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Un passato comune

Il Guardian si schiera con chi abbatte statue schiaviste, ma all’inizio faceva soldi con gli schiavi

21 Giugno 2020 alle 06:00

Un passato comune

(foto d'archivio LaPresse)

Roma. Il Guardian ce l’aveva messa tutta. “L’abbattimento della statua di Colston non è un attacco alla storia. E’ storia”. “Il giorno in cui Bristol ha scaricato il suo odiato mercante di schiavi dal molo e una nazione ha iniziato a cercare la propria anima”. “Basta glorificazione di criminali storici come Colston”. “Il punto di vista del Guardian su Black Lives Matter: una causa comune”. Un giornale orgogliosamente schierato per emendare ogni passato inglese che richiami in qualche modo il colonialismo. Compresa la statua di Cecil Rhodes a Oxford, che due giorni fa una commissione ha deciso di abbattere (Rhodes era un grande filantropo, ma anche il fondatore della Rhodesia coloniale).

 

Ma per fare la guerra al passato bisogna almeno essere certi di non averne uno molto simile. E se il quotidiano delle chattering classes inglesi, che predica la rimozione di qualsiasi cosa abbia avuto a che fare con schiavitù e colonie, avesse tratto profitto dalle stesse? Il quotidiano di punta della sinistra britannica deve vedersela con una ironica petizione che ha già raccolto oltre 16 mila firme e in cui si chiede che il giornale che ha sposato la causa di Black Lives Matter venga chiuso a causa dei suoi legami storici con la schiavitù e per essersi schierato con i confederati durante la guerra civile americana.

 

L’allora Manchester Guardian fu fondato nel 1821 da John Edward Taylor, che trasse profitto dalle piantagioni di cotone di schiavi. Dopo la sua morte, nel 1844, il giornale continuò i suoi rapporti con la tratta degli schiavi, guadagnando denaro dai proprietari cotonifici di Manchester, che pagavano per la pubblicità. Katharine Viner, caporedattore del quotidiano, ha ammesso nel 2011: “Il Guardian era schierato dalla parte dei proprietari di schiavi e chiedeva che i lavoratori del cotone di Manchester, che morivano di fame per le strade perché si rifiutavano di toccare quello raccolto dagli schiavi americani in segno di solidarietà, fossero costretti a tornare al lavoro”. Abraham Lincoln scrisse agli “operai di Manchester” nel 1863 per ringraziarli per il loro “sublime eroismo cristiano, che non è stato superato in nessuna epoca o paese”.

 

Quando Lincoln fu eletto presidente, il Guardian parlò di “un giorno malvagio per l’America e per il mondo”. L’ossessione anti Lincoln del Guardian raggiunse l’apice in un editoriale dell’aprile 1865, dopo l’assassinio del presidente. “Del suo dominio non possiamo parlare se non come una serie di atti insopportabili a ogni vera nozione di diritto costituzionale e libertà umana”. L’editorialista del Daily Mail, Peter Hitchens, commenta: “Penso che questa (meravigliosamente onesta) confessione del sostegno del Super-woke Guardian alla Confederazione di schiavi (e il suo furioso odio per Lincoln) sia una delle grandi scoperte del giorno”.

 

Il Guardian ha aggiornato la sua richiesta di contributi finanziari in fondo a ogni articolo sulla scia di Black Lives Matter: “Mentre il mondo protesta contro la violenza della polizia e il razzismo, il Guardian è solidale con la lotta per la verità, l’umanità e la giustizia. La giustizia inizia con la scoperta della verità. Questo è ciò che proviamo a fare”. Dovrebbero partire da un esame di coscienza. E magari l’abbattimento di statue risalenti a un secolo fa apparirebbe meno woke e più taliban.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • Pedrolino

    22 Giugno 2020 - 07:44

    Ma appunto questo significa fare storia: giudicare il proprio passato. Non risulta che il Guardian abbia rivendicato I propri trascorsi razzisti. Come invece fanno I difensori della statua di Montanelli.....

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