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“Il populismo? Un prodotto della crisi senza precedenti del liberalismo”

Il declino della famiglia, gli attacchi al cristianesimo, la mancanza di fiducia in istituzioni chiave. L'intervista al politologo Patrick Deneen del Wall Street Journal

24 Giugno 2019 alle 08:44

“Il populismo? un prodotto della crisi senza precedenti del liberalismo”

foto LaPresse

"L’elezione di Donald Trump, un outsider che quotidianamente e gioiosamente vìola le convenzioni americane, ha dato vita a un dibattito su quando e come la politica degli Stati Uniti abbia deragliato dai binari”. Così scrive William McGurn sul Wall Street Journal, introducendo un’intervista al politologo Patrick J. Deneen, la cui risposta a questa domanda è “nel 1776, con la fondazione stessa degli Stati Uniti. Nel suo libro uscito nel 2018, ‘Why Liberalism Failed’, finito di scrivere prima dell’elezione di Trump, il politologo di Notre Dame sostiene che l’ordine liberale dei Padri Fondatori era condannato a fallire sin dal principio. ‘Il liberalismo ha fallito’, scrive Deneen, ‘non perché si è dimostrato inefficace, ma proprio perché ha mantenuto fede alle sue promesse. Ha fallito perché ha funzionato’. E’ un’affermazione di non poco conto, che ha dato vita a un dibattito di non poco conto. Barack Obama, in un post di Facebook pubblicato un anno fa, scrisse che il libro è ‘intellettualmente stimolante’ e che ‘offre analisi convincenti’, prima di notare che ‘sono in disaccordo con gran parte delle conclusioni dell’autore’. Alla radice della critica di Deneen vi è un rigetto dell’intera visione illuministica dell’essere umano. Come dice lui, la concezione classica pre-Illuminismo vedeva l’uomo realizzarsi tramite i propri legami: con Dio, la famiglia e la propria comunità. L’Illuminismo, di contro, li vedeva come limiti da cui gli individui dovevano essere liberati, in larga parte tramite la scienza e la ragione, così che potessero compiere le proprie scelte".

 

"Il problema, secondo Deneen, è che una volta liberatisi da questi legami, gli individui si trovano da soli, vulnerabili e bisognosi d’aiuto, e l’unica istituzione abbastanza potente da aiutarli è lo stato centrale. Questa tesi ha provocato feroci attacchi da parte sia dei progressisti sia dei suoi compari conservatori. ‘Molti lettori pensavano fossi anti patriottico per aver criticato i nostri Fondatori’ mi dice davanti a un caffè, durante una visita al Journal a New York. ‘Io però non li incolpo per non aver previsto che la loro filosofia atomistica avrebbe agito come un solvente sulle nostre istituzioni civiche’. L’elezione di Trump, così come il referendum sulla Brexit nel 2016 e altri movimenti populisti in Europa e altrove, fanno apparire Deneen un profeta. Questi eventi, dice, sembrano ‘sgretolare la convinzione che il liberalismo – nel senso classico, se non contemporaneo, del termine – sia inevitabile e inespugnabile’. Il malcontento che ha portato alla Brexit e alla presidenza Trump, dice Deneen, è tutt’attorno a noi: l’alienazione tra le élite e la classe lavoratrice, la sfiducia nelle istituzioni civiche, la convinzione che l’economia sia truccata in favore dei ricchi e la crescente polarizzazione tra quelli che vogliono rimanere ancorati ai costumi, alle credenze e alle pratiche tradizionali e quelli che vogliono bullizzarli. Non si tratta solo del governo, gran parte dell’industria americana considera metà del paese come ‘deplorable’. Basta guardare alla minaccia di Netflix di boicottare la Georgia, con i suoi generosi sussidi alla produzione cinematografica, a causa di una legge che vuole rendere l’aborto più difficile. Deneen dice di essere da tempo convinto che questo scontento potesse produrre, come scrive nella prefazione del libro, un ‘diffuso desiderio di un capo forte, qualcuno che avrebbe ridato al popolo il controllo sulle appendici liberali del governo burocratizzato e dell’economia globalizzata’. Suona come qualcuno che conosciamo, anche se il cinquantaquattrenne Deneen confessa sorridente che non si aspettava sarebbe successo durante la sua vita. ‘Non sono sorpreso dall’elezione di qualcuno come Trump, però sono sorpreso che si sia trattato proprio di Trump’, dice".

 

"Chiaramente Deneen ha ragione su certe cose. Il declino della famiglia, gli attacchi al cristianesimo, la mancanza di fiducia in istituzioni chiave e lo sgretolamento del tessuto sociale sono problemi reali e in peggioramento. La domanda è se ha ragione sulla causa di questi problemi. Lui addita il capitalismo globale come principale colpevole. Quel che intende è che il sistema economico è basato su una concezione degli esseri umani come massimizzatori di soddisfazione individuale, anemoni la cui preoccupazione principale è quella di saziare i propri appetiti, il che svaluta le virtù e i comportamenti che una società libera richiede per funzionare. Mentre alcuni libertari offuscano la distinzione tra libertà e libertinaggio, i più convincenti difensori del capitalismo hanno sempre riconosciuto che il mercato dipende da virtù che il libero mercato stesso è incapace di produrre. Deneen avrebbe avuto gioco più facile se, nel processo all’Illuminismo, avesse distinto tra le sue varianti francese e anglo-americana. La prima produsse Rousseau, l’universalismo astratto e infine la ghigliottina, la seconda ci diede una società libera governata dalla più antica delle costituzioni mai scritte, ancora in vigore. E’ l’Illuminismo francese che ha dominato i circoli culturali, in larga parte perché le sue filosofie grandiose piacevano agli intellettuali e conferivano loro una maggiore statura morale. I pensatori dell’Illuminismo britannico, però, erano sia più umili che più umani nei propri scritti. Dunque qual è l’alternativa di Deneen? Contrariamente a quanto sostenuto dai suoi critici, egli rigetta l’idea di ‘una qualche forma di restaurazione dell’idilliaca epoca pre-liberale’. Deneen crede che gli americani non possono contare sul liberalismo per preservare la propria libertà. Piuttosto, dobbiamo sopperire alle mancanze dei Padri Fondatori nel 1776. ‘Per gran parte della nostra storia’, dice, ‘gli americani sono stati migliori della loro filosofia ufficiale’. Per rinfocolare l’esperimento americano c’è bisogno non di più adesione alla nostra teoria liberale, bensì di migliori angeli della nostra natura, che trascende la limitata idea di libertà del liberalismo".

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