Il Papa dell'est

Matteo Matzuzzi

L’intesa tra il Vaticano di Francesco e la Russia di Putin sui grandi temi internazionali mette nell’ombra perfino la questione sovranista. A dividerli c’è il rispetto della libertà religiosa

Giovanni Paolo II, trenta e più anni fa, aveva rivolto in modo deciso la prua della Barca che governava a ovest. Porte spalancate all’Impero del bene, gli Stati Uniti di Ronald Reagan, impegnati a picchettare il già friabile muro che divideva l’ovest dall’est. La missione del Papa polacco era quella di abbattere il comunismo e per farlo, oltre a scaldare i cuori dei popoli sottomessi al di là della cortina, occorreva stare dalla parte del nemico principale dell’ateismo di stato. Una novella entente cordiale, che vide la puritana America divenire terra più che amica del Vaticano, fin lì visto con sospetto ben poco celato. Oggi, il Papa che da quella parte di mondo arriva, inverte la rotta e guarda a est, alla Cina di certo, ma anche a quella Russia che con l’autocrazia continua a convivere benissimo. La scorsa settimana Vladimir Putin si è recato per la terza volta in sei anni in visita oltretevere. Un onore mai concesso a nessun capo di stato durante questo pontificato, benché Jason Horowitz sul New York Times abbia descritto l’udienza come “un tête-à-tête tra i portabandiera di opinioni contrastanti sul cristianesimo nel continente europeo”, esaltazione massima “della polarizzazione ideologica tra nazionalisti e liberali”. Un evento, quello della calata a Roma del presidente russo, che risulta ancora di più eccezionale considerando che di particolari “novità” sul fronte internazionale da discutere non ce n’erano. Lo dimostra il comunicato diffuso dalla Santa Sede al termine dell’udienza durata un’ora: Siria, Ucraina e Venezuela i grandi temi di politica estera affrontati. Vale a dire le grandi questioni sulle quali le diplomazie di arrovellano da anni, cercando la chiave per risolverle. Temi che, peraltro, vedono Roma e Mosca sulla stessa linea, eccezion fatta per il destino dell’Ucraina occupata per un terzo del suo territorio dalle falangi del Cremlino.

  


Vicino oriente, Venezuela, Iran e Cina: la visione sui dossier geopolitici è comune. Con una grande eccezione: l’Ucraina. Per lo storico Menozzi “non c’è alcuna convergenza ideologica”. “Putin sta cercando una benedizione papale”, osserva Introvigne


  

Sul Venezuela, invece, mentre l’Amministrazione americana studiava piani per rovesciare il caudillo Nicolás Maduro e l’Europa (quasi tutta, stante l’imbarazzante neutralità italiana) si schierava dalla parte delle opposizioni stanche del chavismo, la Russia e la Santa Sede invocavano una mediazione. Magari una conferenza in Norvegia, come pochi giorni fa ha detto il segretario di stato Parolin, ma niente tumulti in piazza. Sulla Siria, e più in generale il vicino oriente, i fatti sono noti: quando nel 2013 i caccia inglesi e americani erano pronti a sganciare le proprie bombe su Damasco in modo da propiziare così la fine del regime di Bashar el Assad, a dare lo stop fu Francesco. Prima con un appello contro la guerra pronunciato all’Angelus il 1° settembre, quindi con l’indizione di una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria. Eventi ai quali seguì una lunga lettera scritta dal Papa proprio a Vladimir Putin, supplicandolo in qualità di presidente di turno del G20 di bloccare ogni iniziativa militare. Il leader russo, i cui piani già divergevano nettamente da quelli occidentali rispetto al futuro della regione, prese la palla al balzo e si inventò protettore dei cristiani del vicino e medio oriente (cattolici od ortodossi, non faceva troppa differenza), assumendo le vesti di moderno defensor fidei fra il tripudio delle gerarchie locali – fieramente antiamericane – e la commozione delle popolazioni non più allo sbando. In Vaticano non poteva che esserci soddisfazione per aver sventato altre inutili stragi.

  

“Tra le grandi potenze di oggi – vale a dire Stati Uniti, Russia Cina e forse anche Germania e Regno Unito – ci sono basi solide per dire che la Russia è il partner più naturale di Papa Francesco per imbastire un dialogo, dall’America latina al medio oriente. L’unica questione delicata in questo rapporto è l’Ucraina e finora Francesco si è mosso su una linea molto sottile che comporta il non abbandonare Kiev ma al contempo il non sacrificare le relazioni con Mosca”, dice al Foglio il vaticanista americano John Allen, responsabile del portale Crux. L’Ucraina è un tabù, gli interessi in campo sono i più diversi, da quelli geopolitici a quelli confessionali, con Roma che ha fatto da silenziosa spettatrice allo scisma che ha favorito l’autocefalia di Kiev benedetta da Costantinopoli e la conseguente rabbiosa reazione di Mosca. Il Papa, memore anche di qualche improvvida avventura del passato, quando l’Ucraina fungeva sovente da terreno di prova per testare la forza del Patriarcato di Mosca, non ha interferito pur convocando a Roma le gerarchie della chiesa greco cattolica per un vertice di due giorni in cui si è analizzata la situazione sul campo. Di politica, però, non se ne parla, così come del resto nulla era stato detto in passato sull’annessione della Crimea e sull’occupazione del Donbass. Ancora una volta, il realismo politico impone di mettere da parte le questioni che dividono per dare risalto a quelle che uniscono. Guardare avanti, il passato è passato. Una massima valida (ad esempio) per la Cina e adattabile più o meno ad altre circostanze. E’ la realpolitik, niente di nuovo. La novità è che il pontificato guarda a est, e non solo per quanto attiene a ideali mete da raggiungere attraverso l’evangelizzazione. Lo fa anche scegliendo accuratamente gli interlocutori, ed è “assolutamente corretto dire che il Vaticano di Papa Francesco ha più simpatia per Putin e Mosca che per Trump e Washington”, dice John Allen. “Tra l’altro, e questo è davvero ironico, è anche possibile che Francesco nutra più simpatia per i vescovi ortodossi russi che per quelli cattolici americani”.

 

Lo diceva anche don Stefano Caprio, docente di Cultura russa al Pontificio istituto orientale di Roma, la settimana scorsa a questo giornale: “Paradossalmente, oggi Mosca percepisce Roma più vicina rispetto a tante altre chiese della galassia ortodossa, anche perché si sente universale, come la chiesa cattolica” e la cosa è valida anche a parti invertite: Bergoglio ha un’intesa maggiore con tanti esponenti dell’ortodossia orientale rispetto a quella che ha con alcuni episcopati occidentali. Ma che cosa unisce Putin e Francesco, al di là dei punti di vista comuni sulle grandi crisi internazionali? Forse la lotta alla globalizzazione così come è intesa dall’occidente a guida americana? “La base per la relazione tra Putin e Francesco è l’interesse personale. La Russia vuole espandere la sua influenza sia in medio oriente sia in America latina e lo fa dal versante delle forze per le quali il Pontefice ha una predilezione naturale. Il disgusto per la versione americana della globalizzazione unisce in questo momento Putin e Francesco, ma sarebbe un errore pensare che questa convergenza riguardi un’ideologia o un insieme di valori condivisi. Se l’interesse nazionale suggerisse al presidente russo di rompere con il Papa, lo farebbe in un batter di ciglia. E presumibilmente Francesco lo sa molto bene”, sottolinea il vaticanista americano. Daniele Menozzi, storico del cristianesimo, è più prudente: “In un quadro generale in cui si dialoga con tutti, è normale che Bergoglio dialoghi anche con Vladimir Putin. Dopotutto, sul piano specifico (e cioè politico), il leader russo è un attore importante che può bilanciare altre presenze che potrebbero apparire egemoniche o addirittura oppressive. Insomma, ancora la realpolitik. Però, da qui a parlare di convergenza su questioni ideologiche il passo è lungo. Sul sovranismo il Papa è stato chiaro”.

 

Lo scorso maggio, ricevendo in udienza i membri della Pontificia accademia delle Scienze sociali, Francesco aveva ribadito che “abbiamo purtroppo sotto gli occhi situazioni in cui alcuni stati nazionali attuano le loro relazioni in uno spirito più di contrapposizione che di cooperazione” e “la chiesa osserva con preoccupazione il riemergere, un po’ dovunque nel mondo, di correnti aggressive verso gli stranieri, specie gli immigrati, come pure quel crescente nazionalismo che tralascia il bene comune”. Dunque, prosegue Menozzi conversando con il Foglio, “è difficile trovare convergenze culturali e politiche tra i due”, anche se c’è chi ha letto la spedizione vaticana di Putin come il tentativo di cercare una sorta di benedizione alla propria linea: il padre dei sovranisti alleato del Papa di Roma. “La gradirebbe eccome”, dice al Foglio il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur (Centro studi nuove religioni), “ma come è emerso da due seminari a porte chiuse del 2018 a Mosca sulla libertà religiosa, il leader del Cremlino gioca su due tavoli. Certamente con la sua benedizione esponenti di think thank russi vicini al suo partito e alla chiesa collaborano organicamente con gli ambienti ultraconservatori ostili a Francesco. Putin sembra non avere deciso che cosa vuole essere per i cattolici, se il punto di riferimento di un partito di tradizionalisti ostili al Papa o un leader internazionale che opera di conserva con il Pontefice su una serie di dossier di interesse comune. Può essere l’uno o l’altro, ma sembra tentare di essere tutti e due insieme, il che è molto difficile”.

 


Il disgusto per la versione americana ed europea della globalizzazione unisce (per ora) il Papa e il leader del Cremlino. “Oggi Francesco ha più simpatia per Putin e Mosca che per Trump e Washington”, dice il vaticanista John Allen


 

Eppure la narrazione sul populismo che unirebbe i due è abbastanza radicata. Dopotutto, Francesco ha esaltato la categoria di popolo, essendo discepolo attento della teologia del pueblo di marca argentina nata da una costola della ben più celebre teologia della liberazione. Non è un caso che Bergoglio, nei primi tempi del pontificato, si fosse mostrato prudente nel parlare di populismo, perché – parole sue – non ne aveva capito il senso che aveva nella cultura europea. Ha scritto il professor Menozzi in un lungo saggio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Il Regno che Francesco ha confessato ai giornalisti “che ha dovuto rimparare il significato di questa parola perché in America latina ha un altro significato rispetto a quello corrente in Europa. In realtà – sono sempre parole dello storico – il Papa aveva già evocato la diversità tra queste accezioni del termine in due precedenti interviste”. In queste conversazioni, infatti, “Francesco confessa che inizialmente non capiva molto quando gli si parlava di populismo. Per la sua cultura sudamericana il termine significava semplicemente il riconoscimento del protagonismo dei popoli e il diritto alla loro auto organizzazione. In particolare ne vedeva un’espressione in quei nuovi movimenti popolari che, pur caratterizzati da differenze interne, sintetizzavano il loro programma nelle tre T, tierra, techo, trabajo”. Dubita del risultato positivo del viaggio di Putin, invece, Introvigne: “Conoscendo il linguaggio della diplomazia vaticana, l’incontro non è stato un totale successo per Putin. Il leader russo è notoriamente alla ricerca di una posizione vaticana a lui favorevole sulla questione che gli sta molto a cuore dell’autocefalia della chiesa ortodossa ucraina, riconosciuta dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e condannata dal Patriarcato di Mosca. Il Papa tiene molto alle relazioni ecumeniche con Mosca, ma tiene anche a quelle con Costantinopoli e con il patriarca ecumenico Bartolomeo ha un’amicizia personale di vecchia data”.

 

Quindi il risultato del viaggio qual è? “Il massimo che Putin ha ottenuto è una posizione di neutralità ed equidistanza, che è diversa dall’appoggio che auspicava. Quanto al Venezuela, “il Papa per storia e inclinazione non ama le interferenze americane ma deve tenere conto dei vescovi locali che sono in grande maggioranza contro Maduro. Il dossier su cui Putin e Francesco sono più vicini è il medio oriente e il Papa ha bisogno del presidente russo per proteggere le minoranze cristiane”. Rispetto invece alle differenze più marcate, c’è la situazione della chiesa cattolica in Russia, tema peraltro accennato nel comunicato al termine dell’udienza: “I cattolici russi hanno espresso più volte preoccupazioni sulle dichiarazioni di ideologi vicini a Putin secondo cui un buon cittadino russo, a meno che non faccia parte di una minoranza etnica musulmana o buddista, non può che essere ortodosso”, ricorda Introvigne.

 

Secondo Boris Falikov, professore all’Università dello Stato russo di Mosca e tra i maggiori esperti russi di pluralismo religioso, “la questione che più divide il Papa da Putin è quella della libertà religiosa. Per Putin la nozione di libertà religiosa dei trattati internazionali è falsamente presentata come universale, ma invece è occidentale o americana. Il Papa e i cattolici hanno invece abbracciato la nozione di libertà religiosa e la promuovono in ogni sede”. Il fatto è che “Putin si presenta in patria come l’erede di una tradizione russa insieme sovietica e più antica dell’Unione sovietica, slavofila, antioccidentale e anche anticattolica, il che rende ovviamente il dialogo difficile”, spiega Rosita Soryte, ex diplomatica lituana e oggi presidente dell’Osservatorio internazionale della libertà religiosa dei rifugiati (Orlir): “C’è però anche un altro punto. Abbiamo un’immagine di Putin come la persona che decide tutto e controlla tutto, ma non è così. Putin media tra fazioni diverse e la polizia o i servizi o i militari non hanno necessariamente la stessa posizione dei burocrati civili. Per esempio, Putin ha suscitato grandi speranze con un’intervista in cui ha dichiarato di non capire perché i Testimoni di Geova siano perseguitati. Dopo l’intervista, gli arresti di membri dei Testimoni di Geova sono persino aumentati. In parte – aggiunge Soryte – queste interviste rientrano in una strategia, sono propaganda. Ma in parte ci sono forze e strutture di cui Putin non controlla completamente la meccanica quotidiana”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.