registro, e lo studente cade in disgrazia. Viene espulso dal partito e dall’università, sconta il servizio militare in un villaggio minerario, conosce il carcere. La sua esistenza è rovinata da un gesto frivolo, sentimentale e umoristico, compiuto in un paese che non sa più stare allo scherzo. Molti anni dopo, contro i propri persecutori, Ludvík progetterà una vendetta che passa specularmente per una sorta di machiavellismo erotico. Ma come ha notato Alain Finkielkraut in un ottimo commento al romanzo, la vita “trae un piacere maligno dal confondere coloro che si vantano di poterne plasmare il senso”. Quando ci si mette a fare i demiurghi, non importa se nei panni degli ingegneri dell’anima o in quelli di Edmond Dantès, ci si imbatte comunque in conseguenze impreviste. Il vendicatore scopre una verità infinitamente più beffarda del suo biglietto: nessuna giustizia regge al tempo. Gli individui che vorrebbe colpire sono ormai solo suoi fantasmi mentali. Fuori appaiono irriconoscibili. La metamorfosi e l’oblio hanno cancellato i torti e le ragioni. E’ una verità tremenda; ma più tremenda sarebbe forse la realizzazione dei progetti di chi vuole sradicare il Male, e così finisce per moltiplicarlo.

 

Nell’opera di Kundera, il mondo è una sequenza di beffe più o meno sinistre. I dogmi e i suoi risultati mostruosi

Nell’opera di Kundera, il mondo è una sequenza di beffe più o meno sinistre, nelle quali il Commendatore e Don Giovanni si scambiano ininterrottamente le parti. Appena un pensiero totalitario prova a ridurre questo mondo ai suoi dogmi, ottiene risultati mostruosi, specie dove ha a che fare col chiaroscuro dei sentimenti, del linguaggio e dell’arte. I funzionari dello Stato etico pretendono di certificare ciò che non sopporta certificazioni, come l’indefesso studioso del primo racconto di “Amori ridicoli”; e d’altra parte gli artisti, come il poeta adolescente di “La vita è altrove”, tradiscono spesso la loro ispirazione trasformandosi in carnefici. Ne risulta una messinscena politico-culturale insieme sanguinosa e kitsch. Kundera, che l’ha osservata da vicino e ne è stato espulso, la fa emergere con naturalezza dalle relazioni intime, e mostra il carattere velleitario delle sue rimozioni. Anche il dominio più spietato, e l’io lirico più chiuso in sé, non possono infatti abolire la realtà, cioè l’incontro quotidiano con il caso, con l’imponderabile, con la varietà dell’esistenza. E l’arte del romanzo si riassume appunto nella rappresentazione di questo incontro. La sua forma mobile e aperta nasce dall’“assenza del Giudice supremo”, dalla moderna “saggezza dell’incertezza”. Con il suo costitutivo umorismo, che impedisce a una tesi di prevalere sulle altre, il romanzo insegna a sopportare la “sostanziale relatività delle cose umane”. Nella declinazione che ne ha dato Kundera, la relatività si manifesta in una pluralità di voci e di temi che s’intrecciano come motivi musicali, e in una oscillazione perenne tra situazioni angosciose e sviluppi da vaudeville. L’esperimento riesce, di solito, grazie all’intelligenza elegantemente semplificatrice dell’autore, che per amalgamare la sua materia mescola il saggismo di Musil e Broch con le rarefatte impalcature a vista del conte philosophique.

 

Anche Enzensberger, che il romanzo lo ha sempre aggirato, tenta di rappresentare la natura sfuggente dell’esperienza

In questa concezione della vita, e in questa ripresa postmoderna di un filone settecentesco, il romanziere Kundera si avvicina a Enzensberger, che il romanzo lo ha invece sempre aggirato. Anche il poeta della “Fine del Titanic” tenta di rappresentare la natura sfuggente dell’esperienza, e non crede nella possibilità d’indirizzare il corso della Storia: nel suo pantheon hanno un posto d’onore Diderot e Herzen. Anche il suo è un mondo a zig zag, incontrollabile e tragicomico; e siccome è convinto che la descrizione della confusione non dev’essere per forza una descrizione confusa, lui pure dà conto della complessità con mezzi limpidi ed economici. Difficile decidere quale sia la forma in cui si esprime meglio questo autore mercuriale, epigrammatico, che sa dire le cose più apocalittiche in uno stile medio e urbano. Saggista in versi, scrive di storia e di filosofia attraverso il teatro, e nasconde il racconto dietro il reportage o l’apologo. Spesso vicino ai Grandi Eventi, ma provvidenzialmente distratto, quando registra le sue impressioni di viaggio ha il tocco lieve di Isherwood; eppure il suo virtuosismo eclettico, esplicito o didascalico suggerisce piuttosto un paragone con Auden e con Brecht. Enzensberger traduce la dialettica di Adorno nella lingua piana di Orwell, intuendo che in una società satura di furori estremistici e astratti niente è più demistificatorio del senso comune. Il suo sperimentalismo coincide con la divulgazione. Contro il brusio della troppa informazione, e contro i troppi scrittori che romanzano la cronaca, trasformando la letteratura in un’indistinta melassa di semifiction, propone un lavoro sobrio ed ecologico basato su montaggi e citazioni: così ritrae la Cuba castrista, o l’Italia del caso Montesi. Quanto ai dogmi, li scioglie in un dialogo socratico che si svolge non solo tra soggetti diversi, ma anche tra le diverse parti del suo inconoscibile Io. Persino nei periodi politicamente caldissimi, a cavallo del ’68, più che un compagno Enzensberger è stato un antropologo dei movimenti rivoluzionari, un intellettuale guidato dal demone dell’inappartenenza. Oltre ai gruppi, tiene a distanza la propria identità, apparendo quasi “indifferente a sé stesso”: è uno spirito aereo, un folletto, il contrario esatto del fanatico. Appena cercano d’inchiodarlo a una posizione o di inquadrarlo in una schiera, ecco che si smarca con una battuta, con una mossa laterale e agilissima, come il Cavalcanti di Boccaccio quando balza tra le tombe e si libera motteggiando della brigata che vorrebbe inglobarlo. Enzensberger incarna un ossimoro: è un tedesco nemico delle idee fisse. Costruisce soltanto teorie tascabili, utensili provvisori per smontare i sistemi sclerotizzati. Sa che la volontà e l’intelligenza delle cose sono inversamente proporzionali; che i progressi di homo faber sono inscindibili dalle sue follie, e che negarlo porta a una follia peggiore. Non confonde gli slanci idealistici o palingenetici con gli avvenimenti che ci capitano uscendo di casa, e non dimentica mai che la lingua con cui gli ideologi spronano gli oppressi non è mai la lingua del loro pubblico.

 

Sul suo “Titanic”, un oratore grida invano ai poveri della terza classe di approfittare del naufragio e vendicarsi dei ricchi: gli emigranti “Capivano, certo, quel che diceva, / ma non capivano lui. / Le sue parole non erano le loro. / Erano rosi da paure diverse / dalle sue, e da altre speranze. / Rimasero lì in piedi, pazienti, / con i loro zaini, i loro rosarii, / i loro bambini rachitici, / dietro alle barriere, gli fecero largo, / lo ascoltarono, rispettosamente, / e attesero, finché non affondarono”. Sulla stessa barca dell’umanità, ci ripete Enzensberger, convivono esperienze e forme di vita che non riescono davvero a comunicare tra loro, e non possono essere ridotte a un’unità che non somigli a una camicia di forza. Il mondo è un pot-pourri di animali, piante, relitti della Storia, aperitivi in centro e foreste vergini, castelli epistemologici e pettegolezzi triviali. Nulla può essere addomesticato; e d’altra parte, nessuna scoperta dell’infinitamente piccolo o dell’infinitamente grande può abolire la misura dei nostri sensi. Davanti a noi e in noi vortica una realtà a coriandoli, animata da una ragionevolezza che quanto più si arrende malinconicamente alla propria incapacità di determinare le sorti dell’universo, tanto più guadagna in nitore, in leggerezza spiritosa, persino in felicità. A testimoniare questa saggezza dialettica e montaignana basti una poesia dell’Enzensberger maturo, “Scienza astrale”: “Il suo mondo fatto di nulla o quasi, / di fantomatiche superstringhe / nello spazio decidimensionale, / strangeness, colour, spin e charm - // però quando ha mal di denti, / il cosmologo; / quando sfreccia / sulla pista a St. Moritz; / mangia patate in insalata / o va a letto con una signora / che non crede ai bosoni; / quando muore, // le fiabe matematiche evaporano, / le equazioni si sciolgono / e lui rientra dal suo aldilà / in questo aldiquà / di dolore, neve, piacere, / patate in insalata e morte”.

 

Un pot-pourri di animali, piante, relitti della Storia, aperitivi in centro e foreste vergini, castelli epistemologici e pettegolezzi triviali

“Getta via il libro / e leggi” recita la chiusa di un’altra poesia dove lo scrittore tedesco elenca le meraviglie naturali di cui l’uomo è fatto, e che restano molto più raffinate di quelle che sa fare con le sue invenzioni ingegneristiche, estetiche e organizzative. E’ di nuovo un invito all’ecologia della cultura, pronunciato nel cuore di una società che separa le nozioni dall’esistenza. “Getta via il libro secondario” lo correggerebbe George Steiner, che per più di mezzo secolo ha cercato di liberare la tradizione culturale dell’Occidente dalle incrostazioni parassitarie della chiacchiera accademica e giornalistica. Ma mentre ne restaura le opere capitali per rileggerle “direttamente”, Steiner non smette mai di caricarsi sulle spalle anche l’enorme deposito di commenti e note a margine che da quella tradizione è inseparabile. Ogni suo scritto tende a ripercorrerne tutte le strade, a sostare davanti a tutti i suoi simboli augusti. La sua penna ne collega con magistrale rapidità i punti più lontani nel tempo e nello spazio: si veda ad esempio l’impressionante lavoro su “Le Antigoni”, che da Sofocle arriva a Lacan passando per Hölderlin, o il giovanile e geniale “Morte della tragedia”, uno dei pochi saggi del secondo Novecento, con quelli di Péter Szondi, che sia paragonabile alle sintesi storico-teoriche del primo Lukács. Il peso morto della Storia rischia di uccidere la vita dei capolavori; ma senza la pietas dovuta a quel peso, anziché “vere presenze” i capolavori rischiano di diventare dei monoliti muti. Così in Steiner, che padroneggia indifferentemente il francese, l’inglese e il tedesco, l’avvicinamento a una pagina qualunque mette in moto uno straordinario, alchemico laboratorio di traduzione e di filologia. Ma i contributi che escono dal laboratorio sono poi orchestrati dal pathos di un teologo. All’idolatria strutturalista del testo, il critico oppone l’idea ebraica del mondo come testo: leggere bene significa correggere e redimere almeno un piccolo pezzo di realtà decaduta. La tendenza a restituire la singolarità fragrante di ogni oggetto contrasta in lui con la vocazione altrettanto forte a coglierne la tipicità, a collocarlo sotto un albero genealogico che affonda nella notte dei tempi.

 

Com’è possibile che proprio dove s’interpretavano i classici con la massima raffinatezza sia stato costruito Auschwitz?

Tutto è metamorfico, ma tutto punta a un’essenza. E’ la ragione per cui Steiner diffida delle filosofie fondamentaliste, onnicomprensive, e insieme ne è irresistibilmente attratto: quando affronta Lukács o Heidegger, lo fa sia da ammiratore che da antagonista. Ma l’unica totalità che riconosce è quella dell’esperienza estetica come esperienza umana integrale. Dalla scintilla che questa fede produce, cozzando con la storia del XX secolo, viene la domanda angosciosa intorno alla quale ruota la sua opera: com’è possibile che proprio dove s’interpretavano i classici con la massima raffinatezza sia stato costruito Auschwitz? Un umanesimo che non rifletta su questa schizofrenia, o sul fatto che forse schizofrenia non c’è, non merita il suo nome. Steiner rifiuta di rinunciare all’aura della cultura in cui è cresciuto. Torna di continuo a volgersi all’indietro, verso le sue radici abissali, per traghettarla in un futuro incerto. Ripete che solo nel suo canone si trova un’indagine attendibile su quei moventi umani che la scienza moderna, ancora più immediatamente responsabile degli sterminii, non potrà mai spiegarci. Ma per accostarsi sul serio al canone bisogna mettere in gioco l’uomo intero: dai testi sommi, mentre li giudichiamo, occorre lasciarsi giudicare. “Chi ha letto la ‘Metamorfosi’ di Kafka e riesce a guardarsi nello specchio senza indietreggiare”, scrive in “Linguaggio e silenzio”, “è forse capace, tecnicamente parlando, di leggere i caratteri stampati, ma è analfabeta nell’unico senso che conti realmente”.

 

Steiner è un tipico saggista. Ma lo sono anche Enzensberger e Kundera, autori di un’opera ibrida in cui narrativa e poesia vengono continuamente fecondate dal seme del saggismo. In tutti e tre, l’eredità di una tradizione secolare riappare grave di memorie, ma anche alleggerita di un ruolo sociale ormai perduto: spettri delle epoche più diverse si raccolgono nello stesso spazio postmoderno, e sono evocati come termini di paragone di una situazione inedita. Tutti e tre hanno assorbito, riepilogato e per così dire decentrato le oltranze della letteratura moderna. La loro parabola aiuta a misurare la differenza tra la cultura italiana e quella che l’Italia ha importato a fine Novecento. Si potrebbe dire che Kundera è Calvino + Svevo, o a volte Calvino + Moravia; che Enzensberger è Calvino + Fortini; e che Steiner, il quale anziché “parlare di tutto a proposito di una determinata occasione” rischia spesso di parlare di tutto a proposito di tutto, è un Magris e un Citati che ha potuto prevenire l’anemia critica grazie a un po’ dei globuli rossi di Debenedetti e Praz. Qui, oggi, per noi, festeggiare questi splendidi novantenni non significa rendere omaggio al passato. I loro libri sono un formidabile antidoto al sovranismo che abbiamo davanti.