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Il mito infondato dell'ordine liberale internazionale

L’elezione di Donald Trump è stata come un ordigno esplosivo lanciato contro un sistema che già presentava crepe dirompenti, scrive Niall Ferguson sul Global Times

5 Febbraio 2018 alle 10:58

Il mito infondato dell'ordine liberale internazionale

Donald Trump (foto LaPresse)

Una volta Gandhi, a chi gli chiedeva cosa pensasse della civiltà occidentale, rispose: “Sarebbe una buona idea”. E’ la stessa risposta che lo storico americano Niall Ferguson darebbe a chi oggi gli chiedesse informazioni sull’ordine internazionale contemporaneo: “L’idea stessa che l’ordine internazionale esista o sia mai esistito mi pare altamente discutibile – scrive il Senior fellow alla Hoover Institution dell’Università di Stanford – La nozione di ‘ordine internazionale liberale’, poi, è ancora più discutibile perché l’assetto attuale non è né liberal, né internazionale, né molto ordinato. Gli scienziati politici sostengono spesso che l’ordine internazionale liberale sarebbe nato nel 1945. Secondo questa tesi, i dirigenti politici americani e inglesi, avendo imparato la lezione dai terribili errori degli anni 30 e 40, avrebbero deciso di forgiare un mondo nuovo creando una serie di notevoli organizzazioni internazionali: le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e più tardi la Banca mondiale.

 

In base a tale narrativa, l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti nel 2016 è stata come un ordigno esplosivo lanciato contro l’ordine internazionale liberale creato nel 1945. Questa però è una favola – ribatte Ferguson in un intervento apparso su Global Times, tabloid quotidiano prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese – Innanzitutto perché non c’era nulla di molto ‘liberale’ nell’ordine economico stabilito nel Secondo Dopoguerra. Esso fu ideato da persone – in particolare John Maynard Keynes – che in economia avevano ripudiato il liberalismo classico e ritenevano che il commercio internazionale dovesse essere limitato e i movimenti di capitali controllati”. Per lo storico americano, non si trattava nemmeno di un ordine propriamente “internazionale”, ma piuttosto di un assetto che è rimasto “bipolare” per tutta la durata della Guerra Fredda. “L’era del commercio davvero libero, dei flussi di capitale davvero liberi e delle migrazioni di massa attraverso i confini non iniziò prima degli anni 90. Quest’epoca della globalizzazione ha avuto due caratteristiche fondamentali: primo, è stata enormemente vantaggiosa per la Cina; in secondo luogo, gli Stati Uniti hanno sostenuto la maggior parte dei costi dell’ordine internazionale liberale in termini militari e navali”.

 

Due, a loro volta, i fattori “indispensabili” a mantenere questo equilibrio: la “Chimerica”, come Ferguson ribattezzò fin dal 2007 il rapporto simbiotico tra Pechino e Washington, e poi l’esistenza di un simil-impero americano. “Ciò che ha posto fine a tale ordine internazionale liberale non è stato Trump, bensì la crisi finanziaria del 2008, cioè la crisi più profonda da quella del 1929. Il collasso finanziario di dieci anni fa non è sfociato in una depressione come quella degli anni 30 per due ragioni: gli sforzi straordinariamente creativi delle Banche centrali occidentali e il massiccio stimolo economico varato dal governo cinese”. Misure che hanno evitato il peggio ma non hanno salvato l’ordine internazionale liberale: “Durante la presidenza di Barack Obama, gli elettori americani sono divenuti sempre più scettici sui benefici del libero scambio, del mercato dei capitali e dell’immigrazione libera.

 

Un processo avviato ben prima che Trump fosse anche solo candidato. Dopodiché il candidato repubblicano ha saputo articolare questa disillusione popolare nei confronti della globalizzazione meglio di qualunque altro sfidante per la Casa Bianca”. Non a caso la campagna elettorale dell’ex tycoon è consistita in un “assalto” continuo all’idea stessa di “Chimerica”, con tutta l’enfasi spostata sul deficit commerciale americano nei confronti di Pechino giudicato come un segno di declino e in generale sulle criticità del libero scambio. “Per rispondere a questo voltafaccia americano, la Cina ha predisposto una visione alternativa dell’ordine internazionale liberale. Lo ha fatto in maniera esplicita quando il presidente Xi Jinping, al Forum di Davos dello scorso anno, difese i vantaggi della globalizzazione”. Cosa succederà nel futuro prossimo? Ferguson ipotizza due scenari possibili. “Nel primo scenario, la Cina e gli Stati Uniti si scontrano su temi sia commerciali sia geopolitici e cadono in quella che si chiama ‘Trappola di Tucidide’ e sulla quale Graham Allison ha scritto il libro ‘Destinati alla guerra’. Nello scenario alternativo, nettamente preferibile, la Cina e gli Stati Uniti riconoscono i loro interessi comuni in quanto grandi potenze che fronteggiano pericoli molteplici, come il terrorismo islamico, la proliferazione nucleare, il cyber-warfare e il cambiamento climatico. Ma non saranno in grado di fare ciò soltanto fra loro. Avranno bisogno del sostegno di altre grandi potenze, a partire da quelle con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza Onu: il Regno Unito, la Francia e la Russia. Ecco perché è fondamentale, per prevedere in quale direzione andremo nei prossimi dieci anni, capire se la Russia potrà essere convinta o meno a lavorare in maniera collaborativa con le altre grandi potenze”.  

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