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Marina viene dal caucciù e ha una passione per la terza via

Candidata alle presidenziali in Brasile, sfida Dilma (e la detesta). Il programma social-liberale e il no all’aborto. Il diavolo e l’acqua santa. Dilma vuole porre termine ai blackout che esasperano i brasiliani; Marina Silva alla deforestazione che indigna gli stranieri.

5 Ottobre 2014 alle 06:27

Marina viene dal caucciù e ha una passione per la terza via

Dilma e Marina Silva (foto Ap)

Roma. Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima viene dal caucciù, in senso quasi letterale. I suoi genitori erano seringueiros: incisori di corteccia dell’albero della gomma, da cui raccoglievano il lattice che seccato dà poi la gomma naturale. Abitavano in una colocação: una casa su palafitte fatta con legno di Hevea, in una piantagione di nome Bagaçoa a 70 chilometri da Rio Branco, il capoluogo dello stato di Acre. Marina nacque in quella casa, l’8 febbraio 1958, insieme a dieci fratelli e sorelle – soltanto sette sopravvissero all’infanzia. Lei stessa a 15 anni contrasse l’epatite, che fu scambiata per malaria e la portò a un passo dalla tomba, ma fu l’inizio della sua fortuna. Portata in città per essere curata, fu iscritta a un progetto di alfabetizzazione del governo, e a 16 anni imparò a leggere e scrivere, mentre iniziava a lavorare come donna di servizio. Gli studi li ha continuati, arrivando alla laurea in Storia.

 

I suoi inizi sono simili a quelli di Luiz Inácio da Silva Lula, per lo meno come lo presenta quel film “Lula, o filho do Brasil” che è uscito il primo gennaio 2010, e che inizia con la panoramica di una casa bassa mentre echeggia il vagito di un neonato. Gli eventi avvengono 13 anni prima: non si sa se il 6 ottobre 1945 come indicato dall’anagrafe o il 26 ottobre come ricordava la madre. Non è il verde dell’Acre ma il grigio del sertão, la steppa del nord-est brasiliano, in una località dello stato di Pernambuco di nome Caetés. E il film mostra Lula assieme alla madre e a sei fratelli che a bordo di un camion raggiunge il padre in città quando ha sette anni: evento che gli consente di iniziare la scuola dell’obbligo, anche se, dopo la quarta, Lula deve lasciarla per guadagnarsi la vita come lustrascarpe e ambulante, prima di entrare a 14 anni in una fabbrica che lavora il rame. Da operaio riprende però a studiare, alla scuola superiore. Ed è come metalmeccanico che Lula fa carriera da sindacalista.

 

Poi anche Dilma Vana Rousseff Linhares, la presidentessa. In teoria è lei che Marina sfida, alle presidenziali di domenica (il 26 ci sarà l’eventuale ballottaggio). Ma Dilma è nata in città: a Belo Horizonte, il 14 dicembre 1947. Il padre era un fortunato speculatore immobiliare, anche se era scappato dalla natìa Bulgaria come militante comunista. Lei è laureata in Economia: anche se solo a trent’anni, dopo essere stata espulsa dall’università ed essere finita in galera per la sua militanza da guerrigliera. Insomma, è un’altra storia. Da Lula, Dilma ha ricevuto l’investitura per diventare presidentessa. E’ Lula che è sceso in campo a sostenerla, dopo che l’ascesa di Marina era sembrata minacciare la sua rielezione.

 

Marina Silva è stata introdotta alla politica da Chico Mendes, il seringueiro che aveva organizzato i compagni in una attiva lobby antidisboscamento alleata degli indios, e che davanti alla porta di casa sua è freddato il 22 dicembre 1988 da due fratelli, sicari di un proprietario terriero. Marina era la sua collaboratrice più stretta, e in suo nome divenne senatrice nel 1994: primo seringueiro a essere eletto al Congresso di Brasilia per il Partito dei Lavoratori (Pt), di cui con Lula era stata uno dei fondatori. A differenza della seringueira e del sindacalista, la ex guerrigliera Dilma sarebbe entrata nel Pt soltanto nel 2000.  Comunque, quando il primo gennaio 2003 Lula si insedia da presidente, Dilma è il suo ministro delle Miniere e dell’energia; Marina quello dell’Ambiente.

 

Il diavolo e l’acqua santa. Dilma vuole porre termine ai blackout che esasperano i brasiliani; Marina alla deforestazione che indigna gli stranieri. Con Dilma il Brasile scopre il petrolio nell’Atlantico del sud e lancia una grande politica di produzione del bioetanolo, raggiungendo l’autosufficienza energetica. Con Marina la deforestazione si riduce del 59 per cento. Ma le due litigano in continuazione, e il ministro della Casa civile José Dirçeu, nel sistema presidenziale brasiliano una specie di primo ministro, deve faticare per metterle d’accordo. Ma incappa nello scandalo Mensalão, la compravendita di voti al Congresso usata per puntellare la traballante maggioranza. Costretto alle dimissioni e poi addirittura in galera, al suo posto dal 21 giugno del 2005 va proprio Dilma. La mediazione non c’è più, e Marina il 13 maggio del 2008 si dimette da ministro. Lascia anche il Pt, si affilia al Partito verde, e alle presidenziali del 2010 sfida direttamente Dilma, che Lula ha investito come delfino dopo aver esaurito i due mandati consentiti dalla Costituzione. E’ una candidatura spiazzante, Marina attacca Dilma da sinistra sul fronte dell’ambientalismo amazzonico, ma si fa anche portatrice della battaglia degli evangelici contro l’aborto. Finisce terza con 19.636.359 voti: un notevole 19,33 per cento che costringe Dilma al ballottaggio, poi vinto con 13 punti di scarto sul candidato del centrodestra José Serra.

 

[**Video_box_2**]E’ un campanello d’allarme che però Dilma non vuole ascoltare. Dovrà così affrontare proteste di piazza, il grave rallentamento della crescita economica, altri scandali, infine la terrificante umiliazione del 7-1 con la Germania. Le spese per i Mondiali hanno innescato la protesta; le troppe pause di lavoro per vedere le partite tra aprile e giugno sono tra le cause della recessione dello 0,6 per cento misurata a fine agosto. Eppure, all’inizio Dilma non sembra avere troppi  problemi a strappare la riconferma. Joaquim Barbosa, il nero presidente del Supremo tribunal federal protagonista dei processi per lo scandalo Mensalão e idolo degli indignati locali, rifiuta di scendere in campo. Marina dopo aver rotto con un Partito verde ormai insofferente al suo carisma, prova a lanciare un suo nuovo partito che si chiama Rede Sustentabilidade, ma non riesce a trovare le 500 mila firme necessarie per registrarlo. Può dunque candidarsi solo come vicepresidente di Eduardo Campos: un economista governatore di quello stato di Pernambuco, che ha ereditato sia quel bastione elettorale sia la leadership del Partito socialista brasiliano (Psb) dal nonno materno Miguel Arraes, vecchio marpione della politica brasiliana. Campos è stato anche lui ministro di Lula tra 2004 e 2005, preposto a Scienza e Tecnologia. Da ultimo è passato all’opposizione, ma i sondaggi gli danno appena il 10 per cento. Il principale sfidante di Dilma è Aécio Neves, del Psdb: economista, classe 1960, già presidente della Camera e governatore del Minas Gerais, senatore, nipote del primo  presidente civile dopo la fine del regime militare. Come Campos, insomma, un candidato dalla faccia pulita e dall’aria competente, ma troppo figlio di papà per scaldare gli elettori. E infatti nei sondaggi stava tra il 13 e il 23 per cento, senza sfiorare neanche da lontano il 34-43 per cento di Dilma.

 

Finché il 13 agosto il precisino ma in fondo innocuo Campos non muore a 49 anni, sul Cessna affittato per la campagna elettorale. E Dilma si trova all’improvviso catapultata nel peggiore degli incubi. Messa al posto del defunto, Marina Silva inizia subito a scalare i sondaggi. Già il 15 agosto sorpassa Neves al secondo posto, e il 29 agosto addirittura raggiunge Dilma in testa, col 33 per cento. Nei sondaggi successivi la presidentessa è risalita, e infine il 30 settembre era tornata al 40, contro il 25 di Marina e il 20 di Neves. Ma tutte le rilevazioni sul secondo turno hanno dato Marina vincente, fino al 27 settembre.  

 

Nei primi dibattiti in tv Marina è trascinante. Effetto paradossale del suo boom, la Borsa cresce a livelli record malgrado le contemporanee notizie sulla recessione, per poi crollare al riprendersi di Dilma, sebbene il pil sia tornato positivo dell’1,5. Segno che la seringueira compagna di Chico Mendes ha sedotto una grande impresa che con il Pt al governo ha fatto affari egregi, ma che da tempo ha l’impressione che il modello lulista sia esaurito. Marina parla di “Terza via” alla Giddens, e il 29 agosto presenta un programma ambiziosamente social-liberale, anche se seduto alla sua sinistra il presidente del Psb Roberto Amaral attacca il capitalismo con slogan piuttosto virulenti. In compenso, alla sua destra siede l’amicissima María Alice “Neca” Setúbal: figlia e erede di quell’Otavo Setúbal fondatore del potente Banco Itaú; finanziatrice con 450 mila dollari della sua campagna del 2010, e in seguito anche dalla Rede Sustentabilidade; creatrice del prestigioso think tank  Centro de pesquisa para educação e cultura (Cenpec). “Siamo diventate amiche proprio perché ci siamo ribellate ai nostri destini. Che per Marina era di essere una ragazza povera del seringal di Acre e per me di essere una ragazza ricca dell’alta società paulistana”, spiega.

 

Non era seduto al tavolo del programma, ma un altro fondamentale mentore e consigliere di Marina è Guilherme Peirão Leal: tycoon di quella multinazionale della cosmetica “Natura”, che ama identificarsi con la difesa dell’ambiente. E’ lui a dire che Marina garantirà l’autonomia della Banca centrale, e probabilmente l’idea è farina del suo sacco. Un altro economista ortodosso della sua équipe è Eduardo Gianetti, che ha fatto inserire nel programma un cambio fluttuante, un surplus primario e un obiettivo di inflazione del 4,5 per cento da ridurre al 3 in quattro anni. E un altro ancora è André Lara Resende: uno dei padri di quel Plano real con cui nel 1994 il presidente Itamar Franco riuscì a stabilizzare l’economia. 

 

[**Video_box_2**]A Neca si deve invece l’idea di stabilire in Brasile un curriculum scolastico nazionale comune. Ma per il resto tra le 242 pagine del programma, l’idea è piuttosto quella di “lasciare l’economia respirare”. Per bilanciare a sinistra, però, vengono mantenuti tutti i programmi sociali dei governi a guida Pt: dalla Borsa famiglia alla ProUni e al Programma salute della famiglia. E in più si promette di destinare il dieci per cento del pil all’istruzione e un altro dieci alla sanità. Col bilancino, Marina ha cercato di regolarsi anche in bioetica, affiancando al suo storico no all’aborto un sì al matrimonio gay. Ma tra i suoi evangelici c’è stata una levata di scudi tale che dopo 24 ore Marina ha fatto marcia indietro, ritirando anche le proposte per liberalizzare la marijuana.

 

Qualche osservatore più sofisticato ha detto che Marina potrebbe rappresentare per il Brasile quello che in India sta rappresentando Modi; qualcun altro l’ha paragonata a Obama. Però nel momento in cui è decollata, molte simpatie e indulgenze sono venute meno, i giornali hanno iniziato a fare le pulci alle contraddizioni del suo programma, gli avversari hanno iniziato ad attaccare con cattiveria, e anche qualche schizzo di fango ha iniziato a lambire se non lei personalmente, per lo meno il defunto Campos. Il Pt ha poi mobilitato tutta la collaudata macchina dei suoi militanti, e dal presidente ecuadoriano Rafael Correa al teologo della liberazione Leonardo Boff gran parte della sinistra latino-americana politica e intellettuale è scesa in campo per Dilma, che per conto suo non ha esitato a farsi propaganda elettorale dalla stessa tribuna dell’Onu. Ma più duri di tutti sono stati gli attacchi di Lula, che dando a Marina dell’“antipolitica” e accusandola di voler bloccare la ricerca petrolifera l’ha perfino fatta piangere.

 

“La differenza tra Dilma e Marina è la stessa che c’è tra una pistola carica e una roulette russa”, è una battuta che circola negli ambienti della Borsa brasiliana. Cioè: meglio un’inaffidabilità che lasci una possibilità di salvezza, che una condanna certa. Però la campagna di Dilma ha ricevuto sei volte le donazioni di Marina: 123,3 milioni di reais, 55 milioni di dollari, contro 19,5, mentre Neves ne ha avuti 40,6. Grazie al peso in Congresso dei partiti che la appoggiano, Dilma ha anche il doppio dei tempi, nelle tribune elettorali gratuite. “Non è Davide contro Golia, è un battaglione di Golia contro un solo Davide”, si è lamentata Marina.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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