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Woody Allen chi?

Ahi. Anche Spike Lee ci ripensa e si associa al coro della censura #MeToo nei confronti del regista

16 Giugno 2020 alle 06:00

Woody Allen chi?

Una marcia indietro rapida come un fulmine. Non c’è stato quasi il tempo di apprezzare le sagge parole di Spike Lee su Woody Allen, durante un’intervista radio. Non “sul caso Woody Allen”, che presuppone distacco avvocatizio o altro rapporto professionale. Proprio su Woody Allen: il regista, l’amico, il tifoso della stessa squadra di basket – i New York Knicks, anche se agli Oscar Spike Lee sfoggiava una giacca con i colori dei Los Angeles Lakers, in omaggio a Kobe Bryant. Poche e sensate parole su un comico di cui si vorrebbe cancellare la memoria, neanche fosse una statua da abbattere. “Un giorno di pioggia a New York” non è mai uscito negli Stati Uniti, i suoi attori hanno lavato il denaro sporco offrendolo in beneficenza, un contratto con Amazon da 68 milioni di dollari è saltato, e non si riescono a sapere i termini dell’accordo extragiudiziale raggiunto. Dettaglio non secondario: le presunte molestie non sono mai state accertate da un tribunale (ma la furia del #MeToo non si arresta davanti a queste sciocchezze).

  

Da non crederci. Qualche ora dopo, Cuor di leone Spike Lee fa marcia indietro, con un tweet e un grande spreco di maiuscole. Una ritrattazione in piena regola. Non il solito “sono stato frainteso”, all’uso italiano. Una dichiarazione piena di vergogna, pare Bart Simpson alla lavagna, occupato a scrivere e riscrivere: “Mi Scuso Profondamente, Le Mie Parole Erano SBAGLIATE. Non Tollero e Non Tollererò Le Molestie, Gli Assalti E La Violenza Sessuale. Simili Comportamenti Provocano Danni Da Non Minimizzare. In Fede Spike Lee”.

 

Siccome nessuno si alza la mattina e di mestiere si pente, è ovvio che dietro al voltafaccia ci sono state le proteste di chi vorrebbe fingere che Woody Allen non sia mai esistito, e finirà per riuscirci, se l’andazzo continua.

 

Forse è arrivato anche il suggerimento di qualche addetto alle pubbliche relazioni, Spike Lee sta facendo il tour promozionale per il suo ultimo film “Da 5 Bloods - Come fratelli”, da venerdì scorso su Netlifx (è una delle ricadute del mancato Festival di Cannes: nel piano A c’era la presentazione fuori concorso, l’uscita estiva negli Stati Uniti, Netflix alla fine del ciclo di sfruttamento).

 

Amazon caccia Woody Allen. Netflix non ha piacere che Spike Lee si dichiari suo amico, né che abbia qualcosa da ridire sul vizio di cancellare chi non ci piace. Insomma: su quel che fino all’altro ieri abbiamo chiamato censura. Per giunta, credendo di fare cosa buona, giusta, progressista, amica delle donne e delle minoranze e di chiunque abbisogni di un paladino pronto per lui a menar fendenti. Non importa più a nessuno se la colpa è lieve, inesistente o presunta tale. Partito il repulisti – in nome delle vittime, sicuro – non c’è limite all’idiozia. La buonanima di Robert Hughes, che lamentò in un saggio “La cultura del piagnisteo” – sarebbe stupito a vedere quanti passi indietro abbiamo fatto, dal 1993. Fa pure rabbia, per Woody Allen (che a giudicare dall’autobiografia “A proposito di niente” sembra essersi rassegnato all’isteria del sentito dire). E per Spike Lee, che non sembrava così malleabile. In materia di fratelli neri non lo è: ha sempre orgogliosamente rivendicato di fare film solo con attori neri, se gli va. La serie tratta dal suo film “Lola Darling” (“She’s Gotta Have It”, ma allo spettatore italiano bisognava spiegare tutto) racconta una pittrice con tre amanti. Li invita a cena tutti e tre insieme, a ognuno regala il suo ritratto, nudo “full frontal”.

 

A dispetto delle circostanze, “Da 5 Bloods” è un bel film, uscito con tempismo perfetto. Spike Lee torna alla guerra del Vietnam, combattuta da molti soldati neri (anche sperando di migliorare, al ritorno, la propria condizione). Inizia con Muhammad Ali e chiude con Martin Luther King, entrambi contrari alla “guerra americana” (così la chiamano nel film i vietnamiti). Quattro fratelli neri tornano per ritrovare il quinto del gruppo, Norman, morto durante un’azione. Poco prima, nella carcassa di un aereo caduto, avevano trovato una cassa piena di lingotti d’oro. Da intascare come risarcimento per quel che l’America bianca aveva fatto all’America nera, aveva detto Norman. E i quattro tornano per riprenderseli, neanche fosse il tesoro della Sierra Madre. Nonostante gli acciacchi, gli incubi, uno che ha votato per Trump. Ripercorrono tutte le tappe del classico film sul Vietnam – risaie, radio che trasmette Marvin Gaye, mine, serpenti, doppiogiochisti. Per contorno, avventurieri e ong: a Saigon (oggi Ho Chi Minh City) ci sono McDonald’s e Pizza Hut.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • Carletto48

    16 Giugno 2020 - 09:37

    Mi stavo accingendo a vedere i film di Spike Lee da te consigliati nella pagina del Foglio di sabato scorso, ma questa presa di posizione del nostro mi ha fatto aderire al gruppo #MyFriendsEnemiesAreMyEnemies (#InemiciDeiMieiAmiciSonoMieiNemici).

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