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Accredito al buio

L’unica certezza della Mostra di Venezia sono le date, dal 2 al 12 settembre. Per il resto, soltanto ipotesi

27 Giugno 2020 alle 06:00

Accredito al buio

Todd Phillips e Joaquin Phoenix durante l'edizione 76 del Festival del Cinema di Venezia (foto LaPresse)

Abbiamo fatto l’accredito alla Mostra di Venezia. La vita del festivaliero ha il suo calendario: richiesta di accredito, conferenza stampa per la presentazione del programma, partenza allegra e fiduciosa, delusione se i film che sulla carta sembravano promettere bene non si rivelano all’altezza. Cannes è saltato, quindi siamo indietro di un festival – tra tutti il più appassionante – e la voglia cresce. Non ci sarà neppure Locarno, ad agosto: senza le proiezioni in piazza per 8.000 spettatori paganti sarebbe venuta a mancare una parte sostanziosa del budget. Anche se il festival svizzero ormai si è orientato verso i film d’arte e cultura, c’era il caso che la penuria di occasioni (per produttori e registi) rimpolpasse il programma con titoli interessanti.

 

Gli ultimi titoli nuovi li avevamo visti alla Berlinale, lo scorso febbraio (sembra un secolo). Uno lo trovate ora nelle sale – “Favolacce” dei fratelli (gemelli) Damiano e Fabio D’Innocenzo, già disponibile in streaming. L’altro titolo ha finora resistito a tutte le lusinghe dell’online. Va visto in sala, spiega il regista Giorgio Diritti, che in “Volevo nascondermi” racconta la vita miserabile del pittore Antonio Ligabue. Con una maniacale attenzione alle geometrie della bassa padana, e senza cadere nel maledettismo. “Da 5 Bloods” di Spike Lee, presidente designato della giuria di Cannes 2020, è già su Netflix (vale la pena, l’intreccio tra il Vietnam e la ribellione dei fratelli neri funziona molto bene).

 

Abbiamo fatto l’accredito alla Mostra di Venezia. Ma non sappiamo esattamente a che cosa siamo accreditati. L’unica certezza sono le date, dal 2 al 12 settembre. Per il resto, soltanto ipotesi. Ci saranno i film americani, con o senza i divi che li accompagnano sul red carpet? O dovremmo accontentarci dei film italiani o europei? Qualche giorno fa l’Europa meditava restrizioni all’ingresso dei viaggiatori provenienti dagli Stati Uniti. Registi, attori, produttori hanno quasi in contemporanea il festival di Toronto, come piattaforma di lancio. Non è detto che abbiano voglia di sobbarcarsi il viaggio e le spese necessarie per il tour europeo, che tradizionalmente prevedeva una puntata al Festival del cinema americano di Deauville.

 

Non ci sarà al Lido (o almeno così pare, speriamo ci ripensino) nessuno dei film selezionati da Thierry Frémaux per il suo festival fantasma: circoleranno e usciranno nelle sale accompagnati dal bollino Cannes. Chiamatele, se volete, gelosie tra festival: i francesi hanno scelto i loro prediletti, e gli italiani non l’hanno presa bene. Non ci sarà neppure l’ultimo film di Moretti, “Tre piani”, tratto da un romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo. L’uscita del film è stata rimandata al 2021, scavalcando la Mostra di Venezia. Potrebbe andare a Cannes 2021, e magari vincere. I francesi hanno il culto di Nannì Morettì.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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