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Memorie di un assassino

La recensione del film di Bong Joon-ho, con Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha

14 Febbraio 2020 alle 15:27

Il premio Oscar a “Parasite” – quattro, per contar giusto – ha funzionato come una cartina di tornasole, provocando reazioni e commenti variopinti. Non tutti a film visto, il cinema è quasi sempre un pretesto. Chi fa spallucce: un fuoco di paglia, poi Hollywood tornerà a essere la Hollywood di sempre. Chi va di lamenti: un regista coreano che trionfa in una categoria in cui neppure dovrebbe stare (il ghetto dei “foreign film” esiste per qualcosa) non cambia le fortune dei registi e degli attori asiatici, meno che mai degli asiatici che fanno altri mestieri. Chi ne approfitta per la solita tirata antiamericana: finalmente un film esotico che non parla inglese, celebriamo la biodiversità (ma non siamo cresciuti a cinema americano? Pure gli scrittori italiani ebbero un debole per i narratori americani, quando tutto attorno a loro era poesia o prosa d’arte).

 

L’uscita nelle sale di “Memorie di un assassino” – girato nel 2003 e ambientato una ventina di anni prima – era già in programma. Spinta dagli incassi americani, dal successo internazionale, dal passaparola anche tra gli spettatori italiani che non avevano visto “Okja”, la storia di un supermaiale fabbricato in laboratorio e liberato dagli animalisti. Né avevano applaudito “Snowpiercer”, lotta di classe su un treno che alberga gli unici sopravvissuti a un tentativo di raffreddamento del pianeta (sbagliano le dosi). “Memorie di un assassino” (ispirato a un caso di cronaca nera) è il corrispettivo coreano di “Zodiac”, 4 anni prima del film di David Fincher. Una ragazza viene trovata morta, sotto la pioggia, vestita di rosso, e altre seguiranno. “Arrestate i soliti sospetti” è la mossa numero uno della polizia locale, non importa se il presunto omicida ha un difetto alla mano che subito lo scagiona. Arrivano i rinforzi da Seul, e il poliziotto di città cerca di indottrinare il poliziotto di campagna sui metodi scientifici. Pausa negli interrogatori: agenti e presunti colpevoli guardano insieme il programma tv. Ci sarebbe una poliziotta sveglia, ma l’accusano di aver letto troppi gialli. E se fosse un monaco buddista? Un po’ thriller un po’ studio d’ambiente, nero con sprazzi di comicità.

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