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Pochi fondi e pochi laureati. Così l'università italiana rischia di morire

Nel rapporto dell'Osservatorio sui conti pubblici, l'Italia è al penultimo posto in Europa per investimenti universitari. “Sono urgenti nuove assunzioni”, spiega Carlo Cottarelli

30 Luglio 2019 alle 17:27

Urgenti nuove assunzioni e maggiori investimenti per l'istruzione terziaria. Parla Cottanelli

Open day dell'Università Statale a Milano (Foto LaPresse)

L'Osservatorio sui conti pubblici italiani (Ocpi) ha pubblicato un rapporto sulla spesa per la pubblica istruzione nell'anno 2017. I dati che emergono sono decisamente poco rassicuranti: il nostro paese risulta l'unico in Europa in cui la spesa per gli interessi del debito pubblico è superiore agli investimenti nel settore dell'istruzione. Se si considera il pil e la struttura demografica, le spese dell'Italia per l'istruzione primaria e secondaria sono di poco superiori alla media europea. Il problema riguarda soprattutto l'istruzione terziaria: siamo al penultimo posto in Europa per gli investimenti universitari, che tra il 2010 e il 2015 sono calati di oltre 600 milioni di euro. I laureati italiani sono inoltre un numero ben inferiore rispetto alla media europea.

  

Ne abbiamo parlato con Carlo Cottarelli, direttore dell'Osservatorio ed ex commissario per la revisione della spesa.
“Ciò che emerge dal rapporto Ocpi combacia con i numerosi studi condotti in passato sulle modalità necessarie a risanare il sistema scolastico e universitario a lungo termine – spiega – in cui affiorava l'urgenza di nuove assunzioni ancor più che di maggiori investimenti”. L'economista ovviamente condanna i tagli effettuati in questi anni (“Durante la spending review erano previsti risparmi su numerosi settori ma mai su quello dell'istruzione”) e aggiunge: “Il problema è soprattutto universitario e oltre i fondi riguarda il numero esiguo di laureati. Quelli italiani sono decisamente preparati ma sono davvero pochi e molti di essi, a causa della situazione economico-lavorativa estremamente debole, decidono di recarsi all'estero per cercare un impiego economicamente più vantaggioso e più soddisfacente”.

  

Altro dato che emerge, poi, è il divario piuttosto rilevante tra i fondi che confluiscono nella spesa pensionistica (circa 280 miliardi) e quelli destinati all'istruzione (65 miliardi). Un gap che per il direttore dell'Ocpi “è principalmente spiegato dal pattern demografico italiano: sono più gli italiani vicini alla soglia pensionistica rispetto ai giovani – se si considera il panorama europeo”. Tuttavia, proprio il rapporto sottolinea come la struttura demografica italiana non sia un fattore sufficiente a giustificare investimenti così bassi per l'istruzione terziaria: la spesa media in base al pil pro capite è del 5,3 per cento a fronte di una media Ue del 10 per cento. Un problema, quello legato al settore della pubblica istruzione, che l'Italia non potrà sottostimare e ignorare ancora a lungo: con “provvedimenti tappabuchi” si tira avanti per un po' ma non si colmano divari economici così significativi e sempre più profondi

Emanuela Ferrara

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