Il Papa sul Venezuela fa sapere che "se c'è bisogno di un aiuto, lo chiedano"

Matteo Matzuzzi

“L’immigrazione è un problema complesso, l’Italia ha fatto tanto”, ha detto Francesco tornando da Panama

Roma. A smentire la lettura superficiale del Papa favorevole all’immigrazione incontrollata ci ha pensato il Papa in persona, parlando a braccio con i giornalisti a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma da Panama a conclusione della Giornata mondiale della gioventù: “Accompagnare, far crescere e integrare. Il governante deve usare la prudenza, perché la prudenza è la virtù di chi governa. È un’equazione difficile. A me viene in mente l’esempio svedese, che negli anni 70, con le dittature in America latina ha ricevuto tanti immigrati, ma tutti sono stati integrati. Anche vedo che cosa fa Sant’Egidio, ad esempio: integra subito. Ma gli svedesi l’anno scorso hanno detto: fermatevi un po’ perché non riusciamo a finire il percorso di integrazione. E questa è la prudenza del governante. Ribadisco che le nazioni più generose nel ricevere sono state l’Italia e la Grecia e anche un po’ la Turchia”.

 

“La Grecia – ha spiegato Francesco – è stata generosissima e anche l’Italia, tanto. È vero che si deve pensare con realismo. Poi c’è un’altra cosa: il modo di risolvere il problema delle migrazioni è aiutare i paesi da dove vengono i migranti. Vengono per fame o per guerra”. Nulla di nuovo, visto che è almeno dal viaggio a Lund che il Papa ha invocato sì solidarietà, ma anche realismo da parte dei governi nel decidere quanti migranti fare entrare. Al di là delle parole spese sull’aborto – “dramma” che “per capirlo bene, bisogna stare in un confessionale. Terribile” – e della necessità di fare educazione sessuale a scuola – “Bisogna offrire un’educazione sessuale oggettiva, come è, senza colonizzazioni ideologiche. Perché se nelle scuole si dà un’educazione sessuale imbevuta di colonizzazioni ideologiche, distruggi la persona” – il convitato di pietra della conferenza stampa, però, era la crisi venezuelana.

 

Il Pontefice ne ha parlato domenica, chiedendo preghiere, ed è tornato sull’argomento a bordo dell’aereo. “Io – ha detto – appoggio in questo momento tutto il popolo del Venezuela perché sta soffrendo, quelli di una parte e dell’altra. Se io sottolineassi quello che dice questo o quel paese, mi esprimerei su qualcosa che non conosco, sarebbe un’imprudenza pastorale da parte mia e farei danni. Le parole che ho detto le ho pensate e ripensate. E credo che con quelle ho espresso la mia vicinanza, ciò che sento. Io soffro per quello che sta accadendo in questo momento in Venezuela e per questo ho chiesto che ci sia una soluzione giusta a pacifica. Quello che mi spaventa è lo spargimento di sangue. E chiedo grandezza nell’aiuto da parte di quelli che possono aiutare per risolvere il problema. Il problema della violenza mi terrorizza, dopo tutto il processo di pace in Colombia, pensate all’attentato alla scuola dei cadetti dell’altro giorno, qualcosa di terrificante. Per questo devo essere… non mi piace la parola equilibrato, voglio essere pastore e se c’è bisogno di un aiuto, che di comune accordo lo chiedano”.

 

Notizia rilevante: il Papa fa sapere di essere disponibile a intervenire, a patto che i maduristi e gli oppositori si facciano avanti. Niente discesa in campo in autonomia, dunque, ma solo se si creerà un consenso comune sul terreno tra le parti. Cosa che, a oggi, appare ardua. Infine, una risposta alla solita domanda sulla possibilità di vedere preti sposati nella chiesa cattolica di rito latino: “Penso che il celibato sia un dono per la chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato opzionale. No. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nei posti lontanissimi, penso alle isole del Pacifico, ma è qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale”. Cioè, ai viri probati.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.