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Il nazionalismo buono oltre gli istinti sovranisti

Yuval Levin*

Rileggere Edmund Burke per ricomporre il matrimonio fra nazione e liberalismo. Un antidoto al morbo rivoluzionario e all'arroganza dell'élite

Quelli che seguono sono ampi stralci di un discorso pronunciato alla National Conservatism Conference a Washington, organizzata dal politologo israeliano Yoram Hazony, autore di The Virtue of Nationalism. La conferenza ha suscitato infinite discussioni e polemiche, manna dal cielo per il “pensiero dominante”.

 


  

L’interesse per Edmund Burke da parte dei conservatori contemporanei non è genealogico: la nostra persuasione politica non è nata con Burke, oppure con la sua lettura da parte di altri. Non è affatto ovvio che dobbiamo guardare a lui come a una guida. L’interesse per Burke, invece, sta nel fatto che articola in modo particolarmente chiaro una disposizione, radicata in un gruppo di premesse filosofiche, che è stata importante per la politica conservatrice nelle società liberali dal Diciottesimo secolo. Non l’abbiamo ricevuta da Burke, ma lui l’ha espressa straordinariamente bene. Questa disposizione muove da basse aspettative verso l’individuo ma da alte aspettative verso le nostre istituzioni sociali; il senso che l’uomo è caduto e corrotto, e perciò deve essere sollevato o ricostituito dall’istruzione morale e dall’abitudine alla virtù […].

 

Ciò genera uno scetticismo verso le pretese arroganti di conoscenza e potere, e ci rende attenti a proteggere quei modi di vita che hanno portato le generazioni precedenti non soltanto più vicine alla pace sociale e alla prosperità economica, ma anche più vicino alla giustizia e a Dio. Ci ha anche condotti a una certa riverenza per la comunità, per la storia, per la cultura, e a sottolineare l’importanza delle precondizioni per crescere i nostri figli.

 

Per il filosofo inglese la nazione si regge su alcuni pilastri: amore per la patria, carattere e idea nazionale come unità di misura del mondo

 

Nel nostro tempo, chi ha abbracciato questa visione è stato solitamente definito conservatore, ma molto prima che il termine esistesse questo modo di pensare ha avuto dimora nella politica di ogni democrazia liberale a partire almeno dall’età delle rivoluzioni. Burke è stata la persona che ha articolato nel modo più potente sia i fondamenti che le implicazioni di questa visione. E non c’è dubbio che nell’articolare questa visione del mondo, la nazione abbia finito per occupare un posto fondamentale. L’idea della nazione, di un carattere nazionale e di istituzioni nazionali, è sullo sfondo di quasi tutto ciò che Burke ha da dire. Possiamo dire che il suo pensiero politico culmina in un pensiero nazionale.

 

Ma lo fa in un modo tutt’altro che semplice; un modo che tende ad affermare alcune delle cose che ora sfilano sotto il vessillo del nazionalismo, ma anche a confutarne altre. Confuta specialmente la tendenza a scartare il liberalismo e la tradizione liberale come sorgente di saggezza, ordine, libertà e virtù.

 

Lo scarto o rifiuto del liberalismo è, a mio avviso, un errore grave al quale alcuni nella destra di oggi sono tentati di cedere, lasciando che i progressisti facciano proprio il termine e perciò lasciando che la nostra tradizione venga identificata soltanto con la sua versione peggiore.

 

Ragionare su Burke e la nazione ci può aiutare a vedere più chiaramente. Dovendolo fare in modo sintetico, suggerisco di considerare quattro modi in cui il pensiero di Burke sulla nazione si articola. Ci aiuteranno a capire cosa significa il nazionalismo nel nostro tempo. Il primo riguarda l’amore per la patria e il suo posto in politica; il secondo il carattere nazionale; il terzo la nazione come unità di analisi degli affari mondiali; il quarto riguarda la nazione come unità di analisi degli affari interni […].

 

L’amore per la patria

Innanzitutto, Burke si concentra sull’amore per il proprio paese; potremmo dire con il nazionalismo come forma di patriottismo, elemento che considera essenziale per una vita politica sana. Lui pensava che questo sentimento fosse profondamente radicato nella maggioranza delle persone […].

 

Questa forma di patriottismo è viscerale. Ha a che fare letteralmente con il suolo, benché non con il sangue. Burke vedeva una connessione metaforica fra i legami di sangue e i legami nazionali, ma solo come metafora […]. Questo profondo amore per la patria ha un ruolo politico significativo nella visione di Burke. E’ cruciale per capire cosa tiene insieme un popolo, perché il popolo rispetta le leggi e l’autorità del governo. Quando i francesi hanno tentato di distruggere le radici di questo sentimento nazionale, sostituendole con astrazioni sui diritti dell’uomo, come le definiva lui, hanno lasciato la legge senza altro sostegno se non il potere dello stato. Questo ha abolito la prospettiva di una società libera in Francia. L’amore per la patria è dunque assolutamente necessario per creare una società davvero libera […].

 

Il carattere nazionale

La seconda idea di Burke sul nazionalismo che può aiutarci a pensare in modo più chiaro è questa: esiste qualcosa che chiamiamo il carattere nazionale, e questa cosa è in qualche modo al cuore della vita della nazione. Questo carattere è il prodotto di una esperienza comune, formata nella storia, e che ci tiene insieme nel tempo. E’ la somma delle cose che facciamo e in cui crediamo, una specie di personalità nazionale. La vita politica di una società è l’espressione del suo carattere nazionale, e può funzionare soltanto se è in qualche modo allineata con quel carattere […].

 

Il carattere nazionale è particolarmente importante per spiegare il modo in cui Burke pensava alle trasformazioni e rivoluzioni politiche, e non soltanto in Francia. Era il modo in cui lui concepiva gli eventi della Glorious Revolution, la rivolta dei polacchi contro i russi e le insurrezioni indigene in India. Queste rivolte, che Burke sosteneva, erano nate a difesa del carattere di ciascuna di queste nazioni […].

 

Non governare un popolo in sintonia con il suo carattere nazionale non è soltanto imprudente, ma è una forma di ingiustizia. Questo è cruciale per spiegare quello che aveva visto accadere in Francia. Burke sosteneva che la Rivoluzione francese non era una insurrezione popolare in difesa del carattere nazionale, ma una specie di colpo di stato contro di esso. Era un tentativo di estinguere la nazione tramite una politica di astrazione imposta al popolo da una piccola minoranza di radicali. “Questi sedicenti cittadini”, Burke scriveva dei rivoluzionari, trattano la Francia come un paese conquistato, non come il loro paese. “Condannano un popolo soggiogato, calpestano i suoi sentimenti”, scriveva, “e distruggono tutte le caratteristiche dell’antica nazione, la religione, la politica, le leggi e i costumi” […].

 

“Il rifiuto dell’ideale liberale è un errore della destra di oggi. Lasciamo
che gli altri ci identifichino con la nostra versione peggiore”  

 

Questa preoccupazione aveva portato Burke a distinguere, talvolta, fra il popolo e i suoi leader sulla questione del carattere nazionale. La sua amata Costituzione britannica, diceva, “è emersa dalla semplicità del nostro carattere nazionale, e da una specie di innata modestia e schiettezza della nostra comprensione”. E, aggiunge, questa disposizione sopravvive ancora, almeno nel corpo del popolo”.

 

Quest’ultima frase può sembrare strana per Burke. Siamo soliti concepirlo come difensore delle virtù dell’aristocrazia, e lo era; siamo anche soliti concepirlo come scettico verso le passioni del volgo, e lo era. Ma era anche preoccupato dalle passioni dell’élite, e per difendersi da queste ha talvolta detto che il pubblico, il popolo, era il gran depositario del carattere nazionale […]. Ammettere distinti caratteri nazionali significa affermare che il nostro è un mondo fatto di nazioni distinte.

 

La nazione e il mondo

[…] L’idea della nazione è fondata su un attaccamento sentimentale e su un distinto carattere che esige di essere difeso. Dà origine poi a un certo modo di pensare: la nazione funziona come unità di analisi negli affari mondiali. Questa idea è implicita in molti degli scritti di Burke sulla politica globale, ma la vediamo espressa in modo particolarmente chiaro quando affronta il motivo per cui gli inglesi si vogliono interessare degli affari della Francia. “Prima i vostri affari erano soltanto di vostra competenza”, Burke scriveva ai suoi corrispondenti francesi nelle Riflessioni. “Ci sentivamo coinvolti in essi in quanto uomini, ma ci tenevamo alla larga, perché non eravamo cittadini francesi. Ma quando vediamo quel modello applicato a noi stessi, dobbiamo sentirlo come inglesi, e sentendolo dobbiamo agire come inglesi. I vostri affari, a dispetto di noi, sono diventati parte del nostro interesse; almeno per tenere a distanza la vostra panacea, o la vostra peste” […]. La nazione ha un posto distinto in questo grande contratto primigenio. E un esito di questo fatto è che le nazioni sono viste come le unità di analisi degli affari del mondo […]. Eppure, dire che la nazione è il principio organizzativo degli affari mondiali non significa che sia anche il principio organizzativo degli affari domestici. Qui Burke offre una idea diversa e distinta di nazionalismo che va notata in modo particolare.

 

La nazione e le appartenenze locali

Questo è il quarto e ultimo aspetto del nazionalismo di Burke che vorrei richiamare: l’idea che l’appartenenza nazionale è il culmine, o la somma, delle appartenenze locali.

Burke riserva tutta la sua rabbia contro i francesi per aver sradicato le distinzioni locali e il potere regionale […]. Scriveva: “Si esulta perché tutte le politiche geometriche sono state adottate, tutte le idee locali sono state espulse, e si dice con soddisfazione che le persone non devono più sentirsi guascone, picarde, bretone o normanne, ma francesi, con un paese, un cuore e una assemblea”.

“Ma invece di essere tutti francesi”, continuava, “la cosa più probabile è che gli abitanti di quella regione presto non avranno più una patria”. Spezzando le appartenenze locali finiamo per indebolire il sentimento nazionale. La nazione non è un tutto da dividere in parti, è piuttosto la somma di vari elementi dispari, antichi, amabili. Questo è essenziale per capire la preoccupazione di Burke per il sentimento nazionale, l’amore per la patria e l’enfasi sul carattere nazionale. Siamo preparati ad amare la nostra patria in virtù dell’amore per la nostra casa.

“I nostri affetti pubblici nascono nelle nostre famiglie”, diceva Burke. “Il cittadino zelante non è una fredda relazione. Siamo in rapporto con i nostri vicini e le nostre connessioni quotidiane. Queste sono rifugi e luoghi di ristoro […]”.

 

Correttamente inteso, il nazionalismo è un correttivo del globalismo
senza volto e del localismo autoreferenziale

  

Questa non è che una frettolosa e parziale ricostruzione del pensiero di Burke sulla vita nazionale, ovviamente. Ma penso che queste quattro parti ci aiutino a pensare alla questione del nazionalismo nel nostro tempo. Ci dicono, prima di tutto, che il nazionalismo, termine che è stato riproposto in modi che hanno diviso di recente i conservatori, ha almeno quattro significati che dobbiamo tenere separati. Il nazionalismo è, intanto, un sentimento: un amore per il proprio paese che è una forma di patriottismo, anche se ha talvolta angoli spigolosi. Il nazionalismo è anche un temperamento, un altro modo di riferirsi al carattere nazionale che cresce in particolare quando quel carattere è offeso o minacciato o deriso, sia dagli stranieri che dalle élite domestiche. E’ in questo senso che può essere definito quasi una forma di populismo: protettivo verso le identità inarticolate, incline al risentimento, ma intensamente leale. Infine, secondo le ultime due angolature, il nazionalismo può essere compreso come un metodo analitico, sia che si tratti dell’unità basilare di analisi negli affari esteri, sia che si tratti di quelli interni. La prima intende il nazionalismo in opposizione al globalismo, la seconda in opposizione al localismo […]. Burke ci può aiutare anche in un altro modo: ricordandoci la distinta natura liberale del carattere nazionale americano in particolare. E’ essenziale rendersi conto che il nostro paese non è un’idea ma una società, con un carattere, una cultura, una storia, piena di persone che sono i nostri compagni reali e ai quali dobbiamo lealtà. Eppure vi è qualcosa di ironicamente universalista nell’idea che il carattere di ogni nazione sia ugualmente particolarista.

 

*Yuval Levindirettore di National Affairs

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