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Volevo nascondermi

La recensione del film di Giorgio Diritti, con Elio Germano, Oliver Ewy, Paola Lavini, Orietta Notari

6 Marzo 2020 alle 20:19

Momento Ligabue. Il pittore Antonio Ligabue, senza nulla togliere al Ligabue detto Liga (giocano in campionati diversi). Neri Pozza pubblica il romanzo “Il cuore è una selva”, firmato da Novita Amadei. In copertina, una delle celebri tigri dipinte. Dentro, una storia che sulle certezze biografiche ricama, a cominciare dal ritrovamento sotto il tabernacolo, la notte di Natale. In contemporanea con l’uscita del romanzo (e coronavirus permettendo) il 12 marzo si aprirà nel cinquecentesco Palazzo Tarasconi di Parma l’esposizione “Ligabue e Vitaloni - Dare voce alla natura” (“Michele Vitaloni, nato nel 1967, esponente della Wildlife Art e dell’iperrealismo scultoreo”, annuncia il catalogo). Su tutti, spicca questo film di Giorgio Diritti, che in un genere a rischio come la biografia d’artista – con l’aggravante della disperazione, del manicomio, della denutrizione infantile, della mamma morta e della famiglia adottiva (qualcosa sicuramente abbiamo dimenticato) – esce vincitore. C’erano anche aggravanti cinematografiche, oltre alle biografiche. Per esempio l’attore Elio Germano, che tende a strafare (chi ha visto “Il giovane favoloso” ricorderà il suo Giacomo Leopardi molto gobbo e poco poeta coltissimo, mica certe poesie nascono da una delusione d’amore). Altra aggravante, il trucco-protesi di cui nessuno riesce a fare a meno (va detto a scusante che avevano cominciato prima che Pierfrancesco Favino diventasse Craxi). “Freddo” abbiamo sentito dire alla Berlinale da chi aveva riserve sul film. Suona come un complimento, invece: del calore artistico possiamo fare a meno, e non c’è nulla di peggio dei poveri vestiti da costumisti che un cappotto rivoltato non l’hanno visto mai. “Freddo”, che in questo caso sta per misurato, realista, vicino al personaggio, senza l’ordine cronologico che ricostruisce tutto come una marcia trionfale verso il successo, dopo tante traversie. Elio Germano ha vinto l’Orso d’argento a Berlino (ma ancora esagera, a volte rompendo l’incanto). Molti applausi al regista che fa rivivere un pittore e gli rende omaggio con ricercate inquadrature – campagnole e paesane – attorno al Po.

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