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Ferrero è cattiva anche quando investe nelle nocciole italiane

Giordano Masini

Non c'è solo Salvini che minaccia di non mangiare più Nutella. A nord del lago di Bolsena i “no-noc” protestano perché la multinazionale è una delle cause dell'avanzata dei noccioleti

Da un po' di tempo l’altopiano a nord del lago di Bolsena è al centro di una strana polemica. Il tutto è nato quasi un anno fa, dopo una lettera della regista Alice Rohrwacher a Repubblica, in cui si diceva preoccupata per l’avanzata nella zona di una nuova monocoltura, quella della nocciola. Definire la coltura nocciola una novità per il viterbese è un po’ temerario, ma in effetti fin quassù, all’estremo nord della provincia, di noccioleti non se ne erano mai visti troppi, mentre le nocciole diventate celebri come prodotto tipico di qualità erano relegate all’area dei monti Cimini, a sud del capoluogo.

 

Ma cosa c’è dietro questa nuova avanzata della nocciola? Zeno Buzzico ha un’azienda agricola biologica ad Acquapendente e recentemente anche lui è stato folgorato sulla via della nocciola. Sentito dal Foglio, racconta di come a fare la differenza siano stati i nuovi bandi regionali dei Piani di Sviluppo Rurale (PSR), che distribuiscono alle aziende i fondi europei destinati allo sviluppo agricolo. “Altrimenti non sarebbe economicamente conveniente investire in una coltura che ha bisogno di quattro o cinque anni per entrare in produzione”. Oltre ai contributi per l’impianto e le spese di gestione, a far gola è anche la prospettiva di vedere un aumento significativo del valore dei terreni, destinati a una coltura ad alto valore aggiunto dove prima ci si limitava al grano o alle patate. E la promessa di buoni contratti proposti da Ferrero a chi le nocciole già le coltiva, nell’ambito di un progetto che si pone come obiettivo un aumento significativo della superficie a nocciole in Italia e l’italianizzazione della filiera produttiva che va dalla nocciola alla Nutella.

Perché in effetti oggi di nocciole in Italia non se ne producono abbastanza per coprire il fabbisogno dell’industria: Ferrero compra in Italia, quindi, ma anche all’estero, in particolare in Turchia che è il primo produttore globale con 700.000 ettari a fronte dei 70000 in Italia.

 

Ma quale è il problema se gli agricoltori come Zeno piantano alberi di nocciole invece che grano? Nella retorica dei comitati che si oppongono all’espansione dei noccioleti - si potrebbero chiamare “no-noc” - si ritrovano tutti i cliché dei comitati no-qualcosa: mutamento del paesaggio, economia locale trasformata, inquinamento (da pesticidi), multinazionali. A Zeno viene da ridere: “A parte che la mia azienda è biologica, e se non lo fosse stata non avrei avuto accesso ai finanziamenti, vorrei sapere cosa fanno quelli che coltivano patate. Non usano insetticidi?” In effetti la coltura della patata, che intorno al lago di Bolsena è la più diffusa e praticata, e sicuramente non viene ostacolata da nessuno, richiede un uso massiccio di pesticidi, non meno di quelli che vengono usati in un noccioleto intensivo in produzione.

  

Quanto alla trasformazione del paesaggio, è quello che è avvenuto ovunque si è diffusa una nuova coltura, e spesso la novità è stata accolta con entusiasmo. Basti pensare alla vicina Maremma, dove fino a poco tempo fa pascolava il bestiame e oggi è coperta di vigneti intensivi, dall’Argentario fino a Bolgheri. A fare la differenza, e a far storcere il naso, resta quindi la presenza di Ferrero come driver di questa trasformazione. È una multinazionale, quindi di per sé è cattiva, anche se porta ricchezza a un territorio e a un’economia rurale che non trovava opportunità di rilancio. Il vino ha tutto un’altro appeal, evoca ben altre suggestioni, anche se pure per la vite di pesticidi se ne usano, eccome.

 

E la multinazionale è tanto cattiva che la si può attaccare per le ragioni diametralmente opposte, senza temere di oltrepassare a piedi uniti la soglia del ridicolo. A Ravenna Salvini ha detto che non mangia più Nutella perché la Ferrero usa nocciole turche. Mentre lui vuole mangiare italiano, sovranisticamente e autarchicamente. Quindi se sei Ferrero non puoi investire in un prodotto italiano ma nemmeno in uno di importazione, non puoi usare olio di palma ma nemmeno nocciole nostrane, e guai se mentre favorisci le nocciole nostrane continui a usare quelle straniere. D’altronde, se sei Ferrero hai solo contribuito a diffondere un’immagine di qualità per l’alimentare italiano nel mondo, aperto 22 stabilimenti in 5 continenti e dai lavoro a più di 36.000 persone, di cui circa 6.000 in Italia.

Ma all’impero del cioccolato e alla ricchezza che produce è preferibile la figura da cioccolatai che Salvini da una parte e i no-noc dall’altra preferiscono esportare, gratis e con patriottico orgoglio. Alalà.

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