cerca

Viva il processo alla globalizzazione

Cos’è l’alternativa al partito del rancore? Il duello Renzi-Calenda sulla società aperta è una boccata d’ossigeno, costringe a scegliere da che parte stare e traccia i confini possibili di un altro partito. Parliamone

Claudio Cerasa

Email:

cerasa@ilfoglio.it

6 Luglio 2019 alle 06:01

Viva il processo alla globalizzazione

Carlo Calenda e Matteo Renzi (foto LaPresse)

La lettera bombastica di Matteo Renzi pubblicata ieri da Repubblica ha fatto discutere molto per ciò che non conta e poco per ciò che conta davvero. Ciò che non conta è quello che ha animato ieri il dibattito pubblico e riguarda un passaggio della lettera in cui l’ex segretario del Pd rimprovera al passato governo, a guida Pd, di avere “sopravvalutato la questione immigrazione” quando nel “funesto 2017” il governo, a guida Pd e sostenuto dal Pd guidato da Matteo Renzi, ha “considerato qualche decina di barche che arrivava in un paese di 60 milioni di abitanti ‘una minaccia alla democrazia’”.

 

Il riferimento di Renzi ha a che fare con il governo di Paolo Gentiloni e Marco Minniti, che l’ex segretario del Pd considera evidentemente e sorprendentemente i responsabili del tracollo del Pd tra il 2017 (quando al referendum costituzionale il Sì, trainato dal Pd, ottenne il 40 per cento) e il 2018 (quando il Pd arrivò al 19 per cento). Ma il passaggio più interessante della lettera non riguarda il tema dell’immigrazione. Riguarda un altro tema altrettanto bombastico relativo a un dibattito importante rilanciato dal nostro giornale lunedì scorso attraverso la pubblicazione di un manifesto politico di Carlo Calenda che ha diviso in due il fronte disordinato, disaggregato ma vivo degli antipopulisti italiani. Al centro del manifesto di Calenda vi era una tesi forte collegata a un’idea provocatoria ma non isolata: la crisi di oggi è la conseguenza del dominio trentennale dell’ideologia liberista e della globalizzazione e senza renderci conto che la globalizzazione ha prodotto non solo benefici ma anche nuovi pericolosi monopoli e nuove pericolose forme di diseguaglianze, non sarà mai possibile affrontare con il giusto spirito il fronte sfascista dei nazionalisti.

 

Ieri Matteo Renzi ha risposto alle tesi di Carlo Calenda in modo duro ribaltando completamente e sorprendentemente la tesi dell’ex ministro dello Sviluppo e offrendo spunti di riflessione più interessanti rispetto a quelli legati all’immigrazione. La globalizzazione, ha scritto Renzi, “non è il nostro avversario” e “se diciamo che la globalizzazione è il nemico che distorce economia, cultura, identità, finiamo con il fare un assist a chi dice prima gli italiani, chiede di costruire muri, istiga all’odio”. Conclusione dell’ex segretario: “C’è una parte della sinistra che attribuisce tutte le colpe alla globalizzazione, ma è vero il contrario: il mondo globalizzato è la più grande chance per l’Italia”. Su questo punto, lo scontro tra Calenda e Renzi non riguarda una battaglia legata alla ricerca di un posizionamento strategico all’interno della scacchiera dell’opposizione, bensì la carne viva di un dibattito cruciale per definire il giusto profilo che deve avere una sana e robusta opposizione al sovranismo populista. E la ciccia del duello in fondo è tutta qui. In un paese come l’Italia, nella settima potenza più industrializzata del mondo, la diseguaglianza nasce perché la globalizzazione è andata troppo forte o nasce perché non è stata sfruttata nel modo più opportuno possibile? E in un paese come l’Italia, in una grande economia mondiale, chi si oppone ai partiti del rancore, della paura, del nazionalismo, del sovranismo, e chi vuole sostenere i valori della società aperta deve difendere i più deboli rilanciando alla grande la globalizzazione o deve farlo denunciando la globalizzazione? Il cuore del dibattito tra Renzi e Calenda non riguarda un problema strapaesano ma un problema che ha un respiro di carattere internazionale. Michael O’Sullivan, economista della Princeton University, ha pubblicato qualche settimana fa un libro molto valorizzato dall’Economist intitolato “The Levelling: What’s Next After Globalization”. La tesi di O’Sullivan è simile a quella di Carlo Calenda e come ha spiegato lo stesso professore in un’intervista all’Economist è più o meno questa: “Forse è meglio che chi si è affezionato alla globalizzazione la superi, accetti la sua scomparsa e cominci ad adattarsi a una nuova realtà”. L’ex segretario del Pd ha scelto invece di intestarsi una battaglia del tutto contraria – e chissà se impopolare – al centro della quale vi è la tesi che alle nuove povertà si debba rispondere non assecondando le paure degli elettori ma rilanciando politiche capaci di promuovere la creazione di reddito e ricchezza, nella consapevolezza, come scritto tempo fa su questo giornale dal nostro Carlo Stagnaro, che “l’equità non entra in conflitto con l’efficienza economica, ma ne è la logica conseguenza”. Il liberismo, sembra voler dire Renzi, può essere ancora un patrimonio della sinistra e dell’Italia. Il liberismo, sembra invece voler dire Calenda, è stato un danno non solo della sinistra ma anche dell’occidente. Lo scontro contraddittorio sull’immigrazione è uno scontro prima di tutto politico. Lo scontro gustoso sulla globalizzazione è prima di tutto culturale. Se il segretario del Pd riuscirà a intestarsi la gestione di questa dialettica, il Pd diventerà più forte. Se la dialettica tra due modi diversi di osservare la globalizzazione dovesse restare fuori dal Pd è possibile che lo scontro tra la linea Calenda e la linea Renzi possa diventare uno scontro tra due idee politiche alternative, non solo tra loro ma anche allo stesso Pd.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    06 Luglio 2019 - 16:04

    In sostanza vogliono fare 2 partiti distinti (1 x 1)?, un altro partito (chi dei 2 ?) o un altro partito con tutti e due dentro ?.

    Report

    Rispondi

  • carlo.trinchi

    06 Luglio 2019 - 12:12

    La globalizzazione ha lasciato il posto allo sfruttamento capitalistico. Non si è allargato il mercato ma si sono spostate risorse verso paesi emergenti sfruttandoli e indebolendo paesi che avevano raggiunto un minimo di benessere. Si veda la Cina che sfrutta con salari da fame, esporta verso ovest distruggendo posti di lavoro ed arricchendo oltre misura il capitalismo selvaggio. Come correggere questo? Renzi difende la globalizzazione ma non da risposte. Calenda da risposte tornando ad un controllo della globalizzazione se questa gioca sporco. Qui è il punto. Sui migranti Renzi si vada a nascondere. Nel suo periodo si sono verificate le più barbare invasioni senza ne capo ne coda. Con arricchimenti vigliacchi di cooperative che gestivano questi disgraziati senza controlli. L’accusa a Gentiloni è patetica dopo lo sfascio migratorio di Renzi. Calenda ha solo una via: fondare un nuovo partito con le premesse enunciate e: fuori i secondi.

    Report

    Rispondi

  • cchiaruttini

    06 Luglio 2019 - 12:12

    La globalizzazione è un processo storico inarrestabile. I problemi dell'oggi nascono dal fatto che, finora, solo l'economia e la finanza sono globali, non la politica. Lo stato nazionale poteva redistribuire la ricchezza prodotta su scala nazionale, assicurando con ciò equità e coesione sociale. Lo stato nazionale è ovviamente impotente nel ridistribuire la ricchezza prodotta su scala planetaria, da cui gli squilibri che comprensibilmente alimentano il sovranismo. Come giustamente osservato da Calenda nel suo libro, “globalizzazione economica, democrazia politica e Stato-nazione sono fra loro inconciliabili”. La via d’uscita progressista da questa impasse consiste nel rinunciare allo Stato-nazione e costruire la democrazia transnazionale, quella europea nel nostro caso. Solo così si potrà regolamentare l’economia globale, ridistribuire la ricchezza, assicurare equità e governare i problemi planetari, come l’emergenza climatica e quella migratoria.

    Report

    Rispondi

  • luzi.marta

    06 Luglio 2019 - 10:10

    Marta Luzi Vorrei che fosse un dialogo costruttivo quello fra Renzi e Calenda e non uno scontro per aiutare il Pd. a diventare più forte!

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi