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Evviva la Romagna

“Altro che Maiorca”, ha scritto Salvini su Facebook. E per una volta non gli si può che dare ragione. Breve storia di Milano Marittima, carne e sangue dell’accoglienza italiana

5 Agosto 2018 alle 06:00

Evviva la Romagna

Matteo Salvini a Cervia nel 2017 (foto LaPresse)

“Evviva la Romagna, altro che Maiorca”, ha scritto Matteo Salvini qualche giorno fa su Facebook a corredo di un selfie sulla spiaggia, e siccome “ogni cosa è giusta o sbagliata a prescindere da chi la dice” (copyright Giacomo Biffi, cardinale di Santa Romana Chiesa) noi che non abbiamo pregiudizi diciamo che stavolta il ministro l’ha detta giusta, giustissima.

 

 

Oddio. A essere pignoli, e anche un po’ bastardi, gli si potrebbe far notare che la virtù dei romagnoli è proprio quella che Maiorca gli contesta di non avere: lo spirito di accoglienza. Che cos’ha infatti da offrire, la Romagna? Acque trasparenti? Spiagge bianche? Scogli golfi e insenature incontaminate dove isolarsi dal mondo? Verdi colline a ridosso del mare? Oppure ha forse la bella gente di Forte dei Marmi, gli yacht di Portofino, la superiorità intellettuale di Capalbio? No, non ha niente di tutto questo. Però ha questa gente che parla con la esse storta – perfino Mussolini, quando diceva “fassismo” addolciva la dittatura – questa gente che dice “Cérvia” e “albérgo” e che, appunto, ti sa accogliere. Ti fa sentire a casa.

 

Pochi sanno perché, quando la ricostruzione del Dopoguerra permise loro le prime vacanze all’estero, i tedeschi scelsero di calare in Romagna. Fu perché a Rimini c’era la Linea Gotica, e quando arrivarono gli Alleati catturarono migliaia e migliaia di soldati del Terzo Reich e li tennero lì, per mesi e anni, nei campi di prigionia. Ora, stare in un campo di prigionia dopo aver perso una guerra dovrebbe essere un’esperienza da voler rimuovere dal conscio e dall’inconscio: ma i tedeschi si erano sentiti così umanamente ben trattati dai riminesi che riuscirono a conservare di quei luoghi un bel ricordo, al punto di tornarci in vacanza, anni dopo, con le famiglie, di nuovo armati, sì, ma di pinne fucili ed occhiali.

 

E poi Salvini è milanese, e in fondo furono i milanesi a inventare il turismo balneare sulla riviera adriatica. Nell’Ottocento un medico milanese della provincia, monzese per la precisione, Paolo Mantegazza, gran libertino e genio del marketing, s’inventò che le acque di Rimini avessero una speciale proprietà, diciamo una sorta di Viagra ante litteram, attirando così nei vecchi stabilimenti marittimi dei conti Baldini, ch’erano sull’orlo del fallimento, legioni di gran signori milanesi ansiosi di sperimentare gli effetti della magica balneazione, e di gran signore ansiose di collaudarne l’efficacia. Colto, illuminista e soprattutto furbissimo bon vivant, il Mantegazza capì che per fare di Rimini una capitale delle vacanze bisognava unire l’utile al dilettevole, le cure al divertimento, e si inventò il Kursaal (che poi uno si immagina chissà che, ma vuol dire semplicemente sala di cura) con annesse le sale da gioco, di intrattenimento, insomma con annessa un po’ di mondanità. Pochi anni più tardi, nel 1908, a pochi metri di distanza, lì a Marina Centro, in quella piazza che oggi è intitolata a Fellini, sarebbe nato il Grand Hotel di Rimini, capolavoro del Liberty e monumento nazionale.

 

Quanto a Milano Marittima, non si chiama Milano per caso. La inventò dal nulla, là dove prima c’erano solo alberi e perfino una palude, uno stravagante e geniale pittore milanese, Giuseppe Palanti. Erano i primi anni del secolo, “i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti” e “sembrava il treno anch’esso un mito di progresso, lanciato sopra i continenti”, canta Guccini nella Locomotiva. Tempi burrascosi di conflitti sociali e di guerre, di grandi cambiamenti politici ma soprattutto di un’immensa fede nella scienza e nella tecnica, i tempi del primo Futurismo, tempi d’attesa di un domani in cui non solo il treno ma ancor più la radio, il cinematografo, l’automobile e perfino l’aeroplano avrebbero portato l’umanità a una svolta decisiva, a vette inimmaginabili, quasi a sentirsi i padroni del Creato.

 

Non ha acque trasparenti o spiagge bianche, ma questa gente che parla con la esse storta e che ti sa accogliere, ti fa sentire a casa

Ma Milano era già allora, come adesso, “troppo avanti”, e Palanti, con un gruppo di amici borghesi ricchi e illuminati comprese in anticipo i rischi di quello che mezzo secolo più tardi Ernesto Calindri, seduto in mezzo a un incrocio con un bicchiere di Cynar in mano, chiamerà “il logorio della vita moderna”. Lungimiranti, i milanesi sentivano il bisogno di un’oasi di ristoro per riprendersi dai primi segni dello stress della metropoli e vollero così creare “una città ideale, una città giardino”, com’era scritto in un progetto che presentarono al Comune di Cervia. Il quale Comune il 14 agosto del 1912, con un atto notarile, cedette la propria pineta alla “Società Anonima Milano Marittima”, composta appunto da Palanti e dai suoi illuminati amici.

 

Palanti, che era specializzato in ritratti – anni dopo ne avrebbe fatto anche uno, ufficiale, nientemeno che al Duce – si improvvisò urbanista e disegnò il formidabile piano regolatore di Milano Marittima, con due grandi viali paralleli incrociati da numerose “traverse” (“travérse”) e intervallati da alcune rotonde. Milano Marittima è ancora così, anche se immersi nel verde non ci sono più i villini liberty dell’aristocrazia milanese di inizio Novecento, bensì quattrocento alberghi e duecento stabilimenti balneari che ogni anno ospitano quattro milioni di villeggianti.

 

Ed è stato un altro genio imprenditoriale, quello romagnolo, a dare simil compimento a ciò che era stato iniziato dal genio milanese. Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, non appena si avvertono i primi segnali di quello che diventerà il turismo di massa, decine di pescatori e di lavoratori delle saline s’arrischiano albergatori, firmando ettari di cambiali. Senza aver fatto la Bocconi, hanno idee che scompaginano. Come quella di Federico Tiozzi, albergatore che inventa il primo

La inventò dal nulla, là dove prima c’erano solo alberi e una palude, uno stravagante e geniale pittore milanese, Giuseppe Palanti

“consorzio per gli acquisti”: presentandosi dai fornitori in quaranta o cinquanta invece che uno per volta, i titolari dei primi alberghi riescono a strappare prezzi stracciati, riuscendo di conseguenza a poter offrire tariffe concorrenziali ai propri villeggianti. Nascono e prosperano così le prime pensioni Rosa, Patrizia, Donatella con cucina familiare. Poi verranno gli hotel Ariston e Rouge, Deanna e Lido, e centinaia di altri, anche di lusso, come il Gallia dove va in vacanza Antonio Valentìn Angelillo protagonista a San Siro e sui rotocalchi, e il magnifico Mare Pineta con i suoi campi da tennis dove si può giocare solo in completo bianco come a Wimbledon. Nascono i Bagni dai nomi più semplici, Oreste Tonino e Adriatico, le spiagge sono battute dagli ambulanti che urlano “Cocco, bomboloni e canditi! Vado via…”, i milanesi e i bolognesi scoprono i pedalò e in centro si trovano i mitici bazar, negozi dove c’è tutto, i genitori trovano le creme abbronzanti e i bambini i secchielli, le palette, le biglie con Gimondi, Anquetil, Taccone e Pambianco.

 

Sono i nostri meravigliosi anni Sessanta, gli ultimi della speranza, dell’ottimismo, della fiducia; gli ultimi anni in cui abbiamo pensato, anzi siamo stati certi, che il futuro sarebbe stato migliore del presente. Sono gli anni creativi e un po’ cialtroni della commedia italiana mirabilmente narrata, sul Foglio di queste settimane, dalla premiata ditta Masneri-Minuz.

 

Ero bambino e stavo all’Hotel Trionfal, un albergo della terza traversa, la stessa della discoteca Woodpecker dove venivano a cantare Mina, Fred Bongusto, Lola Falana, Rocky Roberts, la fantastica Caterina Caselli che un pomeriggio, dopo le prove, mi prese in braccio e mi lasciò sulla guancia il mio primo bacio indimenticabile. In quella terza traversa, risalendo dalla spiaggia, un giorno incrociai i Giganti, quelli di “Tema” (“Penso che l’amor / sia la più bella cosa che”) ed ero come impazzito perché loro cantavano anche “Me ciami Brambila / e fu l’uperari / laùri la ghisa per pochi denari” e allora corsi loro incontro gridando “Mi chiamo Brambilla anch’io! Mi chiamo Brambilla!”. Sarà che la nostalgia dell’infanzia deforma realtà e ricordi: ma forse è vero che da allora l’Italia non è più stata così serena, spensierata, a tratti felice.

 

Con la sua “romagnolità”, sapeva rasserenare anche le tempeste che sarebbero esplose alla fine di quegli anni beati

E Milano Marittima, con la sua “romagnolità”, sapeva rasserenare anche le tempeste che già incombevano e che sarebbero esplose alla fine di quegli anni beati. Nel 1963 ospitò una grande manifestazione della Federazione della gioventù comunista e qualcuno cui prudevano le mani pensò bene di prendersela con i tedeschi in villeggiatura. Presero di mira le loro auto, gomme tagliate e scritte “mangiapatate tornatevene a casa”. Ne seguì uno psicodramma diplomatico, dalla Germania furono annullate migliaia di prenotazioni, il feeling con la Romagna sembrava seppellito per sempre. Ma dove non riuscirono le ambasciate riuscì l’animo pugnace di questi ex pescatori che erano diventati albergatori e che passavano gli inverni – loro che sapevano solo il dialetto romagnolo – a studiare il tedesco per essere il più ospitali possibile. Fu ancora Federico Tiozzi ad avere l’idea vincente. Con l’amico Tommaso De Biase andò a Monaco e se ne tornò con un accordo degno d’un ministro degli esteri: dalla Germania sarebbe partito un convoglio speciale, un “treno dell’amicizia” con trecento turisti “meritevoli o bisognosi” segnalati dalle autorità tedesche e ospitati gratuitamente, per una settimana, dagli albergatori di Milano Marittima. La pace era fatta.

 

Altra trovata formidabile fu, nel 1965, la Marinata di Primavera, una gara di pesca dello sgombro per giornalisti italiani ed europei. Erano anni meno grami degli attuali per noi della carta stampata, tradizionali professionisti dello scrocco. I milanomarittimesi invitavano “a gratis” (ovviamente) legioni di grandi firme, le quali poi scrivevano entusiaste di questa “città ideale” circondata dal mare e dai pini, contribuendo a far lievitare le prenotazioni di turisti, a differenza loro, paganti: così che per gli organizzatori della Marinata il saldo era sempre largamente attivo. Ma marchette a parte, l’aver saputo attirare tanti giornalisti e scrittori ha fatto di Milano Marittima anche un vero centro di presentazioni, dibattiti, incontri che per anni hanno animato ed elevato le serate d’estate. Poi sono venuti gli anni Novanta, i nuovi hotel a cinque stelle (il Waldorf, il Premier Suites, il Palace), sono arrivati gli street bar, le folli notti al Pineta e la discoteca di giorno in spiaggia al Papeete, sono arrivati i russi con i rubli ed è arrivato purtroppo anche un po’ di cafonal di calciatori e veline. Ma Milano Marittima è rimasta un luogo capace di attirare tutti, giovani anziani genitori e bambini. E’ rimasto un posto capace di stregare.

 

“Quelli che sono stati in vacanza a Milano Marittima”, mi ha detto una volta Luca Goldoni, praticamente un cittadino onorario, “sono una specie di club esclusivo, una lobby, una consorteria. Si sentono affratellati da qualcosa di profondo. L’essere stati al mare qui, l’aver avuto qui magari i primi amori, li lega a questa terra in modo indissolubile, per sempre. Può darsi che questo valga per tutti i luoghi di vacanza, ma non credo. C’è un qualcosa di magico, a Milano Marittima, che con le parole non si riesce a spiegare”.

 

E il mare non c’entra, non può entrarci. Del mare, gli innamorati di Milano Marittima se ne fregano. Restarono fedeli anche negli anni della mucillagine, quando gli albergatori sacrificarono parcheggi, giardinetti, cortili, vialetti e pezzi di marciapiede per ricavare improbabili piscine dalle forme più strane, a elle, a zeta, a doppio vu, a seconda dello spazio in cui si poteva scavare. Il mare non c’entra perché comunque non sarà mai quello della Sardegna, così come il paesaggio non sarà mai quello delle Cinque Terre.

 

Del mare, gli innamorati di Milano Marittima se ne fregano. Restarono fedeli anche negli anni della mucillagine

Ma saranno i ricordi del Papagayo, la discoteca dove si poteva andare anche a quattordici anni; saranno le tagliatelle delle Aie a mezzanotte o il fritto misto del Circolo dei Pescatori sul porto canale; saranno i gelati della Perla o del Nuovo Fiore, saranno i ricordi delle prime “compagnie” di una generazione che si ritrovava sotto il Grattacielo, saranno i film all’aperto all’Arena Mare e all’Arena Pineta. Saranno le ragioni del cuore. O forse sarà solo per aver quarant’anni in meno, ma chi è stato a Milano Marittima può capire un ministro che scrive “Altro che Maiorca”. E può dire evviva la Romagna e i romagnoli, carne e sangue dell’accoglienza italiana.

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Commenti all'articolo

  • adebenedetti

    05 Agosto 2018 - 13:01

    Che piacere leggerla anche sul Foglio. Bellissimo il suo commento sul Giornale per l`intervista fatta a Salvini che per l`occasione non e` stato chiamato TRUCE.

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  • Giovanni Attinà

    05 Agosto 2018 - 12:12

    Ma non si sta esagerando nel dare rilievo alle dichiarazioni e ai post di Salvini ? Addirittura poi "Il Foglio" mobilita Michele Btambilla!

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