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Nessuna resa alla Cina

L’accordo provvisorio tra il Vaticano e Pechino lascia più di un dubbio. Ma non è un tradimento del Papa

Matteo Matzuzzi

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matzuzzi@ilfoglio.it

24 Settembre 2018 alle 19:17

Nessuna resa alla Cina

Cina, la chiesa di legno di Hailin, in stile russo costruita a inizi Novecento (foto LaPresse)

Roma. Com’era prevedibile, la firma dell’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese sulla nomina dei vescovi (la materia è infatti esclusivamente pastorale, di diplomatico non c’è nulla nel testo, a quanto è dato sapere) ha inasprito divisioni che sul dossier si erano già manifestate con forza. Da una parte i puri seguaci della realpolitik entusiasti della svolta storica, dall’altra gli strenui difensori della chiesa martire, indisponibili a ogni negoziato con Pechino finché il regime non darà segni di cedimento. La soluzione, come sovente accade, sta nel mezzo. Il protocollo, segreto, rappresenta il primo passo di un cammino (lungo e inframmezzato da ostacoli) verso una possibile riconciliazione, che nessuno è in grado di sapere se avverrà. A ogni modo, rispetto alla lacerante e pluridecennale divisione tra una chiesa ufficiale e patriottica con i vescovi emanazione più o meno diretta del Politburo e una perseguitata, il fatto che d’ora in poi l’ultima parola sulla nomina dei pastori spetterà al Papa di Roma è una novità positiva innegabile. Un controllo, seppur minimo, è previsto. Che poi lo schema possa durare, si vedrà: dopotutto l’accordo è provvisorio, come entrambe le parti hanno avvertito sabato mattina. 

  

È poi quantomeno forzato parlare di “resa” del Vaticano ai desiderata comunisti, visto che un’intesa simile esiste da più di vent’anni con il Vietnam. Sul trono di Pietro sedeva allora Giovanni Paolo II. In quel caso, il governo sceglie uno dei nomi facenti parte della terna inviata da Roma. In Cina, accadrà il contrario: il Papa valuterà i nominativi prescelti a Pechino. Non il massimo della libertà, ovviamente. Ma è una soluzione migliore rispetto al fatto che la scelta dei vescovi sia prerogativa esclusiva di governi civili e atei.

   

Sono condivisibili, invece, le perplessità riguardo ad alcuni punti che sarebbero contenuti nel documento sottoscritto dalle parti. Innanzitutto, il coinvolgimento del popolo nella scelta dei vescovi da sottoporre poi all’attenzione del Papa. Di quale popolo si parla? Comunità libere di discutere e di avanzare proposte o gruppi strettamente controllati dall’apparato e dal Collegio dei vescovi cinesi che il Vaticano non riconosce? In secondo luogo, cosa accadrà ai vescovi “clandestini”, cioè quei presuli rimasti fedeli a Roma patendo in molti casi il carcere e la rieducazione per non essersi piegati al regime? Dovranno lasciare il posto per essere sostituiti da vescovi graditi a Pechino? Fino a dove potrà spingersi la “resistenza” del Papa nell’opporsi a un candidato ben visto dal governo ma inviso alla chiesa? Infine, il processo di selezione rischia di essere farraginoso e complicato, mancando una stabile figura della Santa Sede in terra cinese che possa segnalare candidati “buoni”, per usare un aggettivo speso sabato dal cardinale segretario di stato, Pietro Parolin.

   

Nel comunicato ufficiale e nelle successive Note informative diffuse dal Vaticano manca ogni riferimento al martirio sofferto dalla chiesa clandestina fin dall’avvento di Mao e durato anche dopo le timide aperture di Deng Xiaoping (le chiese in Cina vengono chiuse anche oggi, così come le croci sono spesso rimosse perché ree di deturpare lo skyline delle megalopoli locali). Un elemento, questo, che è stato criticato da più parti. Era però difficile immaginare che presentando un accordo firmato dopo anni di trattative a tratti tese, potesse essere sottolineato proprio ciò che per Pechino è un tabù: la persecuzione dei cristiani in patria da parte delle autorità governative. Le storie dei martiri restano, la memoria non andrà dissipata. Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, da sempre fermo nel non volere accettare accordi con la Cina, ha accusato Parolin di tradimento. Zen, che aveva già mostrato le sue perplessità al Papa in un’udienza dello scorso gennaio, ha scritto: “Accettare e obbedire senza sapere che cosa si deve accettare, in che cosa si deve obbedire? Una obbedienza tamquam cadaver nel linguaggio di sant’Ignazio?”.

 

Chi contrasta l’accordo sottolinea che ora i tanti cattolici fedeli al Papa saranno costretti a ubbidire a pastori graditi dal regime. Non viene però proposta alcuna alternativa, a meno che questa non consista nel confermare il doloroso status quo, con la chiesa divisa tra chi – magari solo per paura – sceglie di stare dalla parte dei vescovi patriottici e chi, invece, è disposto al martirio. L’obiettivo dell’intesa, fragile e da verificare negli anni, è quello di dare unità alla chiesa cinese, riportandola tutta – si parla di sedici milioni di fedeli – in comunione con il Pontefice. Un primo passo, appunto, non la soluzione di ogni problema. Un accordo è per sua natura compromissorio: fare di più era impossibile, la Cina non è un regime alla fine dei suoi giorni. E’ una potenza sempre più in ascesa con la quale tutti sono chiamati a negoziare. Il martirio è un tesoro da custodire, ma cercare di alleviare la sofferenza di intere comunità di fedeli non può essere considerato un tradimento.

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