Ecco Benny Gantz, il generale di Israele che sfida Netanyahu

Rolla Scolari

Silenzioso finora, l’ex capo di stato maggiore lancia la sua candidatura, incentrata su sicurezza e centrismo, per il voto di aprile

Milano. “Mette assieme un eloquio fluente, calma, modestia, senza un grammo di machismo e – un vantaggio – ha l’aria da generale”. Così il giornalista Avihai Becker descriveva 17 anni fa Benny Gantz, appena nominato alla guida del Comando settentrionale, a meno di 48 mesi dal ritiro israeliano dal Libano. Quello che serve ora al fotogenico ex capo di stato maggiore di Israele, che ieri sera ha ufficialmente debuttato sulla scena politica come il più credibile rivale di Benjamin Netanyahu, è l’aria da primo ministro. “Generalmente sensibile”, era il titolo dell’articolo che già allora lo descriveva come un ottimo miliare, generale a soli 42 anni, capace di costruire una solida squadra attorno a sé, ma non un “decisionista”, a tratti “esitante”. Così, benché la stampa di sinistra in Israele si sia innamorata dell’idea di un reale sfidante del premier Netanyahu – per la prima volta in un decennio – si chiede anche se Benny Gantz, 59 anni, abbia non tanto il carisma, che non gli manca, ma la malizia politica per diventare una minaccia reale per un primo ministro che i sondaggi danno ancora una volta vincente al voto anticipato di aprile.

 

 

Gantz il “silenzioso” ha finalmente parlato ieri e lo ha fatto in prime time televisivo, dopo aver sapientemente costruito un’atmosfera carica di aspettative. “Non ci sono più una destra e una sinistra, c’è soltanto Israele prima di tutto”, recita il jingle della sua campagna, con uno slogan che riecheggia un po’ i “first” che si moltiplicano dall’America all’Europa, ma che lo inserisce in un centro già piuttosto affollato in Israele.

 

Dalla sua discesa in campo, a dicembre, con la nascita del suo movimento, Hosen L’Yisrael, Resilienza per Israele, il suo silenzio era stato considerato da una parte una strategia, dall’altra il segnale di una mancanza di contenuti. In un paese dove la maggior parte dei capi di Stato maggiore una volta in pensione entrano in politica o in Parlamento, e dove due di loro – Yitzhak Rabin e Ehud Barak – sono diventati primo ministro, le credenziali militari di Gantz hanno fatto più di qualsiasi dichiarazione. E il suo partito ha chiaramente puntato sul fattore sicurezza. Due dei tre video fatti circolare nelle scorse settimane hanno inquietato e sbalordito la sinistra: immagini di Gaza rasa al suolo, e le scritte: “6.231 obiettivi di Hamas distrutti”, “1.364 terroristi uccisi”, senza alcun riferimento ai civili palestinesi morti durante le due operazioni condotte da Israele tra il 2011 e il 2015 nella Striscia, mentre Gantz era capo di stato maggiore. “Non è vergognoso volere la pace”, dice l’ex generale in un terzo video. E’ chiaro che, con il suo posizionamento al centro e i toni decisamente opposti delle poche esternazioni finora fatte, Gantz abbia come obiettivo quello di rubare voti al Likud di Mr. Sicurezza (Netanyahu) e al centro-sinistra pacifista cui manca credibilità militare e affascinato dai politici-generali. Il premier reagisce intanto a tutto questo bollando il rivale “di sinistra”, appellativo che oggi nella politica israeliana, scrive il quotidiano Haaretz, è “criptonite”.

 

Il silenzio e l’ambiguità di Gantz hanno portato finora all’ex generale 38 punti in un sondaggio su chi sarebbe il miglior premier (contro il 41 di Netanyahu). Se si votasse oggi, però, il Likud del premier prenderebbe 30 seggi, il doppio del partito del rivale, che per essere una minaccia dovrebbe allearsi con le molte forze politiche che si accalcano al centro, tra cui i partiti di Yair Lapid, Tzipi Livni, l’ex generale Moshe Ya’alon e altri. Oppure, l’ex capo di stato maggiore, da “calmo” stratega, attende l’ultima vittoria del rivale Bibi e un invito a sedere nella coalizione di governo, magari come ministro della Difesa: una postazione di lancio per quando, presto o tardi come tutti si aspettano nel paese, il procuratore generale deciderà sull’incriminazione per corruzione del primo ministro.