"Sonnambula", l'emozione di un canto angelico ma spietato

Marina Valensise

Dal 18 febbraio al 3 marzo al Teatro dell'Opera di Roma, la storia dei due innamorati svizzeri andata in scena per la prima volta nel 1831 a Milano

Non aveva nemmeno trent’anni Vincenzo Bellini nell’inverno del 1830 quando scrisse “La sonnambula”, la sesta delle dieci opere composte nella sua breve vita. Immaginiamolo alto, slanciato, il viso etereo circondato da boccoli dorati, gli occhi azzurri, l’incarnato chiarissimo, l’eleganza di un dandy. Era all’apice del successo: una specie di divo, adulato dal bel mondo, tombeur quanto basta, ma innamorato di una signora sposata, artista romantico e però classico, siciliano per niente focoso, catanese, ma severo con se stesso ed esigente con gli altri. Perfetto, insomma, per alimentare il mito dell’artista di genio, e la leggenda che la morte precoce avrebbe suscitato, cogliendolo a trentatré anni in perfetta solitudine a Puteaux, dove viveva in casa di un finanziere melomane e della sua compagna ex soprano.

 

All’amico e alter ego Francesco Florimo scriveva due-tre volte alla settimana per confidargli tutto, passioni, affari, sospetti, strategie

Il maestro del belcanto era un figlio d’arte, nato in un mezzanino di Palazzo Gravina Cruyllas a Catania, dove il nonno musicista, originario di Torricella Peligna si era trasferito per prestare servizio alle dipendenze di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, e come maestro di cappella a San Nicolò d’Arena. La fama postuma di Bellini si alimenterà di falsi, contraffazioni e amorevoli censure come quelle di “Florimetto, Stupidino, Calabresino”, come lui chiamava l’amico e suo alter ego Francesco Florimo, al quale scriveva due-tre volte la settimana, come se gli parlasse nel suo italiano slabbrato, per confidargli tutto, passioni, affari, sospetti, successi, strategie, e dandogli consigli machiavellici, tipo “pensa sempre male e mai errerai”. Florimo era il calabrese di San Giorgio Morgeto, suo compagno di studi a Napoli, e poi archivista, bibliotecario, direttore di San Pietro a Majella e infine storico della scuola napoletana. Adorava Bellini, lo ammoniva, lo prendeva anche in giro, lo serviva, comprando per lui guanti, “falzoletti”, gilet, spedendogli la sua corrispondenza a Catania. Dopo la sua morte, finirà per distruggere molte delle lettere di Bellini (purtroppo anche quelle dell’amante Giuditta Turina) e inventarsene altre di sana pianta, onde diffonderne un’oleografia degna del genio del belcanto.

 

Malgrado l’angelica apparenza, aveva una tempra d’acciaio. Anzi era un animo freddo, un calcolatore, generoso e avido al tempo stesso

L’ultima parola sul tema spetta a John Rosselli (“Bellini”, Ricordi 1995) che ha ricostruito filologicamente la manipolazione di Florimo in occasione del lutto per il primo amore di Bellini, Maddalena Fumaroli, morta un anno prima del compositore. E poi ci sono le invidie e le malignità verso il maestro catanese fornito di entrate a corte fra stuoli di aristocratiche adoranti. Spicca, per esempio, la perfidia del tedesco Heinrich Heine, che lo conobbe fugacemente a Parigi per dipingerne nelle “Notti fiorentine” (le Edizioni Leucotea ne hanno pubblicato una bella traduzione a cura da Barbara Di Noi) l’espressione agrodolce di dolore, “un dolore privo di profondità, piatto, opaco, che sopperiva la carenza di spirito”, ridicolizzarne il francese a orecchio, “lo parlava in maniera orribile, incestuosa apocalittica”, gli involontari calembours, “che ricordavano i mostri deformi del principe di Palagonia”, ed esaltarne la nobiltà d’animo, “animo puro, immacolato, ma privo di bonomia”, l’andatura elegiaca e virginale, “che sembra appartenere più al reame di sogno della poesia che alla cruda realtà della vita”, ma solo per infliggergli una metafora assassina: “Tutta la sua persona appariva come un gemito sugli scarpini”.

 

Malgrado l’angelica apparenza, però, il catanese Bellini, sbarcato tre anni prima a Milano essendo stato scritturato alla Scala da Domenico Barbaja, dopo otto anni di studi a Napoli nel collegio di San Sebastiano, aveva una tempra d’acciaio. Anzi era un animo freddo, un calcolatore avvisato, generoso e avido al tempo stesso e non poco paranoico, sospettoso e diffidente, attento al soldo e molto consapevole di sé e del suo valore. Dopo il successo sfolgorante di “Il pirata” e “La straniera”, che lo consacrarono come originale innovatore del melodramma, in un’epoca dominata da Gioachino Rossini, Bellini trionfò anche con “La sonnambula”, che torna al Teatro dell’Opera di Roma per sei recite (18, 20, 23, 25, 27 febbraio e 3 marzo) con Jessica Pratt e Juan Francisco Gatell nel ruolo dei fidanzati svizzeri Amina ed Elvino (il 3 marzo Jessica Nuccio e Giorgio Misseri), e nell’allestimento del Petruzzelli di Bari, con la regia di Giorgio Barberio Corsetti e sotto la direzione di Speranza Scappucci.

 

Dopo “Il pirata” e “La straniera”, che ne fecero un grande innovatore del melodramma, trionfò anche con “La sonnambula”

La direttrice romana, che con quest’opera ha debuttato due anni fa al Lincoln Center di New York, la considera “una fra le più difficili di Bellini, con una partitura così scarna, fatta di pochi accordi e di canto puro, da trattare come un cesello” . Dice di aver puntato sulle atmosfere notturne, esaltando il pianissimo con quattro pizzicati in orchestra, per ricreare la paura del coro, che commenta l’azione come avviene nella tragedia greca. E di certo, l’idillio tra i due innamorati svizzeri, funestato dal tradimento di lei che in preda al sonnambulismo finisce nel letto del conte Rodolfo, con conseguente ripudio da parte di lui, seguito da pianti, lamenti, rischio di follia e finale ravvedimento, è una trama dell’anima, tutta interiorità e passione, con molte evocazioni del sogno e dell’inconscio, e pochissime concessioni drammaturgiche. Un teatro molto pensato, dove ogni minimo dettaglio, note, accordi, arpeggi, parole del libretto e variazioni, è calcolato al millesimo, anche se il risultato d’insieme risponde all’emozione pura. 

 

Bellini, è noto, componeva in continuazione melodie cantabili. A Napoli, dove era stato formato nel solco della grande tradizione di Leonardo Leo, Francesco Durante, Paisiello, Pergolesi, Piccinni, aveva preso l’abitudine di scrivere le melodie su un quadernetto come esercizi di solfeggio, tenendo a mente la lezione di Niccolò Zingarelli: “Se canterete le vostre composizioni, la vostra musica piacerà. Se invece ammasserete armonie, contropunti doppi, fughe, canoni, note, contronote ecc. ecc. forse sì e forse no”. Ma era un tipo esigente. Il povero Romani, librettista di grido di 13 anni più anziano, veniva vessato in continuazione per riscrivere anche dieci volte un’aria o una cavatina, perché Bellini, che si gloriava di essere “un seccatore”, pretendeva la purezza, l’assoluta semplicità, una linea melodica chiara, essenziale, senza orpelli, e riusciva sempre a spuntarla a costo di un lavoro maniacale.

 

Maniacale, sì, perché a differenza di altri compositori, che scrivevano tre quattro opere l’anno, Bellini componeva lentamente, centellinando i suoi lavori con assoluto rigore, insensibile alla quantità e attento solo alla qualità. In questo modo, era riuscito a imporsi alle richieste del mercato, e a primeggiare in un’industria molto competitiva e dura, piegando i committenti alle sue condizioni, tanto da imporsi in un’epoca in cui almeno in Italia il diritto d’autore non era tutelato, come uno dei musicisti più pagati. E infatti, come spiega Fabrizio Della Seta, aveva capito che invece di vendere la partitura all’impresario era meglio mantenerne i diritti e cederli a un editore per garantirne la riproduzione, alle migliori condizioni, tant’è che i suoi carteggi testimoniano di un’accanita vigilanza contro la pirateria. 

 

Al Costanzi “La sonnambula” sarà diretta da Speranza Scappucci, che con quest’opera ha debuttato due anni fa a New York

Eppure, per scrivere “La sonnambula” ebbe appena sei settimane. L’opera era destinata alla stagione del carnevale 1831. Bellini all’epoca era sotto contratto di tre impresari milanesi che ne avevano ottenuto lo svincolo da Giuseppe Crivelli, socio di Barbaja alla Scala, e di Lamperi alla Fenice. Volendo prendere il controllo della Scala, il duca Pompeo Litta, inviso alle autorità imperiali per i trascorsi filobonapartisti, e i suoi due soci Giuseppe Marietti e Pietro Soresi, negozianti nel ramo della seta, avevano ottenuto l’appalto del Teatro Carcano ed erano riusciti a attrarre i migliori musicisti, come Bellini e Donizetti che avrebbe presentato nella stessa stagione di carnevale 1831 “Anna Bolena”, e i migliori cantanti del momento come Giuditta Pasta e Giovanni Battista Rubini. Bellini era riuscito a strappare al nuovo trio la somma astronomica di 10.400 franchi, guadagnando quasi il doppio pattuito con Crivelli. “La fortuna mi vuole ancora suo favorito”, scriverà soddisfatto allo zio Ferlito.

 

Nell’estate del 1830, per riprendersi dalla dissenteria amebica di cui soffriva e dalla fatica delle recite della “Straniera” a Bergamo, soggiornò a lungo sul lago di Como, ospite a Moltrasio dei Turina-Cantù, e cioè della sua amante Giuditta Cantù, donna ricchissima e alquanto fragile di salute, e il di lei marito Fortunato Turina, industriale serico e proprietario terriero. Con loro, Bellini viveva come in famiglia, coltivando l’ipocrisia del cicisbeo. Spesso traversava il lago per raggiungere Blevio, sulla sponda opposta, dove l’amica Giuditta Pasta villeggiava col marito avvocato e Clelia, la figlia tredicenne che Bellini, nonostante l’amante, per un po’ pensò pure di sposare. Per tutta l’estate, respirò l’aria lacustre, fra i monti selvaggi e i canti popolari delle operaie delle filande. 

 

Bellini componeva lentamente, centellinando le opere con assoluto rigore, insensibile alla quantità e attento solo alla qualità

In settembre rientrò a Milano per mettersi a lavorare nel suo alloggio di Borgo Monforte, dove era inquilino della contessa Giuseppina Appiani, altra socialite ben introdotta. “Non usciva mai durante il giorno. Chiuso nella sua camera, non ricevendo alcuno, intollerante oltremodo di qualsiasi divagazione e rumore, ei cantava e scriveva le sue divine melodie di Amina e di Elvino” ricorderà la madre dell’Appiani in una testimonianza, non sappiamo fino a che punto romanzesca, raccolta a viva voce da Gino Montaldo nel primo centenario della nascita del compositore. “Di tratto in tratto, il suono della sua voce e del pianoforte si arrestavano d’improvviso: udivasi allora il Maestro, in preda a una angoscia violenta, battere i piedi e tempestare di pugni la tastiera dell’istrumento, come un fanciullo bizzoso contrariato nelle sue volontà. Alla sera, non lavorava quasi mai; oltre a non averne l’abitudine, egli ne sarebbe stato incapace stante il chiasso dei giocatori nella sala. Rarissimi erano i momenti in cui mostravasi contento di sé e del suo lavoro. A chi lo interrogava in proposito, ei rispondea con melanconico accento: ‘Non so, ma non trovo quello che vò cercando, e dubito assai che il pubblico sia contento di me!…’. Nei momenti in cui la fede del genio lo soverchiava non occorreva interrogarlo. La gioia d’una ispirazione lo rendeva raggiante. In quegli istanti ei sentivasi trasportato a slanci di tenerezza espansiva, di cui non misurava troppo la portata”.

 

Inizialmente, col librettista Romani, Bellini aveva pensato di adattare l’“Hernani” di Victor Hugo, tragedia romantica di amore, potere e morte messa in scena in febbraio a Parigi e prodromica alle giornate di luglio, che portarono alla destituzione di Carlo X, ultimo re Borbone, e all’avvento al trono del cugino Luigi Filippo, l’orleanista fautore della monarchia costituzionale. Poi però, il dilagare dei moti liberali a Modena, Parma, Bologna in dicembre, mettendo in allerta le autorità austriache, impose precauzione. Così, in dicembre l’idea del dramma politico fu abbandonata a favore dell’idillio con annessa pazzia, nel genere della “Nina” di Paisiello. “Saprete che non scrivo più l’‘Ernani’ – scriverà Bellini il 3 gennaio 1831 al veneziano Giovan Battista Perucchini – poiché dovea soffrire qualche modificazione per via della Polizia, e quindi Romani per non compromettersi l’ha abbandonato, e ora scrive ‘La sonnambula, ossia ‘I due fidanzati svizzeri’, e io ne ho principiata l’introduzione jeri appena: vedete mi tocca scrivere anche quest’opera in breve spazio di tempo, dovendo andare in scena al più tardi il 20 febbraio”. Il 7 febbraio, Bellini aspettava ancora i versi del secondo atto di quell’opera nuova…

 

“Non usciva mai durante il giorno. Chiuso nella sua camera, ei cantava e scriveva le sue divine melodie di Amina e di Elvino”

Ispirata alla pantomima-balletto di Eugène Scribe creata tre anni prima, “La sonnambula” di Bellini comportò vari tagli e alcune modifiche: la Svizzera al posto della Provenza, niente agnizione del conte che dopo essersela ritrovata a letto riconosce nell’orfanella Amina la figlia illegittima, dunque nessun incesto, nessuna parodia. In compenso, massima concentrazione, un’atmosfera di assoluta serietà sentimentale e la famosa povertà di orchestrazione, stigmatizzata da Berlioz, apprezzata da Wagner, e invece ritenuta giustamente da Ildebrando Pizzetti come il frutto “di volontarie rinunce imposte da una sensibilità di prodigiosa finezza e purezza”. Quando finalmente andò in scena, il 6 marzo al Teatro Carcano, “La sonnambula”, nonostante la brevità dei tempi di composizione, fu accolta da un enorme successo. “Rubini e la Pasta sono due angioli che hanno entusiasmato quasi alla follia l’intero publico (sic)”, scrisse Bellini l’indomani all’impresario e amico Lamperi. E per un attimo sembrò finalmente appagato.