La Silicon Valley ormai è indistruttibile, ma c'è qualche (piccola) crepa

Risultati trimestrali eccellenti e un paio di dubbi

Eugenio Cau

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4 Febbraio 2018 alle 06:00

La Silicon Valley ormai è indistruttibile, ma c'è qualche (piccola) crepa

Silicon Valley dall'alto (foto di Patrick Nouhailler via Flickr)

Roma. Fino a un paio di anni fa era tutto un parlare della “bolla della Silicon Valley”: le aziende tecnologiche americane crescevano troppo e troppo in fretta, dicevano gli analisti, e sarebbe stata questione di mesi perché tutto scoppiasse di nuovo, come l’industria dot-com nel 2001. Scemata la paura della bolla, più di recente è arrivato il techlash, il grande castigo politico generato dalla crisi della post verità, dall’elezione di Donald Trump e in generale dalla disaffezione popolare nei confronti dei social media. Da circa un paio d’anni, i commentatori si dicono che manca poco, che la gente inizierà ad abbandonare Facebook e schifare gli iPhone, che i legislatori imporranno alla Valley sanzioni e regole capaci di mettere in ginocchio gli odiati monopolisti. Questa settimana sono uscite le trimestrali di tutte le grandi società tecnologiche della Valley – e come con la bolla qualche anno fa, anche la minaccia del techlash pare sdentata.

  

Di Facebook abbiamo già scritto su queste colonne, definendolo “immortale”. Gli utenti riducono il tempo che trascorrono sul social network di Mark Zuckerberg, ma questo non impedisce a entrate e guadagni di aumentare in maniera fenomenale, tanto da far pensare che ormai i modelli di ricavo di Zuck prescindano dalla presenza degli utenti. Ieri notte sono usciti i dati di Apple, Amazon e Google, e anche qui i risultati sono sfavillanti. Tassi di crescita dei ricavi a doppia cifra, palate di miliardi guadagnati, continui segnali di espansione globale. Se qualcuno pensava che a forza di dire che la tecnologia è una droga capace di creare pericolose dipendenze avremmo iniziato a disintossicarci si sbagliava: vogliamo la nostra dose, e siamo pronti a pagare tanto per averla.

  

Nello specifico, Apple ha visto le sue entrate aumentare del 13 per cento su base annuale (con un aumento dell’11 per cento in un mercato fondamentale come quello della Cina, in cui sembrava in declino); Amazon del 38 per cento, Alphabet, la compagnia madre di Google, del 24 per cento e Facebook del 48 per cento. Sono cifre che la maggior parte delle aziende dell’economia normale si sogna la notte.

  

C’è un però. Consapevoli di correre il rischio di finire tra i critici sbugiardati dagli eventi, non possiamo fare a meno di notare che nel successo monolitico del tech americano si inizia ad aprire qualche piccola crepa. Di Facebook abbiamo già detto: ai modelli di ricavo di Zuck potrà anche non importare che gli utenti trascorrano meno tempo sul social, ma questo succede, e alla lunga può diventare un problema (quando Zuckerberg ha detto che il suo buon proposito per l’anno 2018 era di “mettere a posto Facebook” parlava di questo, non delle fake news). Anche Apple ha presentato un dato non allineato, che è quello di un calo dell’uno per cento nelle vendite degli iPhone. Parliamo di bazzecole, giustificate dal fatto che il trimestre è durato una settimana meno dell’anno scorso, e ampiamente compensate a livello economico dal fatto che i nuovi iPhone X costano 1.000 dollari (e 1.200 euro) contro gli 8-900 dei modelli precedenti. Ma ecco, un calo di vendite degli iPhone è una cosa che non si vede tutti i giorni. In altri frangenti, senza l’aumento dei prezzi a parare il colpo, sarebbe stato considerato un dato tragico. Anche Google ha parzialmente deluso i mercati: il suo titolo ieri era in calo perché gli analisti si aspettavano di più.

   

Abbiamo imparato a usare accortezza quando si parla delle performance fiscali e di mercato della Silicon Valley. Come Facebook, tutti i giganti tech sembrano immortali e indistruttibili. Ma qualche crepa, piccola, c’è, e l’obiettivo per i prossimi tre mesi sarà questo: vedere se si allargano.

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