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Che cosa sappiamo dello storico accordo tra il Vaticano e la Cina

Lo scarno comunicato diffuso sabato segna un primo passo. Il Papa toglie la scomunica a sette vescovi "patriottici" e costituisce una nuova diocesi. Il cardinale Zen: "Tante parole per non dire niente". L'obiettivo è solo pastorale, non diplomatico (per ora)

Matteo Matzuzzi

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matzuzzi@ilfoglio.it

23 Settembre 2018 alle 10:21

Cosa sappiamo dello storico accordo tra il Vaticano e la Cina

Bandiera cinese in piazza San Pietro (LaPresse)

Roma. Dopo tanti rinvii, alla fine la firma sull’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese è arrivato. Entro settembre, come aveva rivelato qualche settimana fa il Wall Street Journal e confermato poi dal Global Times, giornale semi-ufficiale del Partito comunista di Pechino. Il comunicato diffuso ieri dalla Sala stampa vaticana, mentre il Papa era da poco atterrato in Lituania per il viaggio apostolico nelle tre repubbliche baltiche, è laconico. Ma non poteva che essere così, sia perché la materia – delicatissima – è una di quelle sulle quali le autorità cinesi sono più suscettibili, sia perché si tratta di un accordo provvisorio che “prevede valutazioni periodiche circa la sua attuazione”. La stretta di mano riguarda esclusivamente la nomina dei vescovi, nulla a che vedere con l’allacciamento di relazioni diplomatiche. A ogni modo, come sottolinea il comunicato, la nomina dei vescovi è “questione di grande rilievo per la vita della chiesa, e crea le condizioni per una più ampia collaborazione a livello bilaterale”. Lo scopo immediato della firma è di ristabilire un’unica chiesa, non più divisa tra quella patriottica con i vescovi diretta emanazione del governo e non riconosciuti da Roma, e quella “clandestina”, guidata da pastori scelti dal Vaticano ma non condivisi con Pechino. “Papa Francesco – si legge in un altro comunicato stampa ufficiale diffuso sempre sabato dalla Sala stampa vaticana – auspica che, con le decisioni prese, si possa avviare un nuovo percorso, che consenta di superare le ferite del passato realizzando la piena comunione di tutti i cattolici cinesi”.

 

Il cardinale Parolin: "L'obiettivo è pastorale"

Il percorso è appena iniziato e sarà lungo, considerando anche le resistenze da entrambe le parti. Anche per questo i termini dell’intesa non sono stati diffusi: un protocollo dettagliato potrebbe rendere il tutto ancora più fragile. Il segretario di stato, il cardinale Pietro Parolin, è intervenuto spiegando che “L’obiettivo della Santa Sede è un obiettivo pastorale, cioè aiutare le chiese locali affinché godano condizioni di maggiore libertà, autonomia e organizzazione, in modo tale che possano dedicarsi alla missione di annunciare il Vangelo e di contribuire allo sviluppo integrale della persona e della società. Per la prima volta dopo tanti decenni – ha detto ancora Parolin – oggi tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma. C’è bisogno di unità, c’è bisogno di fiducia e di un nuovo slancio; c’è bisogno di avere pastori buoni, che siano riconosciuti dal successore di Pietro e dalle legittime autorità civili del loro paese”. Ancora, “alla comunità cattolica in Cina il Papa affida in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di riconciliazione tra fratelli, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni del passato, anche del passato recente. In questo modo i fedeli, i cattolici in Cina, potranno testimoniare la propria fede, vivere un genuino amore di patria e aprirsi anche al dialogo tra tutti i popoli e alla promozione della pace”.

 

Gli immediati provvedimenti adottati dal Papa

I primi provvedimenti pratici sono già stati adottati dalla Santa Sede. Il Papa – si legge in un altro comunicato diffuso sempre sabato dalla Sala stampa vaticana – “ha deciso di riammettere nella piena comunione ecclesiale i rimanenti vescovi ‘ufficiali’ ordinati senza mandato pontificio”. Si tratta di sette presuli che avevano già chiesto il perdono del Pontefice, ai quali si aggiunge il francescano Antonio Tu Shihua, morto nel gennaio del 2017 ma che aveva “espresso il desiderio di essere riconciliato con la Sede apostolica”. Inoltre, Francesco ha deciso di costituire la diocesi di Chengde, suffraganea di Pechino.

 

Il cardinale Zen: "Obbedire senza sapere in che cosa si deve obbedire?"

Le critiche, come prevedibile, sono diverse. Critiche cui si somma la delusione per quello che viene considerato un appeasement nei riguardi del governo comunista. “Il comunicato, tanto atteso, della Santa Sede è un capolavoro di creatività nel dire niente con tante parole.Dice che l’accordo è provvisorio, senza dire la durata della sua validità; dice che prevede valutazioni periodiche, senza dire quando sarà la prima scadenza”, ha commentato il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, in una nota inviata ad AsiaNews. “Tutto il comunicato si reduce a queste parole: C’è stata la firma di un accordo tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese sulla nomina dei vescovi’. Tutto il resto sono parole senza senso. Allora quale messaggio la Santa Sede intende mandare ai fedeli in Cina con questo comunicato? ‘Abbiate fiducia in noi, accettate quel che abbiamo deciso’(?) E che cosa dirà il governo ai cattolici in Cina? ‘Obbedite a noi, la Santa Sede è già d’accordo con noi’(?)”, prosegue Zen. La chiosa del cardinale cinese è netta: “Accettare ed obbedire senza sapere che cosa si deve accettare, in che cosa si deve obbedire? Una obbedienza ‘tamquam cadaver’ nel linguaggio di Sant’Ignazio?”.

 

Il principio della divisione tra politica e religione

Per il professor Francesco Sisci, sinologo e senior researcher di studi europei alla Renmin University of China, uno degli aspetti più rilevanti dell’accordo è “l’ammissione di un principio di divisione tra politica e religione”, ha scritto sul Sussidiario: “E’ la prima volta che ciò avviene in Cina. Ma non c'è solo questo. Nel bene o nel male la chiesa cattolica rappresenta anche la continuità di una storia millenaria dell'occidente, mentre il partito comunista cinese è la continuità di tremila anni di storia della Cina. Con questo accordo per la prima volta le storie di queste due civiltà si incontrano in maniera culturale, da pari, senza la forza delle armi o la piccola mediazione dello scambio commerciale”.

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