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Il peccato originale della società post industriale

Un grande sociologo americano racconta la svolta populista con mezzo secolo d’anticipo

28 Luglio 2019 alle 06:09

Il peccato originale della società post industriale

Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901)

Pubblichiamo un estratto dell'articolo del sociologo Daniel Bell "On meritocracy and inequality", pubblicato in National Affairs nel 1972. 

 

La società post industriale è, per sua logica, una meritocrazia. Status diversi e redditi diversi sono basati su abilità tecniche e istruzione, e un numero minimo di posti apicali è aperto anche a coloro che non hanno qualifiche di questo tipo. In questo senso, la società post industriale è diversa dalla società dell’inizio del Ventesimo secolo. Il cambiamento iniziale, ovviamente, è avvenuto nelle professioni. Settant’anni fa, uno poteva ancora praticare legge in uno studio legale e fare l’esame da avvocato senza una laurea. Oggi, in medicina, giurisprudenza, contabilità e una decina di altre professioni è necessaria una laurea oppure un accreditamento, mediante un esame, da parte di comitati legalmente riconosciuti prima di poter praticare. Per molti anni, fino alla Seconda guerra mondiale, il business è stata la strada principale per una persona aggressiva e ambiziosa per fare strada. L’ascesa da straccione a ricco (o, più precisamente, da impiegato a capitalista, se seguiamo il percorso di un Rockefeller, un Harriman o un Carnegie) richiedeva motivazione e spietatezza, non formazione e conoscenze. Si possono ancora aprire vari tipi di piccole imprese (di solito in forma di franchising con grandi corporation), ma l’espansione di imprese del genere richiede abilità enormemente diverse rispetto al passato.

 

All’interno della corporation, con il professionalizzarsi delle posizioni manageriali, i singoli sono raramente promossi, ma vengono selezionati da fuori, e la laurea è il loro passaporto. Soltanto in politica, dove una posizione può essere acquisita attraverso la capacità di reclutare un seguito o attraverso la raccomandazione, la mobilità sociale è relativamente aperta a coloro che non hanno credenziali. Nella società post industriale le abilità tecniche sono ciò che gli economisti chiamano “capitale umano”. Secondo le stime di Gary Becker, un “investimento” di quattro anni al college rende, nella vita lavorativa media di un laureato maschio, un ritorno annuale del 13 per cento. La laurea in una università d’élite offre un ulteriore vantaggio sui laureati delle università statali. Perciò l’università, che una volta semplicemente rifletteva il sistema sociale, ora è diventata l’arbitro delle classi. In quanto custode di quest’ordine, ha ottenuto il quasi monopolio nella determinazione della futura stratificazione della società. In una società libera, qualunque istituzione guadagni un potere quasi monopolistico sul destino degli individui probabilmente sarà soggetta rapidamente ad attacchi.

 

Perciò la rivolta populista che Michael Young ha preconizzato vari decenni fa è già cominciata, proprio all’inizio della società post industriale. La possiamo vedere nella critica al quoziente intellettivo e nella denuncia delle teorie che sostengono una base genetica dell’intelligenza; nella richiesta di “ammissioni libere” alle università; nella pressione per un maggior numero di neri, donne e specifiche minoranze come i portoricani o i chicani fra i docenti, con un meccanismo di quote se necessario; e nell’attacco alle “credenziali” e alla scolarizzazione stessa come fattore determinante nella posizione di una persona nella società. Una società post industriale rimodella la struttura delle classi sociali creando nuove élite tecniche. La reazione populista, che è iniziata negli anni Settanta, chiede una maggiore uguaglianza per difendersi dall’esclusione di quella società.

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