L'algoritmo e la crisi della democrazia

Cosa ci dice l’esempio danese e la minaccia cinese

Tutti amano parlare dei modi in cui il liberalismo potrebbe essere ucciso, sia dal populismo in patria che dagli avversari all’estero”, scrivono Jacob Mchangama e Hin-Yan Liu. “Meno parlano delle crescenti indicazioni in posti come la Danimarca dove la democrazia liberale potrebbe accidentalmente suicidarsi”.

 

Si parla del caso Danimarca, dove il welfare è sempre più amministrato dall’intelligenza artificiale con i rischi sociali che ne conseguono. “Ci sono ora crescenti indicazioni che l’occidente stia arrancando verso il dominio dell’algoritmo, un Mondo Nuovo in cui vasti campi della vita umana saranno governati dal codice digitale sia invisibile sia incomprensibile per gli esseri umani, con un significativo potere politico posto al di là della resistenza individuale e legale. Le democrazie liberali stanno già avviando questa rivoluzione silenziosa e tecnologicamente attiva, anche se minano le loro stesse fondamenta sociali. […] Si potrebbe essere tentati di respingere la governance algoritmica, o ‘algocrazia’, come una semplice continuazione dell’autoritarismo, rappresentata dai noti sistemi come la Cina, che sono stati spesso descritti come la manifestazione nel Ventunesimo secolo della distopia orwelliana. E gli stati monopartitici trovano infatti ovvio conforto nell’uso di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale per consolidare il potere del partito e dei suoi interessi. Questo è conforme agli esempi storici di dittature che usano giornali, radio, televisione e altri media a scopi di propaganda, sopprimendo il giornalismo critico e il pluralismo politico. Ma l’algocrazia non è una questione di ideologia, piuttosto di tecnologia e del suo potenziale intrinsecamente attraente. Come dimostra la Danimarca, ci sono forti tentazioni nelle democrazie liberali di governare con strumenti algoritmici che promettono enormi benefici in termini di efficienza, coerenza e precisione. E’ probabile che le algocrazie emergano come sottoprodotti dei governi che cercano di offrire migliori benefici ai cittadini. E nonostante le differenze fondamentali tra lo stato monopartitico cinese e la democrazia liberale danese – concludono Jacob Mchangama e Hin-Yan Liu – l’infrastruttura molto democratica che distingue quest’ultima dalla prima potrebbe non essere in grado di adempiere a quel ruolo nel futuro”.