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La fine del mondo globalizzato

La ritirata della globalizzazione ha una faccia tech e una trumpiana. Quella deteriore

7 Agosto 2019 alle 06:00

La fine del mondo globalizzato

Foto Pixabay

Roma. Sia la decisione della scorsa settimana da parte del governo degli Stati Uniti di imporre dazi addizionali sulle importazioni dalla Cina sia la risposta cinese di lunedì di svalutare lo yuan come contromossa non dovrebbero sorprendere. Come scrive Neil Shearing, capo economista di Capital Economics, le dinamiche politiche di entrambe le parti in guerra commerciale hanno reso più probabile che il conflitto tra Washington e Pechino si intensificasse. Tuttavia Shearing si concentra su una preoccupazione più generale e si chiede se siamo alla “fine del mondo come lo conosciamo”, ovvero se il rapido aumento dei movimenti transfrontalieri di beni, servizi, capitali e persone – caratteristica distintiva dell’economia globale negli ultimi due decenni – si potrebbe invertire.

 

E’ possibile identificare tre ondate di globalizzazione nell’èra moderna. La prima tra il 1870 e il 1914, caratterizzata da un aumento del commercio transatlantico e del commercio all’interno dell’Europa e tra l’Europa e le sue colonie. Questo periodo ha visto anche un forte aumento dei flussi migratori in particolare dall’Europa agli Stati Uniti. La seconda, tra il 1950 e il 1971, è stata caratterizzata da un ulteriore aumento degli scambi all’interno dell’Europa e tra Europa e America. La terza è iniziata negli anni 90 ed è peculiare per un forte aumento degli scambi sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti e per un aumento dei flussi finanziari tra paesi e continenti.

 

Quindi la globalizzazione sta arretrando? E se sì, in che modo? Secondo Shearing, ci sono due fenomeni coincidenti, uno positivo l’altro no. Le nuove tecnologie, come la robotica e l’intelligenza artificiale, probabilmente renderanno più economico per le aziende produrre in un unico posto anziché dovere mantenere lunghe catene di fornitura relativamente costose. Di conseguenza, mentre le nuove tecnologie hanno precedentemente facilitato la globalizzazione, questa volta, al contrario, potrebbero facilitarne il regresso. “Ma dal momento che ciò rispecchierebbe semplicemente il fatto che le aziende sono alla ricerca di modi più efficienti di operare sarebbe sicuramente una buona cosa”, dice Shearing. Il lato negativo è il volto trumpiano, ovvero l’innalzamento di barriere doganali. Al di là del possibile rallentamento degli scambi è possibile che l’attuale guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina possa portare a una balcanizzazione dell’economia globale con sfere di influenza controllate da una e dall’altra potenza, ognuna con sistemi di pagamento separati, standard normativi diversi e piattaforme tecnologiche differenti e in conflitto. Un isolamento. Va da sé che ciò avrebbe conseguenze economiche e di mercato molto più gravi. A questo punto del confronto tra America e Cina è più probabile che l’escalation aumenti di intensità anziché rallentare.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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