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Il "techlash" europeo

La Germania minaccia nuove misure durissime contro Facebook. A Davos si parla dei danni del tech

27 Gennaio 2018 alle 06:07

Il "techlash" europeo

Una copertina dell'Economist

Roma. Il grande “techlash” che da oltre un anno ha colpito le società tecnologiche della Silicon Valley ha due protagonisti in Europa. La prima, regina assoluta delle bastonate della Commissione europea al tech americano, è Margrethe Vestager, commissaria alla Concorrenza che devasta la Valley con multe miliardarie (l’ultima, da 997 milioni di euro, è arrivata due giorni fa contro il produttore di chip Qualcomm). Il secondo è il governo tedesco. Piccola pausa per ricordare cos’è il “techlash”, espressione coniata dall’Economist per descrivere la fine della luna di miele tra la Silicon Valley e i governi di mezzo mondo, non solo in Europa, a seguito delle elezioni americane del 2016 e della grande crisi della post verità, e un certo stato di delusione e di rabbia degli utenti e dei legislatori nei confronti dell’industria tecnologica.

    

Torniamo al governo tedesco. Da circa la metà dell’anno scorso, la cancelliera Angela Merkel e il suo arcigno ministro della Giustizia, Heiko Maas, sono intervenuti con durezza crescente su Facebook, Twitter e Google, con leggi e misure che hanno pochi precedenti nei paesi democratici. Inizialmente, le misure erano state concepite in chiave elettorale, per arginare l’ondata di fake news che si temeva si sarebbe riversata sulle elezioni autunnali. Concluse le elezioni, e ridotta in un certo senso la minaccia delle notizie false su internet, Berlino ci ha preso gusto. Questo mese è entrata in vigore una legge che impone ai social media di controllare i contenuti “evidentemente illegali” e di cancellarli, pena il pagamento di multe salatissime. Questa settimana la commissione Antitrust del governo ha annunciato che, a seguito di un’inchiesta che a dicembre scorso ha appurato che Facebook sta abusando della sua posizione dominante di mercato, le Germania potrebbe imporre al social network di smettere di immagazzinare e usare i dati ottenuti da siti di terze parti. Detta così sembra un tecnicismo con poche ripercussioni. In realtà, se il governo tedesco mantenesse la minaccia potrebbe uccidere Facebook in Germania.

    

Funziona così: quando un utente naviga su un sito web, Facebook molto spesso ottiene dati sul comportamento online di quell’utente, anche se il sito visitato non ha niente a che vedere con Facebook. Non c’è niente di illegale o di strano, moltissimi siti usano cookies e altri strumenti per ottenere informazioni sul comportamento online dei loro utenti, i quali, quando si sono iscritti a Facebook, hanno accettato di farsi tracciare. Con le informazioni ottenute, Facebook costruisce profili dei suoi utenti e poi vende pubblicità agli inserzionisti garantendo un livello di targeting eccezionale: Facebook può promettere a un’azienda di far vedere la sua pubblicità solo agli utenti cinquantenni che vivono della parte est di Düsseldorf e sono interessati agli unicorni.

  

La conseguenza delle minacce tedesche diventa evidente: se Facebook non può più raccogliere i dati degli utenti e non può più offrire agli inserzionisti il suo targeting eccezionale, gli inserzionisti smettono di usare Facebook – e Facebook perde tantissimi soldi.

  

Il “modello tedesco”

Gli attacchi della Germania contro l’industria tech americana sono così tanti e così precisi che possiamo quasi parlare di un “modello tedesco” di gestione dei rapporti con la Silicon Valley, che prevede durezza e coercizione a norma di legge. Le mazzate non vengono solo da enti governativi. Come ricorda il Financial Times, il capo tedesco dell’editore tedesco Axel Springer, Mathias Döpfner, è da anni uno dei massimi critici del predominio tecnologico americano su settori sensibili quale quello dei media, e con le sue testate e la sua attività di lobby ha avuto un ruolo importante nel “techlash” europeo. Döpfner è stato tra i primi, fin dal 2014, a denunciare lo strapotere di Google prima e poi di Facebook, seguito poco dopo dall’inglese Rupert Murdoch.

   

Insomma, il “modello tedesco” domina l’Europa anche nel settore tecnologico, e ha fatto proseliti al World economic forum di Davos, dove il “techlash” è stato uno dei temi predominanti. In un Wef tutto incentrato su “Europe is back”, l’interferenza – nelle elezioni e nella privacy dei cittadini – delle compagnie tecnologiche è vista con fastidio crescente. Mercoledì Emmanuel Macron, presidente francese, ha invocato una tassazione più dura per le grandi compagnie americane, dicendo che non è possibile che le startup francesi paghino le tasse francesi e aziende che valgono centinaia di miliardi di dollari no – o ne paghino pochissime. Nel suo discorso, durissima, la Merkel ha detto che i dati sono “la materia prima del Ventunesimo secolo” e che dalla decisione su come saranno gestiti dipende il futuro della democrazia.

   

Sulle tasse sono quasi tutti d’accordo, ma l’approccio tedesco è ancora più duro, e colpisce al cuore il modello di business dei grandi social media americani. Tra le multe di Vestager e le iniziative legislative tedesche, a San Francisco iniziano a temere che l’Europa gli si sia rivoltata contro.

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