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L'insediamento di Bolsonaro, tra Orbán e Netanyahu

Grande attesa per vedere i ministri all’opera. Quelli con “etichetta” delle forze armate sono 9 su 22. Il più famoso è il giudice Sérgio Moro, il “Di Pietro brasiliano”

1 Gennaio 2019 alle 10:49

Come tradizione del Brasile, il nuovo presidente Jair Bolsonaro si insedia a Capodanno. Malgrado la pioggia, migliaia di persone sono arrivate a Brasilia da tutto il paese per assistere alla cerimonia, con maglie e cartelli che ripetono lo slogan “il mio partito è il Brasile”. Imponenti misure di sicurezza includono missili anti-aerei per abbattere velivoli o droni che invadano lo spazio riservato.

  

Già prima ancora di entrare in carica Blsonaro ha iniziato a riallineare la diplomazia brasiliana ricevendo Netanyahu in quella che è la prima visita nel paese di un capo del governo israeliano, e firmando con lui un accordo di “fratellanza” in campo economico e militare. Si rompe così una tradizione filo-araba e filo-palestinese, dovuta anche alla presenza in Brasile di una forte comunità di oriundi libanesi, siriani e appunto anche palestinesi, i cosiddetti “turcos”. Ma è invece fortemente filo-israeliano quel sempre più forte elettorato evangelico che ormai è rappresentato da oltre un centinaio di membri in Congresso, e che ha votato in massa per Bolsonaro. Ufficialmente cattolico, il nuovo presidente ha però nel campo evangelico moglie e figli, e notoriamente frequenta le Assemblee di Dio pentecostali più delle messe. In Brasile Netanyahu ha deciso di venire malgrado i suoi problemi giudiziari, le elezioni anticipate e la tensione montante con la Siria. Al suo invito, Bolsonaro ha già risposto che verrà in Israele a marzo. 

   

Netanyahu a parte, altri invitati di spicco sono Sebastián Piñera e Viktor Orbán, che però rappresentano in qualche modo l’incertezza del modello Bolsonaro tra quel liberismo tradizionale della destra latino-americano di cui è alfiere il presidente cileno e il nuovo sovranismo di cui è un profeta il primo ministro ungherese. Significativa è stata anche la decisione di non invitare all’insediamento né il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, né quello di Cuba Miguel Díaz-Canel, né quello del Nicaragua Daniel Ortega. Anche con Cuba prima ancora del suo insediamento c’è stato lo scontro che ha portato il governo dell’Avana a ritirare la missione medica venuta coi governi del Pt, mentre in Venezuela il vicepresidente  Hamilton Mourão ha previsto un golpe che vi rovescerà Maduro e vi chiamerà truppe brasiliane a fare peace-keeping. È stato però invitato Evo Morales, da cui alcune critiche di esponenti dell’opposizione boliviana.     

      

C’è comunque grande attesa per vedere i ministri selezionati all’opera. In campagna elettorale Bolsonaro aveva promesso di ridurre il numero dei ministri da 29 a 15, ma alla fine saranno 22. Cinque tra di loro sono militari: tre generali, un tenente colonello e un ammiraglio. In particolare, il generale Fernando Azevedo e Silva, che Dilma Rousseff aveva messo a gestire le Olimpiadi, va alla Difesa. Il generale Augusto Heleno Ribeiro va alla Sicurezza istituzionale, in cui vuole sperimentare un sistema di mantenimento dell’ordine pubblico a base di cecchini nelle favelas che dice di aver sperimentato von successo quando era comandante dei Caschi Blu a Haiti, tra 2004 e 2005. Pure alla testa dei Caschi Blu a Haiti, ma tra 2007 e 2009, è stato il generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, preposto alla Segreteria di governo. Il tenente colonnello Marcos Pontes, primo astronauta latino-americano, va invece a Scienza e Tecnologia. L’ammiraglio Bento Costa Lima, già osservatore Onu in Bosnia-Erzegovina, a Miniere e Energia. Ma è generale anche il già citato vicepresidente Hamilton Mourão,  con il quale sembra però essere già ai ferri corti prima ancora dell’insediamento per la sua tendenza a parlare troppo a ruota libera.

   

Ma anche altri quattro ministri hanno studiato o lavorato in istituzioni militari, portando il totale degli uomini con etichetta Forze Armate a 9 su 22. Ministro della Salute sarà infatti l’ex-tenente medico Luiz Henrique Mandetta. Alla Controlloria Generale andrà l’avvocato e ex-capitano Wagner Rosario: che peraltro stava anche nel governo di Temer, con lo stesso incarico. L’ingegnere Tarcisio Gomes de Freitas, preposto alle Infrastrutture, ha studiato all’Istituto militare di Ingegneria. Il filosofo Ricardo Vélez Rodríguez, all’Educazione, è professore emerito alla Scuola di comando e Stato maggiore dell’esercito.

   

Il ministro più famoso è il giudice Sérgio Moro: il “Di Pietro brasiliano”, ammiratore e emulatore della Mani Pulite italiana. Lo hanno preposto a Giustizia e Sicurezza Pubblica, dove forse lo aspettano duri scontri con i suoi ex-colleghi. A parte quell’ex-presidente del Supremo Tribunale Federale Joaquim Barbosa che dopo essere stato a sua volta un protagonista della Mani Pulite brasiliana ha annunciato a sorpresa il suo voto contro Bolsonaro al ballottaggio. E c’è stata quell’intervista in cui l’avvocato di Cesare Battisti Igor Sant’Anna Tamasauskas ha spiegato che il suo assistito lo avessero fatto scappare apposta: “non era mai successo in questo Paese che un ordine di cattura firmato da un giudice del Tribunale Supremo venisse annunciato in diretta dai notiziari radio e tv, finisse on line e il giorno dopo fosse su tutte le prime pagine dei giornali”. Il più importante tra i ministri è però il “Chicago Boy” Paulo Guedes, preposto all’Economia e atteso grande privatizzatore. Il più “trumpiano” è  Ernesto Araújo: un ambasciatore che andrà agli Esteri, e che oltre a essere un grande ammiratore di Trump e ad aver scritto un saggio su di lui è un dichiarato avversario dell’”allarmismo climatico”. Infatti il Brasile lascerà l’Accordo di Parigi.

  

Ci sono poi gli esponenti delle lobby. Onyx Lorenzoni,  che andrà a quella Casa Civile che corrisponde un po’ a primo ministro, è un veterinario che da deputato ha fatto parte di quel Fronte Parlamentare della Sicurezza Pubblica che è più comunemente conosciuto come “Intergruppo delle Pallottole” per le sue posizioni a favore della liberalizzazione delle armi (e da industrie di armi e munizioni ha notoriamente ricevuto finanziamenti).  Tereza Cristina Corrêa da Costa Dias,  ministro dell’Agricoltura e una delle due donne, è una agronoma che è stata alla Camera leader di quell’Intergruppo Ruralista in cui si raccoglie la lobby dei grandi agrari. È notoriamente una critica del Mercosur. Tre sono gli esponenti della lobby evangelica:  il deputato Marcelo Álvaro Antonio, al Turismo; il pastore presbiteriano  André Luiz de Almeida Mendonça, all’Avvocatura Generale; la avvocatessa, pastora pentecostale e attivista anti-aborto Damares Regina Alves, a Donna, Famiglia, Diritti Umani e Fondazione Nazionale dell’Indio (Funai). Sterile in seguito a una violenza sessuale subita a sei anni e madre adottiva di una bambina indigena, attivista anche a favore della donne lavoratrici, Damares Regina Alves ha proposto una legge che punirebbe chi abortisce col carcere, ma al tempo stesso garantirebbe un sussidio a chi tiene un figlio frutto di violenza. Gustavo Bebbiano, leader del partito di Bolsonaro, andrebbe poi alla Segreteria Generale della Presidenza. Roberto Campos Neto, proveniente dal Banco de Santander, alla Banca Centrale. Osmar Terra, pure ex-ministro di Temer, alla Cittadinanza e Relazioni Sociali. Gustavo Canuto,  attuale segretario del Ministero dell’Integrazione Nazionale , viene promosso ministro dello Sviluppo Regionale.

  

Una priorità di questo governo sarà una situazione dell’ordine pubblico che vede ancora il Brasile in testa alla classifica mondiale degli omicidi e in quella della diffusione di cocaina. Nei giorni precedenti all’insediamento di Bolsonaro vari media internazionali hanno segnalato come a Rio de Janeiro sia sempre più onnipresente un tipo di milizie già costituite per combattere i cartelli dei narcos, ma che adesso starebbero facendogli concorrenza. Dopo aver lottato in passato per legalizzarle, Bolsonaro ha ora promesso di combatterle.

 

L’altra priorità dichiarata del governo Bolsonaro è la riduzione di quel “Costo Brasile” che rallenta il decollo economico. In particolare, per combattere una disoccupazione al 12 per cento punta a una flessibilizzazione del mercato del lavoro soprattutto per i giovani, che implicherebbe modifiche alla Costituzione e allo Statuto dei Lavoratori. Guedes ha parlato della possibilità che il giovane possa scegliere tra un regime di lavoro con sindacati e legislazione e un regime di contratti individualizzati in cui non sarebbe compresi in principio né la copertura medica, né quella pensionistica. Non a caso, il ministero del Lavoro è tra quelli che sono stati soppressi. Ma la deregulation del’impiego andrebbe all’interno di una più ampia deregulation dell’economia, che è a sua volta inserita in un pacchetto di sette riforme economiche: assieme a riduzione del deficit pubblico; riduzione delle imposte; riduzione degli oneri sociali per ridurre il costo del lavoro; flessibilizzazione del Mercosur per permettere ai membri di fare accordi commerciali con paesi terzi anche da soli; il passaggio della previdenza a un sistema di capitalizzazione.  

        

Si può scommettere sulle Bolsonaronomics? Secondo la SACE, sì. Un suo studio ricorda che le esportazioni italiane in Brasile hanno raggiunto nel 2017 i 3,8 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 19 per cento rispetto al 2016. L'ottima performance è proseguita anche nei primi 8 mesi del 2018: più 11,6 per cento, principalmente grazie al traino dei beni di investimento, ma anche della farmaceutica. È ancora al di sotto dei 5,1 miliardi record del 2013, ma tra 2019 e 2021 “secondo le previsioni SACE SIMEST, si recupererà una buona parte del terreno grazie a un incremento del 5,7 per cento in media l'anno, con buone prospettive nei settori della meccanica strumentale, della chimica e dei mezzi di trasporto. La ripresa in corso nel Paese apre infatti spazi per una domanda potenziale per i beni italiani, specie per i nostri macchinari (agricoli, alimentari, per imballaggi, per la lavorazione dei metalli, del vetro e della plastica)”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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