Questo tramonto sul mare

Annalena Benini

Mentre Matteo Salvini dice che “abbiamo già dato, ci siamo capiti?” e che “la pacchia è finita”, Ciàula scopre la luna. La tentazione adulta di arrivare al nulla interiore attraverso il male

Mentre Matteo Salvini, ministro dell’Interno, chiedeva che nessuno scendesse dalla nave a Trapani, se non in manette, e aggiungeva: “La pacchia è finita”, un bambino palestinese che stava su quella nave da quattro giorni ha visto il suo primo tramonto sul mare. Mentre si consumava una probabile rissa tra esseri umani disperati, il bambino ha chiesto agli adulti che cosa fosse quella palla, non aveva capito che è il sole, e che quella luce prima di finire nel mare diffonde intorno altra luce. Il bambino ha sette anni, ha viaggiato con i genitori e altri quattro fratelli, sua madre ora è in ospedale perché è ferita.

 

Un bambino palestinese di sette anni sulla nave che è arrivata a Trapani ha scoperto il tramonto sul mare e ha chiesto: che cos’è?

Una mia amica sopra questa notizia del bambino con il suo tramonto mi ha mandato un messaggio, ha scritto solo: Ciàula scopre la luna. Ciàula scopre la luna, la novella di Luigi Pirandello che io mi ero promessa, chissà ormai quanti anni fa, di non dimenticare mai. Non dimenticare Ciàula e la sua commozione davanti alla luna ignara di lui. E invece succede che ci si dimentica, perché si pensa a tutt’altro, si pensa di voler apprendere il mondo e di diventare terribilmente adulti sopra altre cose, e si rischia di ritrovarsi incapaci di tornare indietro.

 

Ma per Ciàula scopre la luna bisogna tornare indietro e ritrovare il sollievo e la commozione di un ragazzino disgraziato, che non aveva mai sperato si potesse avere pietà di lui e del suo corpo: dormiva su un sacco di paglia come un cane e la mattina all’alba veniva svegliato dal calcio di un padrone e si caricava pietre sulla schiena dentro la miniera di zolfo. Sempre più pietre sulla schiena, senza la pietà di nessuno, con la paura non del buio dentro la miniera, che di giorno o di notte era la stessa, ma con il terrore del buio fuori da lì: il buio del mondo che non ha pietà. Ciàula aveva paura di uscire dalla miniera di notte, perché non conosceva l’esistenza di nessun chiarore, e perché l’unica volta in cui si era trovato all’aperto un altro ragazzo, il figlio di Zi’ Scarda, era saltato su una mina che l’aveva squarciato ed era morto, e Ciàula per scappare a rifugiarsi in un antro che conosceva aveva rotto il lume e aveva tremato nella notte nera, da solo. Ciàula è uno sventurato, nessuno pensa a lui, gli dicono “carogna” se le pietre sulla schiena gli sembrano troppe. Addosso non ha vestiti, ma stracci, ha le gambe nude e la sua infanzia non è mai esistita. Neanche la sua speranza. E’ considerato da tutti un ritardato. Ma Ciàula sta per scoprire la luna, a pochi gradini dalla buca della miniera, e diventerà più forte. “Restò, – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.

Grande, placida, come in un fresco, luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è data mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?”.

 

Alex, otto anni, è partito da solo dall’Eritrea ed è arrivato a Pozzallo dopo un anno. Non crede di poter essere un bambino

Tutte le cose che sappiamo e a cui non abbiamo mai dato importanza, e anche tutto quello a cui siamo già abituati e quindi non riteniamo abbia più importanza: un tramonto sul mare se non lo guardi, un bambino, altri bambini in una nave in mezzo al mare, bambini vestiti di rosso morti annegati a pochi metri dalla riva, bambini in piedi bagnati e vivi che non riescono nemmeno più a piangere e bisogna scuoterli e abbracciarli per risvegliarli da uno choc che non passerà, un ministro che comunque dice: la pacchia è finita. Ma invece poi arriva la luna, in faccia anche a chi non l’ha mai aspettata, e rischiara tutt’intorno e consola di qualcosa di cui non vorremmo sentire la responsabilità, ma che invece ci riguarda.

 

“Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! La Luna!

E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore”. Ciàula adesso non ha più paura del buio e del mondo, ha la luna con sé; il bambino sulla nave, giovedì scorso quando ancora non poteva scendere sulla terraferma, ha scoperto che il sole quando si tuffa nel mare è una palla che cambia colore. Ha il suo conforto.

 

“E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva”

Noi guardiamo le immagini di quei bambini da lontano, mentre pensiamo ai nostri da portare al mare, da proteggere, da far fiorire e a cui spiegare il mondo: quanto è più facile raccontare ai nostri figli la storia dei ragazzini thailandesi nella grotta, tutti salvi, quanto è facile rispondere alle domande sui cunicoli e sui sommozzatori eroici, raccontare che per nove giorni non sapevano se qualcuno li avrebbe mai trovati e che hanno dovuto imparare a fare le immersioni con le bombole di ossigeno, e che ora, usciti dall’ospedale andranno in un monastero per ripulirsi dal demone della celebrità. Quanto era più facile per il mondo stare con il fiato sospeso e tifare per i bambini nella grotta, e commuoversi per una salvezza avventurosa ma semplice, senza ombre: invece davanti a queste navi cariche di umanità (e umanità significa tutta l’umanità, significa debolezza, innocenza, disperazione, ma anche cattiveria e violenza, significa paura) sentiamo l’inadeguatezza anche delle nostre parole, il rischio della semplificazione, temiamo l’inutilità di gesti simbolici e di magliette rosse, ma ci sgomenta e ci prende a schiaffi la ferocia dell’indifferenza e di chi dice, davanti ai cadaveri di tre bambini di un anno: da grandi sarebbero diventati stupratori spacciatori, ladri, assassini. O anche: è un fotomontaggio, è una messinscena, sono bambolotti.

 

Si può arrivare al nulla anche attraverso il male, ha scritto Simone Weil, e guardare il male inflitto a tre bambini con un sospetto, e anzi con l’idea ripugnante di avere scoperto un inganno, è di certo un modo per arrivare in fretta al nulla interiore. Ciàula è ricoperto di stracci, ha subìto nella sua vita breve così tanto male che potrebbe essere già arrivato al nulla, e infatti né i calci del padrone né lo scherno degli altri disgraziati come lui lo feriscono, invece è ancora un essere umano, un essere umano innocente capace di commuoversi davanti alla luna e di sentirne il conforto. Sente di fare parte di qualcosa di grande.

 

Luigi Di Maio, vicepremier, ha sottolineato in televisione che se Matteo Salvini ha esagerato riguardo alla questione della nave che poi ha attraccato a Trapani, a lui non gliene “frega niente”, perché giovedì era un giorno di lavoro importantissimo, il giorno dell’abolizione dei vitalizi, già aboliti nel 2012, e quindi bisognava poi lanciare palloncini verso il cielo per festeggiare l’impresa. Ma se non spetta agli uomini vigilare perché non venga fatto del male agli uomini, e se non spetta a chi governa ritenere che sia importante, chi lo farà? Se non tutti i bambini hanno diritto alla nostra apprensione e al nostro fiato sospeso, è ancora più difficile costruire un futuro di civiltà. Se ci si abitua a tutto, nemmeno la luna significa più niente. Perché la forza brutale degli eventi diventa la miniera di zolfo in cui trascorrere tutta la vita, e non fa differenza se è giorno o se è notte, e non ci si aspetta pietà. “Sappiano Malta, gli scafisti e i buonisti di tutta Italia e di tutto il mondo che questo barcone in un porto italiano NON PUÒ e NON DEVE arrivare. Abbiamo già dato, ci siamo capiti?”, ha scritto Matteo Salvini in un tweet ieri pomeriggio. Ha chiuso con una faccina gialla che strizza l’occhio. “Come promesso, io non mollo”.

 

Se non tutti i bambini hanno diritto alla nostra apprensione e al nostro aiuto, è ancora più difficile costruire un futuro di civiltà

Mentre portiamo i nostri figli in vacanza perché è estate e il mare è anche bellissimo per chi può decidere quando starci dentro, e però ci infastidiamo per gli scherzi, le urla, le richieste, le facce assurde, i giochi incomprensibili, le ciabatte dappertutto e i capricci, loro ci rinfacciano di essere così terribilmente adulti, così incapaci di tornare all’infanzia anche solo per poche ore. E’ vero, non ci riusciamo più, abbiamo così tanto dentro la testa. La nostra infanzia è finita molto tempo fa e adesso riusciamo solo a guardare la loro con amore, e con paura che qualcosa di troppo grande la distrugga. Siamo terribilmente adulti ma incapaci di trovare le parole per raccontare tutta la brutalità di quel che accade. A volte anche incapaci di guardarla senza girare la testa e immaginare bambolotti e messinscene. “Abbiamo già dato, ci siamo capiti?” offre la tentazione di eliminare quell’umanità così complessa e spaventosa dai nostri pensieri terribilmente adulti. “Abbiamo già dato” offre soddisfazione per quello che è stato, e il diritto di infischiarsene di quel che sarà. Possiamo stare con i nostri bambini in vacanza, incapaci di tornare all’infanzia, e pensare che comunque “abbiamo già dato”.

 

Quel bambino palestinese di sette anni sbarcato giovedì sera a Trapani sicuramente ha già dato in quanto a paura, fatica e sconvolgimento. E insieme a lui tutti gli altri, con i salvagenti inservibili o con finalmente addosso le coperte termiche. E quelli che sono stati calpestati dagli adulti che cercavano di raggiungere la terra a nuoto. Quelli annegati, travolti. Quelli rimasti soli, scalzi sulla riva, che non riescono a rispondere a nessuna domanda e di cui nessuna madre dice: è mio figlio. E Alex, che è partito da solo dall’Eritrea ed è arrivato a Pozzallo dopo un anno e mezzo di viaggio, dopo essere stato usato come schiavetto in Libia; ha detto che i genitori avevano i soldi per far partire soltanto lui, e l’hanno messo su un autobus. Davanti alle operatrici umanitarie Alex ha rifiutato il latte, “perché non sono piccolo”: ha otto anni e ne dimostra di meno, ma pensava che per lui l’infanzia non potesse esistere e che nessuno dovesse avere pietà di lui. Perché “abbiamo già dato”. Se non serve a nulla scrivere di questi bambini, io però non so davvero di che cosa altro si dovrebbe scrivere e parlare.

 

E mentre noi terribilmente adulti siamo tentati di cedere una parte della nostra razionalità alle ingiunzioni di chi dice che non ci riguarda perché la strada è troppo difficile, perché non spetta a noi e perché dobbiamo avere paura, quel bambino sulla nave a Trapani invece di guardare il pericolo e la disperazione rabbiosa degli adulti e la paura di sua madre, guarda il sole che tramonta sul mare e chiede che cos’è. Come Ciàula che scopre la luna e piange e non è più stanco, mentre noi terribilmente adulti ci siamo abituati a tutto e non piangiamo neanche più.

  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.