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La società aperta, antidoto contro i razzismi

Il ripristino di una gerarchia chiusa tra etnie, popoli, nazioni, religioni e razze, caro Serra, è possibile solo se non si difende la società aperta

17 Luglio 2019 alle 06:00

La società aperta, antidoto contro i razzismi

Foto Pixabay

Il grido “morte agli ebrei” del tempo delle Sturmabteilung (Sa) sotto certi profili non è così diverso dalla caccia agli zingari o dalla chiusura dei porti ai naufraghi o dalle sassate di ragazzi contro i lavoratori immigrati nel Foggiano. E non è così diverso dagli insulti di Trump contro le deputate di origini africane, il pogrom mentale dell’uomo che si vanta di aver trasferito a Gerusalemme l’ambasciata del suo paese. A sua volta, la detestazione per gli ebrei israeliani di una delle deputate colpite, afroamericana e musulmana, fa parte della serie. Una serie lunga, complicata, irradiata con il suo buio, la sua assenza totale di luce, in tutto il mondo da secoli. E il tranquillo, ordinario sentimento di protezione contro lo straniero emanato dal Truce o dalla Le Pen, che lo manipolano compulsivamente e strumentalmente, sta nello stesso novero dei razzismi a vario titolo. Per quanta buona o cattiva sociologia del rancore sociale si possa elaborare, razzismo e xenofobia, distinti come sono e apparentati o apparentabili da scaltri demagoghi, sono parte ineludibile dell’idea nazionalista plurisecolare, sono l’energia di superficie del più sofisticato sovranismo dei nostri tempi. Ma – attenzione – questi tratti dell’umanità concreta si sono impastati obliquamente anche nelle idee di progresso e di emancipazione: c’è una componente razzista o etnicista, una ristretta idea di umanità, anche nell’assimilazionismo degli illuministi (Marx credeva che l’emancipazione degli ebrei fosse l’emancipazione dal giudaismo), perfino in correnti del sionismo, la cui vittoria e statalizzazione dopo la Shoah è una benedizione per gli ebrei e per tutto il genere umano (le benedizioni superano e tendenzialmente annullano le contraddizioni). E infine va ricordato, a proposito dell’America, che l’appello al Creatore nel nome del quale gli uomini nascono eguali e liberi detentori di eguali diritti e doveri era coesistente con la pratica e la legittimazione etica della schiavitù, anche da parte dei Padri fondatori.

 

Ieri Michele Serra, con un esercizio di facilismo etico che non gli è proprio, si è chiuso nella sua certezza umanitaria e nello scandalo pieno di ribrezzo per il comportamento dell’Arancione, che semplificando è anche la mia certezza. Solo che dopo la petizione di principio deve cominciare il ragionamento fondato sui fatti storici e antropologici. La civilizzazione promette sempre il meglio, spesso realizza il meno peggio, e del meno peggio è parte il tentativo non scontato di debellare il residuo del peggio. A mio modo di vedere la globalizzazione, che ha certo generato delle controspinte all’insegna della protezione e chiusura sociale, partendo dall’insicurezza che è il bacino in cui nuotano i pesci grandi e piccoli del razzismo e del nazionalismo contemporanei, è l’unica vera soluzione, e probabilmente non sarà definitiva come niente è definitivo per statuto nella storia umana, del problema atroce che i movimenti antiglobalizzazione segnalano, con la teorizzazione della crisi dell’idea liberale e le pratiche tendenzialmente totalitarie innescate. L’essenza della globalizzazione è lo scambio libero tra individui giuridicamente eguali e dotati di eguali diritti e opportunità, quello scambio che qualunque bambino pratica spontaneamente nelle scuole multiculturali d’oggi, e all’infuori di questo c’è il demoniaco e l’illusorio ripristino di una gerarchia chiusa tra etnie, popoli, nazioni, religioni e razze. Nonostante il cinismo dei mercati, i trucchi e le truffe della finanza, nonostante la difficoltà di governare l’apertura istituzionale e culturale, questo è l’orizzonte ineludibile della nostra epoca.

 

L’uomo nuovo non lo creerà nessuno, la creazione è stata già fatta e il suo legno è storto, ma se non un altro mondo, un’umanità appena migliore, formata e acculturata, sicura di una sua vita individuale e comunitaria protetta ma non chiusa, è possibile. Registrare il fatto del razzismo di Trump e dei suoi simili, dall’alto delle nostre certezze, non basta, perché razzista è la sua base elettorale, razzista ed etnicista e nazionalista è una parte rilevante del mondo. Papa Francesco dovrebbe pensarci: solo un Dio ci può salvare, come si dice en philosophe, e questo Dio, nonostante l’orrore antigiacobino che i sani liberali provano per il droit-de-l’hommisme, è l’individuo libero ed eguale nella società aperta dello scambio e dell’integrazione.

 

Governare questo processo, lungo e lento, di uscita dall’Ottocento e dal Novecento, vuol dire riconsiderare il facilismo politicamente corretto e fondare il tempo nuovo su criteri non negoziabili ispirati a una visione. La religione o il fondamento: che non saranno belli come la fede, che saranno pure un’usurpazione dei diritti del Dio trascendente, qualcosa di simile a una religione civile, ma sono gli unici legami resistenti su cui basare una convivenza possibile.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    17 Luglio 2019 - 17:05

    Caro Ferrara, a me il suo sembra un manifesto del totalitarismo. L'uomo è un legno storto, dice bene. Non può essere migliorato, né idolatrato. Confini, separazioni, gerarchie sono malvagie, ma la loro malvagità è frutto della comune malvagità umana e del fatto che siamo condannati, non ciascuno di noi come individuo ma in quanto collettività, al male minore. E l'indifferenziazione è sicuramente un male maggiore. Questo è un paradosso che socialisti e russoviani - il male come destino della comunità ma non dell'individuo - nella loro stoltezza non possono apprezzare.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    17 Luglio 2019 - 16:04

    Caro Ferrara . È piacevole ruzzare. Società Aperta. Peccato, veniale, eh, che nel momento di definirla la si cominci a chiedere. Oddio, si potrebbe adottare la modalità della "chiusura aperta". Ma è un ossimoro! E allora? Siamo geniali, fantasiosi maestri nel prendere per il culo noi stessi. Non è mica un'anomalia: è la necessità imposta dallo stare insieme "non come bruti". In teoria, poi in pratica .

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    • Skybolt

      17 Luglio 2019 - 18:06

      Normalmente quelli che si prendono per il culo fanno una brutta fine, per mano per chi invece si prende sul serio.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    17 Luglio 2019 - 14:02

    " Il Washington Post sulla prima del Film "Il Re Leone": il film, scrive Dan Hasserl-Foster dovente all'Università di Utrecht,presenta una visione del mondo seducente in cui il potere assoluto non viene messo in discussione e il debole e vulnerabile sono fondamentalmente inferiori. In altre parole: Il Re Leone ci offre una ideologia fascista scritta a lettere cubitali e non c'è una uscita ovvia per il remake. "(Da "Il Giornale", Del Vigo) . Troppo alta la zampa destra nel salutare qualche pig amico? Io credo, invece che il Leone ( non è un re per caso) ha letto TUTTO il libro di Popper e non si è fermato al primo tomo. Tutto penseremmo ma men che mai un leone "Platon-Comunista" (cioè quelli della società chiusa) .

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  • albertoxmura

    17 Luglio 2019 - 10:10

    Un magnifico Manifesto del Liberalismo aggiornato al mondo d'oggi.

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