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Perché il surplus è tollerato, il debito no

Per il premier Conte l'eccessivo avanzo commerciale di alcuni paesi europei danneggerebbe l'Italia. La Germania in effetti non rispetta i target dell'Unione, ma il suo sforamento non è comparabile con quello italiano

24 Giugno 2019 alle 10:30

Perché il surplus è tollerato, il debito no

Angela Merkel con Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Buona parte della lunga lettera di Giuseppe Conte ai leader europei, inviata giovedì scorso per convincerli a non avanzare con la procedura di infrazione, è dedicata a critiche nei confronti di atteggiamenti di altri paesi europei che danneggerebbero l’Italia “negli sforzi compiuti per crescere a un ritmo più sostenuto che possa garantire un rapido declino del suo debito”.

 

Surplus tedesco nel mirino

La critica ai paesi europei a cui Conte sembra dedicare maggiore importanza è l’eccessivo avanzo commerciale di alcuni paesi. “Le politiche macroeconomiche di alcuni grandi partner” che “sono prevalentemente dirette a conseguire ampi surplus di parte corrente e di bilancio, piuttosto che ad attivare politiche di investimento, di innovazione, di protezione sociale e di tutela ambientale”. Il riferimento è chiaro e ha un nome: Germania. Il paese di Angela Merkel da anni segna valori di surplus verso l’estero (misurato dalla media triennale rispetto al Pil) oltre le soglie target della Commissione europea: dal 2012 si posiziona oltre il 6 per cento, che è la soglia indicata dall’Unione europea come limite massimo per evitare destabilizzazioni. Nel 2018 ha raggiunto il 7,9 per cento, circa 250 miliardi di euro, calando leggermente rispetto all’anno precedente (e in ulteriore diminuzione prevista per gli anni prossimi, secondo la banca centrale tedesca). Prima di verificare se la narrazione di Conte sul punto specifico sia veritiera, è necessario spiegare il significato di questo indicatore, e quali possono essere le conseguenze di un livello eccessivamente elevato.

 

 

 

Surplus di cosa?

Il cosiddetto surplus si riferisce al saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, presente in ogni paese. Come spiega il sito di Banca d’Italia, la bilancia misura i flussi di denaro in entrata e in uscita che non siano di natura finanziaria. Vi rientrano la bilancia commerciale, che presenta il saldo tra importazioni ed esportazioni delle merci, la bilancia dei servizi e dei redditi, inclusiva delle voci relative a trasporti, viaggio, scambi di servizi e royalties, e la bilancia dei trasferimenti unilaterali, che comprende i trasferimenti di denaro in entrata e in uscita che non siano contropartita di operazioni commerciali (come le rimesse degli emigrati). Non vi rientrano quindi gli investimenti diretti, né gli acquisti e le vendite di attività finanziarie.

 

Un’ingiustizia europea?

Secondo la narrazione di Conte, la mancata punizione della Germania per il suo elevato surplus commerciale sarebbe un’ingiustizia e la prova che le regole europee non sono uguali per tutti. Un discorso non nuovo: anche un ex premier, Matteo Renzi, era solito rilasciare dichiarazioni simili, già verificate e smentite da Il Foglio. Senza nascondere la possibilità che le decisioni sulle procedure di infrazione possano essere determinate in buona parte da ragioni politiche (e in fatto di alleanze in Europa il nostro governo non se la passa bene), la dichiarazione di Giuseppe Conte appare non veritiera.

 

Il dato del saldo delle partite correnti rientra nelle rilevazioni della Commissione europea a partire dal 2011, che lo utilizza – insieme ad altri 13 indicatori per paese – per riconoscere squilibri macroeconomici esistenti. Si tratta della macroeconomic imbalance procedure (Mip), utile a monitorare la condizione dei paesi membri. Tra gli indicatori selezionati, compaiono anche il costo del lavoro, il debito privato e pubblico, il tasso di disoccupazione e gli investimenti internazionali. Su questi indicatori, la Germania non ne rispetta 3: il surplus commerciale, il livello di debito pubblico (ancora per poco, il livello tedesco ha ormai quasi raggiunto il 60 per cento raccomandato) e il tasso reale di cambio, che nel 2018 si è apprezzato. L’Italia da parte sua presenta le mancanze note: un debito pubblico pari a più del doppio rispetto al valore raccomandato, e una disoccupazione più elevata della soglia consigliata.

 

Fino ad ora, i risultati del monitoraggio macroeconomico sono stati utilizzati dalla Commissione europea per effettuare dei richiami formali nelle raccomandazioni ai paesi membri e non per imporre sanzioni (che pure sarebbero possibili). Per questo la Germania ha ricevuto fin dal 2014 comunicazioni ufficiali che hanno raccomandato di aumentare il livello di investimenti pubblici per stimolare la domanda interna e ridurre il surplus di export. Tuttavia, vi è una differenza sostanziale tra il monitoraggio macroeconomico e quello sulle regole fiscali, per cui sono state aperte in passato varie procedure formali di violazione, come quella attualmente chiesta dalla Commissione nei confronti dell’Italia. La differenza è giustificata, dal punto di vista giuridico: se il Patto di stabilità e crescita – che regola il livello di debito e deficit – prevede criteri da applicare in modo abbastanza rigido, la Mip è invece uno strumento di macro-sorveglianza nato per facilitare il dialogo tra stati membri, Commissione e Consiglio europeo. Per questo la Commissione stessa scrive che l’instabilità macroeconomica è un fenomeno multidimensionale, che ha bisogno di essere valutato nel suo insieme e osservando i trend nel tempo. A dimostrazione del fatto che non sembrano esserci trattamenti di favore per i tedeschi, nemmeno Danimarca, Malta e i Paesi Bassi – pur condividendo con la Germania tassi di surplus superiori al 6 per cento – sono mai stati sottoposti a procedure di infrazione.

 

Inoltre, c’è un ulteriore motivo per cui il surplus tedesco non dovrebbe destare eccessive preoccupazioni. Primo, anche l’Italia dal 2014 presenta valori di saldo delle partite correnti positivi e crescenti. Secondo, il surplus tedesco è in principal modo indirizzato verso paesi non europei. Secondo la Bundesbank, se il surplus verso l’estero nel 2018 era pari al 7,2 per cento del Pil, quello in particolare relativo al commercio con gli altri paesi europei si fermava a meno del 2,5 per cento. Questo rende i possibili problemi derivanti dall’eccessivo avanzo – descritti nel prossimo paragrafo – meno rischiosi per i paesi europei.

 

Perché il surplus è dannoso

Nei secoli scorsi, gli studiosi dell’economia ritenevano che il saldo delle partite correnti fosse un elemento molto rilevante per determinare lo stato di salute di un’economia. Per i cosiddetti mercantilisti era essenziale avere un saldo positivo per accrescere la ricchezza di uno stato. Tuttavia, già David Ricardo nel diciottesimo secolo ne dimostrò l’infondatezza. L’economista sottolineò che il commercio internazionale non può essere valutato solo sulla base dei saldi, né le politiche economiche possono avere l’unico scopo di massimizzare il saldo commerciale. Anzi, attraverso la teoria dei vantaggi comparati dimostrò come in alcune condizioni può essere vantaggioso per uno stato importare beni prodotti all’estero piuttosto che fabbricarli da sé, perfino se a un prezzo maggiore. Nonostante il rigurgito mercantilista di Donald Trump, queste teorie sono ormai condivise dalla maggior parte della letteratura economica e il risultato della bilancia dei pagamenti non è più così determinante come considerato in passato.

 

Eppure, se dal contesto del commercio internazionale passiamo invece all’Eurozona, cioè una area valutaria unita, il discorso cambia. Infatti, come ha spiegato Sofia Bernardini per l’Osservatorio sui conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, elevati avanzi di partite correnti – come quelli tedeschi – possono rappresentare un ostacolo alla stabilità europea. In un contesto in cui la posizione con l’estero di tutta l’area Euro è determinata da un unico tasso di cambio, una posizione di surplus implica che altri paesi membri possano avere una posizione di deficit (una possibilità disinnescata per via del peso ridotto del surplus tedesco sui paesi europei), che li potrebbe spingere a uscire dalla moneta unica per ristabilire la propria competitività. Era proprio questo il difetto per cui l’economista Alberto Bagnai, oggi senatore della Lega, nel 2012 nel suo libro “Il tramonto dell’Euro” propose l’uscita dell’Italia dall’Euro. Prima che il nostro paese ritornasse a una bilancia commerciale positiva e nel 2017 raggiungesse il record storico delle esportazioni. Ma questa è un’altra storia.

 

In un’area monetaria in cui i tassi di cambio tra l’euro e le monete nazionali precedenti sono stati fissati in modo irreversibile alla fine degli anni ’90, e in cui i trattati vietano trasferimenti da un paese all’altro, movimenti commerciali eccessivi tendono a creare distorsioni economiche. Infatti, un surplus commerciale può essere un segnale di una forte propensione al risparmio e di politiche di compressione salariale per frenare l’inflazione ed essere più competitivi sul commercio internazionale, tenendo fisso il tasso di cambio e inducendo una svalutazione del tasso reale di cambio.

 

L’eccessivo surplus tedesco sul commercio di beni e servizi non rispetta i target previsti dall’Unione europea. Eppure, questo sforamento non è comparabile – dal punto di vista giuridico, e anche economico – al debito italiano. Certo è che il debito pubblico italiano è più del doppio rispetto al valore soglia che abbiamo sottoscritto nei trattati europei, il 60 per cento, e non mostra segnali di netta diminuzione nei prossimi anni. Invece il surplus tedesco è diminuito nel 2018 rispetto all’anno precedente, e le previsioni lo danno in ulteriore riduzione. Le decisioni della Commissione sulle procedure di infrazione prendono in considerazione anche questi trend. Per rispondere alle obiezioni, Matteo Salvini negli ultimi anni ha affermato che fare maggiore debito non significa chiedere soldi agli altri stati europei, che non dovrebbero quindi opporsi alla decisione. Ma la realtà è differente: l’elevato debito pubblico italiano rappresenta un rischio importante per la stabilità dell’Eurozona e dell’Unione europea, ponendo gravi dubbi sulla capacità dell’economia italiana di superare una possibile nuova grave crisi. Un rischio che mette in pericolo tutti i paesi europei e che – finché non sarà disinnescato – impedirà di procedere verso una maggiore integrazione economica e finanziaria europea (come un mandato più ampio della Bce e l’unione bancaria) tanto desiderata anche dai sovranisti a giorni alterni di casa nostra.

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