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L'apertura non vale solo per i porti

Claudio Cerasa

Perché l’opposizione non può più essere parzialmente incinta contro Salvini e i campioni della chiusura

La chiave del futuro in fondo è sempre lì ed è legata a due parole semplici senza le quali non è possibile capire cosa ci riserverà la politica di domani: apertura contro chiusura. Sintetizzare in poche righe le ragioni che si trovano dietro all’incredibile successo di Matteo Salvini non è un affare semplice, ma la traccia della sfida tra apertura e chiusura può aiutarci a comprendere meglio qual è il vero punto di forza del leader della Lega e qual è il vero punto di debolezza di tutti i suoi avversari.

 

Non c’è nessun politico in Italia, e forse in Europa, che sia riuscito a trasformare la politica della chiusura in un messaggio così semplice, così chiaro, così lineare e così immediato come ha fatto Matteo Salvini e se ci si pensa bene il tema della chiusura dei porti, al di là della loro effettiva chiusura, è perfettamente coerente con il resto della grammatica trucesca: no immigrazione, no barconi, no ong, no Europa, no Bruxelles, no Soros e soprattutto no globalizzazione. Il pacchetto della chiusura, per funzionare, non può essere spezzettato e ha bisogno di essere presentato agli elettori nella sua integrità: se voglio dimostrare che per offrire protezione ai cittadini occorre scommettere sulla chiusura, devo essere coerente con me stesso, non devo offrire messaggi contraddittori e devo dimostrare che anche le contraddizioni, qualora dovessero esistere, sono in fondo solo temporanee.

 

Ma la forza di Salvini non dipende solo dalla sua capacità di essere coerente con se stesso e di trovare ogni giorno un modo diverso per declinare il suo modello di democrazia illiberale. Dipende ovviamente anche da altro. E dipende in buona misura anche e soprattutto dall’incapacità mostrata dai suoi avversari di orientarsi all’interno della nuova divisione del mondo iscrivendosi al partito dell’apertura con la stessa coerenza con cui il Truce si è iscritto al partito della chiusura.

 

In politica, come nella vita, non si può essere parzialmente incinta, e per questo più l’alternativa mostrerà di essere parzialmente incinta e più aumenteranno i consensi dell’unico politico – perdonateci l’immagine – capace di partorire un progetto non tanto credibile quanto coerente. Da questo punto di vista, il Movimento 5 stelle e il Partito democratico, le due principali alternative al progetto salviniano, e ho detto tutto, hanno un problema simmetrico e sono in un certo senso entrambe parzialmente incinte: si ribellano a Salvini con forza più o meno credibile quando in campo c’è la politica dei porti chiusi e dimenticano di utilizzare lo stesso tono duro quando in campo c’è un’altra chiusura da smontare, che è quella che riguarda non l’immigrazione ma la globalizzazione. La ragione per cui buona parte dell’opposizione ha scelto tafazzianamente di spostare lo scontro con il leader della Lega proprio sul terreno dell’immigrazione (come un tacchino che si siede a tavola nel giorno del ringraziamento) non è casuale ma è dettata dall’incapacità di elaborare un pensiero alternativo al salvinismo sul vero terreno dove si gioca il futuro di una grande economia: spiegare perché i teorici della democrazia illiberale quando giocano con la globalizzazione stanno mettendo a rischio non una dottrina economica ma il futuro dei nostri figli. Il rifiuto della globalizzazione, economica e culturale, sommato al sospetto esplicito verso la società aperta, è in fondo il vero filo conduttore che unisce populismi di matrice diversa: da Orbán a Trump, da Bolsonaro a Putin, da Kaczyńnski a Morales, da Le Pen a Farage, da Mélenchon a Di Maio. Per questo, le opposizioni al nazionalismo che funzionano sono quelle che tentano di trovare un modo per spiegare come il capitalismo debba essere riformato o rifondato o migliorato (negli ultimi giorni al tema hanno dedicato pezzi interessanti sia il Financial Times, con Rana Foroohar, e il New York Times, con Ganesh Sitaraman e Anne L. Alstott). E fino a quando l’opposizione non si iscriverà chiaramente e fieramente dalla parte dell’apertura (più concorrenza, più competizione, più mercati aperti, meno protezionismo, meno nazionalismo e meno sovranismo: e cosa c’è di meglio di comprare l’olio tunisino per aiutarli a casa loro?) continuerà fieramente e allegramente a fare il gioco di chi ha trasformato la chiusura nel proprio punto di forza.

 

In Italia, pur da posizioni diverse, gli unici che hanno scelto di affrontare il tema, con forza, sono stati Matteo Renzi e Carlo Calenda. Il Pd sabato prossimo riunirà a Roma i delegati della sua Assemblea nazionale. Se vorrà evitare la sindrome tacchino non può che mettere da parte l’agenda Tafazzi e ripartire da qui.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.