Le amanti in musica

Fabiana Giacomotti

Cantanti, ballerine, vere star ma pur sempre femmine da palcoscenico. Fecero perdere la testa a Rossini, Verdi e Bellini. La mostra di Ragusa

Memoria apparsa su “La nuova antologia” del 16 ottobre 1913 a firma di Caterina Pigorini Beri, autrice di un testo tratto dalle ”Litanie lauretane” e collaboratrice di molte testate fra cui il celeberrimo “Fanfulla della domenica”, una sorta di Foglio del sabato dell’epoca: “Quando andai a Sant’Agata ci trovai anche la Stolz. Il maestro mi fece entrare con essa e con la signora Peppina (in corsivo) nella sua stanza, a grandi damaschi bleu ciel, a mobili d’ebano, dalla cui finestra aperta entravano il profumo dei fiori e il canto degli uccelli svolazzanti”. La Pigorini, che a Sant’Agata era arrivata con il suo testo da musicare sotto il braccio e ne era stata respinta con il sarcasmo per il quale Giuseppe Verdi andava famoso (“vuole che dopo aver fatto quel birbante di Falstaff io faccia della musica sacra?”; “maestro, scusi, ha pur fatto il tuba mirum”; “tubavo prima”), in quel secondo decennio del Novecento avrebbe potuto raccontare qualsiasi cosa visto che il fatto narrato risaliva al 1893 e che tutti gli abitanti della grande villa nel parmense erano morti da tempo, lasciandone l’eredità agli abilissimi e arcigni nipoti Carrara. La Pigorini Beri si dilungava sulla musica e sulle rondini; a quello che era, forse non in senso tecnico ma sicuramente agli occhi del mondo, un ménage à trois, accordava la classica mezza riga che in cronaca si riserva a un fatto acclarato e dunque irrilevante. Eppure, in quelle due parole sul ricevimento nella stanza azzurro cielo, che tuttora si può visitare ed è rimasta identica, è racchiuso il senso di una consuetudine familiare che scandalizzerebbe i nostri tempi bigotti, ma che una giornalista di cent’anni fa poteva considerare, appunto, indegna di nota.

 

Bellini "piantava tutte con la stessa formula, cioè adducendo l'imperio amoroso della musica", spiega Costanza di Quattro

Se i fratelli Taviani si sono addentrati con dichiarato “rispetto” sul tema nel loro ultimo film “Una questione privata”, adattamento dell’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, guardando indietro nel tempo si scopre che stampa e commentatori, registi cinematografici esclusi per ovvi motivi, avevano ancor meno rispetto della privacy per i triangoli amorosi dei ricchi e famosi, le loro scappatelle e le déboire amorose, come si definivano all’epoca, di quanto ne abbia perfino chi oggi scrive di Cecilia Rodriguez. Il motivo è presto detto, e una mostra da poco inaugurata al Teatro di Donnafugata di Ragusa Ibla lo suggerisce molto chiaramente: le ballerine e le cantanti, fossero pure dei cigni come la Taglioni o degli usignoli come la signora Peppina-in corsivo Strepponi, ancora alla fine dell’Ottocento erano considerate delle cittadine di serie B, delle donne leggere anche se, anzi soprattutto se, i bellimbusti staccavano i cavalli dalla loro carrozza per trainarle a casa in trionfo a forza di muscoli. Le donne bennate non sarebbero mai salite su un palcoscenico; al limite brigavano dietro le quinte per farne scendere il compositore come l’intrigantissima Giulia Samoyloff, lontana futura parente degli Agnelli attraverso i De Pahlen, che assoldò una squadra di fischiatori per la prima della “Norma” volendo favorire il nuovo amante Giovanni Pacini e, pare, vendicarsi dell’abbandono del biondo e incostante catanese. “Piantava tutte con la stessa formula, cioè adducendo l’imperio amoroso della musica”, spiega Costanza di Quattro, direttrice artistica del teatro di palazzo, il più piccolo e forse il più seducente d’Europa, solo novantanove posti doppio ordine di palchi compreso, restaurato con grande impegno e molto garbo dalla sua famiglia, che la scorsa settimana ha messo in scena una versione adattata del “Barbiere di Siviglia” con l’Accademia della Scala, che dall’arrivo del sovrintendente Pereira è diventata una stella a sé, molto sostenuta e ormai molto richiesta.

 

Alle amanti di tre fra i più grandi musicisti italiani del primo e secondo Ottocento (all’empireo rappresentato anche nel foyer della Scala mancherebbe Gaetano Donizetti, che però non si accompagnava a signore famose e che per di più morì di sifilide meningovascolare dopo essere stato ricoverato a lungo in un manicomio, faccenda antipatica) è dedicata appunto l’intrigante mostra multimediale curata da Costanza e Vicky Di Quattro “La calunnia è un venticello”, in programma nelle sale attorno al teatro fino al prossimo 28 dicembre, che per la prima volta indaga i rapporti fra le donne semi-ufficiali dei tre grandi compositori e la loro influenza su quelle pagine e quegli autografi fra i quali, meraviglia, viene mostrata una pagina inedita, con ogni probabilità la leggendaria “pagina perduta” dello spartito dei “Capuleti e i Montecchi”. A dire il vero, i Di Quattro ne possiedono un altro, di autografo: un breve motivo che il compositore, molto spirituale e molto mondano, lasciò una sera di due secoli fa per ringraziare dell’ospitalità: Costanza, avendolo provato al pianoforte, lo ritiene una cosetta graziosa, ma nulla di più. Bellini se ne avrebbe terribilmente a male. Se, come scriveva un po’ discutibilmente l’abate Charles Batteux teorizzando l’estetica, la musica, al pari delle altre arti, deriva il proprio fascino dall’imitazione della natura, nel caso di Bellini quella natura si esprimeva con la potenza di una malìa su schiere di femmine. Le sue note, scrivono le curatrici nella palina di apertura della mostra, “talvolta si trasformavano in scudo al loro cuore, altre volte in arma per sconfiggere le resistenze”. La musica come terreno di scambio per cantanti desiderose di un ingaggio con la firma musicale del momento come Maria Malibran, che alla notizia della morte di Bellini, ricevuta mentre cantava la “Norma” alla Scala, scoppiò in un pianto dirotto davanti agli ammiratori accorsi a festeggiarla esclamando di essere “certa” che non avrebbe “tardato a seguirlo” (e come infatti avvenne, esattamente un anno dopo, per una caduta da cavallo).

 

La musica come terreno di scambio per cantanti desiderose
di un ingaggio con la firma musicale del momento, come Maria Malibran

La musica come leva economica per ricche cantanti e compositrici in proprio, vedi Isabella Colbran, grande interprete mozartiana e prima moglie di Rossini, che per lei scrisse la parte di Desdemona in “Otello”, di Elcia nel “Mosè in Egitto” e tutti i ruoli da soprano nelle opere composte per il San Carlo di Napoli, purtroppo rosa dal demone del gioco che sarebbe stato la causa della loro separazione. La musica, infine, come luogo mentale e fisico per decine di signore in cerca di emozioni, di un ruolo, di un’opera dedicata, groupies ante litteram che nella relazione con la stella del momento cercavano un potere loro negato dalla società. Le donne di Rossini, Bellini e Verdi emergono come muse sempre, raramente come vittime da questa mostra che si può visitare anche in realtà aumentata fra lettere, costumi di scena in arrivo dalla Scala, dal Teatro Massimo di Palermo e il Bellini di Catania, e preziosi memorabilia come uno scialle di organza a ricami dorati, tardo Impero, della collezione di Gabriele Arezzo di Trifiletti appartenuto alla Malibran e un paio di scarpine di raso di Giuditta Pasta, piatte, a scollo quadrato e provviste di nastri come la moda dell’epoca imponeva. Eroine dell’amore romantico, ma anche donne concrete e assertive come Giuseppina Strepponi, queste donne discusse e invidiate emergono come artefici consapevoli del proprio destino di gloria indotta o di melodrammatica caduta, nel quale, talvolta e non di rado, si crogiolano. Sono ancora anni imbevuti di canti ossianici e dei lamenti di Lamartine e Flaubert non è ancora arrivato ad irriderli, non bisogna dimenticarlo. Lasciarsi morire per amore o per consunzione o per entrambi è, spesso, la soluzione socialmente più accettabile per gli amori scandalosi finiti male. “E’ una vera ideale chimera / quel che l’uomo chiamò fedeltà / E nel mondo non basta beltà / né virtù per poterla trovar”, scrive, pedante e zum-pa-pa, Maddalena Fumaroli, primo grande amore di Bellini, figlia di un magistrato napoletano che dopo aver affidato al giovane e spiantatissimo maestro la propria figlia perché le desse lezioni di canto, appena scoperta la tresca fra i due lo buttò fuori di casa, salvo tentare una riconciliazione dopo il successo del “Pirata”. Riconciliazione che non avvenne mai perché, una volta arrivato a Milano e comprata la prima marsina di sartoria in luogo di quella che gli veniva prestata dal librettista Felice Romani, Bellini scoprì le bellezze lombarde e in particolare quella di Giuditta Cantù Turina. Faccino a cuore, occhi languidi sotto i riccioli castani acconciati nella pettinatura di rigore “alla dea greca”, i ritratti ci rimandano una giovane signora dalle braccia tornite e lo sguardo mite che occultano la sua natura scaltra e, per quegli anni, davvero libera. Donna di sostanze proprie (raramente trovate delle pezzenti, sulla strada dei musicisti, giusto il povero Donizetti era assiduo di amori ancillari), all’epoca del primo incontro con Bellini, Giuditta Cantù Turina aveva venticinque anni e viveva già separata dal marito, il ricco industriale Ferdinando Turina, proprietario di terre e stabilimenti nel cremonese. “Mio caro”, scrive Bellini a Francesco Florimo, ambiguo amico e biografo che, anni dopo, avrebbe raccolto i pianti della nuova amata, “quest’amore mi salverà da qualche matrimonio, e tu credo che lo capirai per la mia debolezza di innamorarmi fino alla follia”.

 

"Rossini fa l'amore, Bellini ama"
era il motteggio del momento
a Milano, e Giuditta Pasta l'invidiata protagonista

Se Bellini dichiara di aver trovato l’amore a Milano, tutta la città sembra averlo di rimando trovato in lui: “Rossini fa l’amore, Bellini ama” era il motteggio del momento, e Giuditta l’invidiata protagonista. L’amore durò cinque anni e giunse allo zenith nell’attesa e ricercatissima opera dedicata, “La straniera”, andata in scena alla Scala il 14 febbraio del 1829 su libretto dell’amico Romani e accolta da un successo travolgente, come testimoniano le recensioni uscite sulla “Gazzetta privilegiata di Milano”. Già nel 1830, però, Bellini risultava legato a un’altra Giuditta, “la Pasta”, soprano idolatrata e al tempo stesso avvolta dalle più malevole ed erronee dicerie, la calunnia è un venticello appunto, che subentrò alla prima Giuditta nel cuore del compositore anche per l’abilità nella scelta dei soggetti, oltre che per l’interpretazione che ne dava. Giuditta Pasta era la musa ideale, Giuditta Cantù la classica palla al piede in cui si trasformano le amanti incapaci di evoluzione prospettica. Inoltre, e perfino più di Bellini, era sempre indisposta e gli si negava: “Mia cara amica, io so bene che voi non approvaste questa mia nuova fattiga, ma le circostanze unite, che voi da lontano non potete capire, mi astrinsero a tanto, e vi assicuro che non ho tutto quel torto che voi credete”, scrive il bel Vincenzo a proposito della composizione dei “Capuleti e Montecchi”, la nuova “fattiga” che andrà in scena a Venezia qualche mese dopo con l’eccezionale Romeo di Giulia Grisi. Giuditta Pasta, prossima e prima “Sonnambula”, si è già insediata in ogni momento della vita di Bellini. Quando finalmente Giuditta Cantù capisce di essere stata abbandonata, ne fa una malattia. Inguaribile. Bellini è già a Parigi, minato dal male (vero, non il veleno ipotizzato da Rossini) che lo porterà in breve tempo alla morte. E lei, che pure gli sopravvivrà di trentacinque anni, scrive disperata a Florimo, in una lettera riportata nella mostra: “Egli dice, la sua carriera innanzitutto:  è così che si parla a una donna che tutto ha sacrificato per lui? A una donna che per cinque anni lo ha amato con lo stesso ardore e purezza con i quali gli angeli adorano la divinità? E che malgrado la sua condotta crudele e indelicata lo ama ancora?… Egli troverà a Parigi donne più belle di me. Ma che lo amino con la forza con cui lo amo ancora mai, mai”.

 

La Strepponi a Verdi: "Pensa che io, tua moglie, vivo anche in questo momento a tre e ho il diritto
di domandare almeno i tuoi riguardi"

E’ un po’ difficile da capire che cosa mai avesse sacrificato la Cantù per un amore che le aveva portato solo gloria e che rappresentava un patto fra due persone libere (anche Claretta Maffei, patriota salottiera venerata da Verdi, viveva separata dal marito, erano situazioni più che tollerate in assenza dell’istituto divorzile). Più condivisibile, anche a uno sguardo attuale, è invece la minuta della lettera dolente, matura, mai spedita, che Giuseppina Verdi Strepponi, ex soprano di voce molto sforzata e presto perduta, lasciò in un cassetto della scrivania dopo aver letto le pesanti insinuazioni di un giornale sulla natura dei rapporti fra il maestro e la “rotonda di forme e appetitoso soprano” e sul loro viaggiare insieme scendendo in alberghi separati per non dare adito a pettegolezzi (“vedete che personcine a modo”) e poi rendersi continuamente “visita”. La Strepponi legge che “nel calore della mischia”, a Verdi “uscì di tasca un portafogli che conteneva cinquantamila lire”, allusione che oggi porterebbe come minimo a uno shit storm nei confronti della Stolz, ma invece di far causa al giornale, o indurre il marito a farla, si mette allo scrittoio: “… Se tu trovi in questa persona tanta dedizione, sii franco e dillo senza farmi subire l’umiliazione di questa tua eccessiva deferenza… pensa qualche volta che io, tua moglie, disprezzando le dicerie del passato, vivo anche in questo momento a tre e ho il diritto se non di domandare le tue carezze, almeno i tuoi riguardi. E’ troppo?”. Siamo alla fine dell’Ottocento. Maria Montessori e Sofia Bisi Albini stanno già lavorando la prima al suo metodo pedagogico, la seconda alle sue pubblicazioni per le donne, a favore del loro empowerment, come si direbbe oggi. Che una donna, un’amante, una moglie, abbia abbandonato i toni languidi per assumere quelli del diritto al rispetto rientra nel solco dell’evoluzione storica. Anche se, quelle righe, è ancora costretta a nasconderle in un cassetto perché vengano lette.