La statua del Cristo a Rio de Janeiro (foto LaPresse)

Così in America Latina il protestantesimo è diventato forza di governo

Maurizio Stefanini

Dal clan Bolsonaro agli alleati di Obrador. In America Latina i protestanti sono il 18-19 per cento della popolazione, ma contano sempre di più

14 gennaio 2016: il protestante Jimmy Morales Cabrera si insedia come presidente del Guatemala. Primo gennaio 2017: il protestante Marcelo Bezerra Crivella si insedia come sindaco di Rio de Janeiro. 4 febbraio 2018: il protestante Gerado Fabricio Alvarado Muñoz arriva primo al primo turno delle presidenziali in Costa Rica, con il 24,91% dei voti, anche se poi perderà al ballottaggio. Primo gennaio 2019: Jair Bolsonaro si insedia come presidente del Brasile.

 

A differenza dei primi tre, il “Trump brasiliano” si dichiara formalmente ancora cattolico. Ma è protestante sua moglie, con un rito protestante l'ha sposata, sono stati cresciuti come protestanti i suoi figli, ed essenziale per la sua vittoria è stato l'appoggio di un mondo evangelico che al Congresso esibisce una “bancada” di oltre un centinaio tra deputati e senatori, e a cui fanno riferimento almeno tre ministri. Direttamente a questo tipo di elettorato rispondono alcuni dei primi provvedimenti annunciati dalla nuova Amministrazione: dallo spostamento a Gerusalemme dell'ambasciata in Israele al decreto che esclude le famiglie Lgbt come destinatarie delle politiche di promozione dei diritti umani del ministero della Donna e dei Diritti Umani affidato al pastore pentecostale Damares Alves, alla proposta di legge anti-aborto redatta dalla stessa Damares Alves.

 

Nella regione che una volta era considerata la massima roccaforte del cattolicesimo, dunque, i politici evagelici sembrano ormai realizzare almeno un exploit all'anno. Ma in realtà l'impatto del protestantesimo politico è anche maggiore, se oltre ai risultati più importanti se ne considerano anche altri meno appariscenti, ma altrettanto significativi.

  

In Messico ad esempio, dal primo dicembre, si è insediato alla presidenza quell'Andrés Manuel López Obrador che è teoricamente uomo di una sinistra con un pedigree ferocemente anticlericale, anche se negli ultimi tempi non ha lesinato i gesti di distensione verso Papa Francesco. Nella sua coalizione, però, c'era il Partito Encuentro Social fondato dal pastore pentecostale Hugo Eric Flores Cervantes, che gli ha portato oltre un milione di voti. È vero che per via della draconiana legge elettorale messicana, non essendo arrivato al 3 per cento, ha perso la personalità giuridica, però grazie alla sua alleanza alle elezioni del primo luglio scorso ha comunque piazzato al Congresso 8 senatori e 56 deputati: paradossalmente, il quarto partito come numero di eletti.

 

 

In Colombia Iván Duque Márquez si è insediato alla presidenza il 7 agosto. Nella sua coalizione di partiti protestanti ce ne erano due: il Mira, che con il 3,27 per cento al Senato e il 3,98 alla Camera ha avuto tre senatori e un deputato; e Colombia Justa Libres. In Venezuela al voto presidenziale del 20 maggio 2018 uno dei due candidati che non ha partecipato al boicottaggio dell'opposizione contro Maduro è stato il pastore evangelico Javier Bertucci: personaggio discusso, finito anche nello caso dei Panama Papers, ha comunque ottenuto quasi un milione di voti, con il 10,8 per cento. E ancora in Brasile l'ecologista e pentecostale Marina Silva, dopo essere stata ministro dell'Ambiente di Lula, alle presidenziali ha preso il 19,33 per cento nel 2010 e il 21,32 nel 2014, anche se è poi precipitata all'1 per cento elle ultime elezioni.

Foreign Policy ha comunque ricordato come vari pastori protestanti avevano invece dichiarato il loro voto contro Bolosonaro, per spiegare come in realtà quella del neopresidente sia una “coalizione cristiana” con protestanti e cattolici piuttosto “precaria”, soggetta a rapidi cambiamenti se il presidente non riuscisse a soddisfare i suoi elettori.

 

Anche questa analisi conferma però il ruolo sempre più importante dei protestanti nella politica latino-americana. Secondo vari studi, in America Latina i protestanti sono ormai il 18-19 per cento della popolazione, contro il 60-69 per cento di cattolici. Ma in Brasile sono ormai quasi un quarto della popolazione e in Guatemala c'è stato il pareggio. In questa crescita ha avuto un ruolo importante la reazione a un eccessivo schieramento a sinistra di larga parte della Chiesa cattolica con la Teologia della Liberazione (anche se non mancano protestanti di sinistra).

 

Più in generale però, secondo gli antropologi, l'avanzata protestante viene da una parte dalla storica mancanza di personale del cattolicesimo latino-americano, cui gli evangelici possono ovviare grazie all'organizzazione congregazionista e al principio del sacerdozio universale. Dall'altra per un tipo di religiosità sciamanica, tipica delle popolazioni con radici africane o amerindie, che si ritrova molto nei riti pentecostali: non a caso la stessa impostazione è fatta propria da quel movimento neocatecumenale che rappresenta la parte più in salute del mondo cattolico locale. In qualche modo, inoltre, il protestantesimo corrisponde a un weberiano “bisogno di Stati Uniti” da parte di classi popolari che – al di là dello stereotipo sull'ostilità ai “gringos” – in realtà invidiano molto l'American Way of Life. E che, oltre a convertirsi, cercano di emigrare oltre il Rio Grande.

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